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The Grandmaster, quando il Kolossal viene da Oriente

settembre 24, 2013 Simone Fortunato

Kolossal d’altri tempi, girato con grande intelligenza e senso del racconto da Wong Kar-wai, il regista dello struggente In The Mood for Love. Costato almeno 3 anni di lavorazione per un budget di quasi 40 milioni di dollari, è la prima grande produzione affidata a Wong Kar-Wai, regista che ha sempre diretto film “piccoli” per quanto […]

Kolossal d’altri tempi, girato con grande intelligenza e senso del racconto da Wong Kar-wai, il regista dello struggente In The Mood for Love. Costato almeno 3 anni di lavorazione per un budget di quasi 40 milioni di dollari, è la prima grande produzione affidata a Wong Kar-Wai, regista che ha sempre diretto film “piccoli” per quanto significativi e assai curati.
Dai suoi titoli celebri degli anni 90, Hong Kong Express e Angeli perduti, alla trasferta americana non perfettamente riuscita di Un bacio romantico, il regista di Shangai si è sempre distinto per una cura maniacale dei dettagli – fotografia, musica, messa in scena sono sempre elementi fondanti del suo cinema – oltre a un sicuro tratteggio psicologico dei personaggi spesso al centro di amori impossibili o non ricambiati.

Stile e temi che si riconoscono pure in questa biografia di uno degli uomini più noti nella storia della Cina del XX secolo, Ip Man (o Yip Man secondo un’altra grafia), leggendario maestro di Kung fu nella Cina della prima metà del 900, destinato, dopo una vita avventurosa, a diventare maestro di Bruce Lee.
Una figura, quella di Ip Man, a cui sono stati dedicati diversi film, più o meno romanzati come i due film diretti da Wilson Yip tra il 2008 e il 2010 (Ip ManIp man 2) o la recentissima serie televisiva omonima uscita per il mercato cinese.

Wong Kar-wai, per accostarsi alle tante sfaccettatura di Ip Man decide di ancorarsi innanzitutto al dato storico. The Grandmaster, infatti, è diviso in capitoli con cui, attraverso opportune didascalie, si aiuta lo spettatore a inquadrare una vicenda che occupa un periodo di tempo piuttosto lungo: si inizia infatti con l’occupazione giapponese degli anni 30 e si arriva, dopo alterne vicende, ai primi anni 50.

Il film è complesso e non semplice: per i tanti flashback con cui si illuminano i primi passi di Ip Man fino alla sua consacrazione e anche per i numerosi riferimenti storici e geografici che allo spettatore occidentale potranno risultare faticosi. L’occupazione giapponese fa da sfondo a una lotta tra maestri di kung fu rivali, alcuni addirittura passati a collaborare con il nemico; la suddivisione in due zone della Cina, i territori del Nord con la Manciuria occupati militarmente e il sud, libero ma anche assai instabile. E, certo, non facilita l’attenzione dello spettatore profano una grossa quantità di attori in campo e parecchi cambi di scena. Ma val la pena prestare un minimo di attenzione in più.

The Grandmaster è davvero un film che parla un linguaggio “antico”, quello del cinema classico: la regia felpata e, in alcuni momenti rarefatta di Wong, l’interpretazione magnifica del cast e soprattutto di due interpreti grandi come Tony Leung e Zhang Ziyi; le coreografie spettacolari e realistiche curate dal maestro Yuen Wo Ping, lo stesso di Matrix e Kill Bill. E ancora: la straordinaria fotografia di Philippe Le Sourd che riesce a rendere poetici e leggeri combattimenti sotto l’acqua o nella neve, la colonna sonora, fondamentale nei tanti momenti di struggimento, firmata da Nathaniel Méchaly e Shigeru Umebayashi, quest’ultimo collaboratore di lunga data di Wong e e, non ultimi, effetti digitali presenti ma utilizzati con intelligenza e non come semplici riempitivi spettacolari.

Un grande film che fonde in sé tanti generi e registri differenti: dalla biografia secca al wuxiapian, il “cappa e spada” cinese, alla delicatezza con cui il regista di Angeli perduti sa raccontare le pieghe del cuore. In particolar modo vale la pena sottolineare proprio lo “scarto” verso il melodramma che a un certo punto si avverte: personaggi, faccia a faccia, che si struggono nel rimpianto di sentimenti grandi ma perduti, forse per sempre, sulle note di una musica che ricorda tanto i momenti più intensi e commoventi del kolossal occidentale per eccellenza, il memorabile C’era una volta in America omaggiato a più riprese.

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