In "Revenge" non c’è più spazio per gli uomini né per la donna "classica"

Film non facile e certamente non per tutti: è un racconto teso e asciutto con quattro attori in campo e un deserto

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Revenge, di Coralie Fargeat
Una ragazza, da sola, in mezzo al deserto, braccata da tre bruti.
Grande thriller-horror diretto e sceneggiato da una donna (l’esordiente Coralie Fargeat) e interpretata da un’altra (la bravissima Matilda Lutz, già vista ne L’estate addosso di Muccino). La vicenda è semplicissima: una villa splendida in mezzo al nulla, un’oasi di pace in un deserto cotto dal sole. C’è lei, l’amante bellissima che scende dall’elicottero con tra le labbra un lecca lecca come una Lolita qualsiasi. Poi la storia prende una brutta piega. La Fargeat dirige un thriller violentissimo e cruento, con una seconda parte quasi insostenibile per quanto riguarda sangue e violenza e lo fa con uno stile visionario e una regia quasi ipnotica.

Più che il Tarantino di Kill Bill, la cui storia di vendetta unilaterale viene qui riproposta, si guarda al cinema iperrealista e violento di Nicolas Winding Refn, almeno il Refn migliore di Bronson, Valhalla Rising, e soprattutto Drive, qui citato nella colonna sonora elettronica, nelle esplosioni improvvise di violenza e in un’atmosfera da incubo silente che avvolge l’intera narrazione. Ricco di trovate visive – dalla fotografia fiammeggiante a un’ambientazione che lascia senza fiato – e segnato da una tensione continua a cui giova il rispetto delle tre unità aristoteliche di luogo, tempo e azione, Revenge è interessante anche per il capovolgimento delle attese dello spettatore, spiazzato di fronte a un ribaltamento radicale delle convenzioni narrative del thriller classico.

I ruoli di carnefice e vittima vengono infatti scambiati ma soprattutto è la riflessione sul genere a colpire, come ben si può vedere nella sequenza finale, diretta con grande senso del ritmo e degli spazi, in cui un uomo completamente nudo se la deve vedere con un mostro assetato di sangue e di vendetta. Film non facile e certamente non per tutti: è un racconto teso e asciutto con quattro attori in campo e un deserto. Davvero, non c’è molto altro: tutto il resto è la forza di una regia e di un’interprete che riescono a rendere verosimili e persino metaforiche trovate narrative ad effetto, come quella della cauterizzazione della ferita della protagonista che nelle mani di altri sarebbe diventato effettaccio buono solo per i duri di stomaco e invece nella poetica della regista francese diventa una potente immagine sintetica di un mondo femminile che, per sopravvivere alla violenza del mondo, deve letteralmente strapparsi di dosso tutti quegli elementi con cui per secoli si è identificato: grazia, bellezza, amore, compassione.
Ecco: nel deserto dell’oggi – sembra dire la Fargeat, un deserto di sentimenti, di relazioni vere, di intelligenza, di visione sul futuro – non c’è più spazio per gli uomini, caricature di se stessi, eterni bamboccioni ma nemmeno c’è spazio per la donna, almeno per l’immagine di donna “classica”. C’è spazio per una nuova figura, una donna virilizzata, astuta e selvaggia, una donna-amazzone che domina solitaria un mondo in cui non potrà mai più nascere nulla.

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