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Sudan. Meriam e quei 40 minuti per decidere di morire in nome di Cristo

maggio 23, 2014 Leone Grotti

«Sono cristiana e resterò cristiana». Non ha voluto convertirsi e per questo dovrà ricevere 100 frustate e morire per impiccagione

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La sua sorte era già stata decisa l’11 maggio da una corte di Khartoum, capitale del Sudan: condannata a morte tramite impiccagione per apostasia e a 100 frustate per adulterio. Poi il giudice Abbas Mohammed Al Khalifa ha sospeso la sentenza e ha proposto a Meriam Yahia Ibrahim una sorta di scambio: «Convertiti all’islam e lasceremo cadere le accuse, facendo finta che non sia successo niente». Le ha dato 72 ore di tempo per pensarci, convinto che la giovane cristiana avrebbe sicuramente colto l’occasione al volo e abiurato. Invece lo scorso 15 maggio, dopo aver intrattenuto un colloquio di 40 minuti con il giudice, Meriam gli ha risposto, quasi scusandosi: «Sono cristiana, non ho mai commesso apostasia e resterò cristiana».

Al Khalifa ha incassato il colpo e davanti alla corte ha pronunciato una sentenza sprezzante, chiamando la donna con il suo nome islamico: «Adraf Al Hadi Mohammed Abdullah, ti abbiamo concesso tre giorni per abiurare ma hai deciso di non riconvertirti all’islam. Ti condanno alla morte per impiccagione». Le parole del magistrato hanno suscitato indignazione nelle redazioni di tutti i quotidiani del mondo, ma a essere davvero scandalosa è la professione di fede fatta da Meriam, che ai suoi 27 anni, al suo futuro, a suo marito, al figlio di un anno e mezzo e al piccolo che porta in grembo da otto mesi ha preferito Gesù e la verità: «Sono cristiana, non ho mai commesso apostasia e resterò cristiana». Oggi i media scrivono che il suo avvocato ricorrerà in appello, che riuscirà a salvarla, che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, dopo aver ignorato per mesi il suo caso, interverranno e faranno pressione sul governo sudanese per ribaltare la sentenza, che la donna non è sola grazie a una campagna internazionale e all’hashtag #Meriamdevevivere. Ma tutto questo la giovane donna non lo sapeva e non poteva prevederlo quando si è trovata per 40 minuti davanti al giudice e davanti a una scelta tremenda: rinnegare la propria fede o morire di una morte orrenda.

Le cento frustate
Il caso della dottoressa, cristiana ortodossa di 27 anni, è cominciato lo scorso febbraio, quando il fratello di Meriam insieme agli zii paterni l’ha denunciata alle autorità per presunta apostasia. Meriam è stata cresciuta dalla madre etiope ortodossa nella fede cristiana, visto che il padre sudanese di religione islamica se n’è andato di casa quando lei aveva solo sei anni. Anche sul certificato di matrimonio che lega la donna al marito del Sud Sudan Daniel Wani, in possesso di doppio passaporto statunitense, c’è scritto che è cristiana. Ma suo padre era un musulmano, ha ricordato il fratello alle autorità, e quindi anche lei non può che essere musulmana, visto che per la legge islamica la religione si tramanda di diritto dalla linea paterna.

Su questi temi la sharia parla chiaro e in Sudan è fonte della legislazione e si applica anche ai non musulmani: nel paese è prevista la pena di morte per chi si converte dall’islam a un’altra religione (ma non viceversa) ed è vietato alle donne musulmane sposare uomini di altre religioni (ma non viceversa). È per questo che la donna, oltre a essere stata condannata per essersi convertita al cristianesimo, dovrà ricevere anche 100 frustate per adulterio: la legge non riconosce un matrimonio tra una musulmana e un cristiano, dunque quello tra Meriam e Daniel Wani è nullo. Ma c’è di più: se il matrimonio non vale più, i due figli concepiti dalla coppia sono illegittimi e dopo la morte della madre saranno tolti al marito e affidati allo Stato.

La prima vittima della legge
È questo l’incubo che Meriam vive dal 17 febbraio, giorno in cui le autorità l’hanno prelevata da casa e rinchiusa in prigione insieme al figlio Martin, di appena 20 mesi. A nulla sono valse le testimonianze di chi ha confermato in tribunale che la donna non si è mai convertita al cristianesimo dall’islam ma è sempre stata cristiana. I giudici le hanno respinte come ininfluenti e hanno emesso una sentenza storica per il Sudan: dal 1956 infatti, anno dell’indipendenza, nessuno è mai stato condannato a morte per apostasia. Dal 1983, quando è stata introdotta la sharia, solo Mahmoud Muhammad Taha è stato condannato per eresia all’interno di un processo politico. «Ma quel caso era diverso», dichiara l’avvocato della donna Muhanned Mustafa. «Lui dichiarava di essere Dio, il caso di Meriam è unico».

È Meriam la prima vittima delle parole del presidente Omar al Bashir, salito al potere con un colpo di Stato nel 1989, che promise nel 2011, in seguito alla dichiarazione di indipendenza del Sud Sudan, di rendere il paese ancora più islamico e la sharia ancora più influente. Resta il fatto che la Costituzione del paese garantisce formalmente la libertà religiosa e passate sentenze hanno sospeso l’esecuzione capitale di una madre gravida fino alla nascita del bambino e alla conclusione di un periodo di allattamento della durata di due anni circa. Meriam potrebbe partorire l’1 giugno e un secondo avvocato della donna, Mohamed Jar Elnabi, è fiducioso: «Faremo ricorso in ogni sede fino alla Corte costituzionale. Meriam è molto ferma e forte. Sa che riuscirà a uscirne un giorno».

Le pressioni da parte dei giudici e della società musulmana però sono difficili da sopportare. Il giorno della sentenza, un gruppo di islamici si sono riuniti fuori dal tribunale: alla notizia della condanna hanno esultato gridando «Allahu Akbar», Dio è grande. Elnabi, da parte sua, è stato minacciato di morte ma ha scelto di non tirarsi indietro, come se la testimonianza di Meriam avesse infuso coraggio anche a lui: «Sono molto spaventato», ha ammesso. «Vivo nella paura, appena sento una porta che si apre o un suono strano in mezzo alla strada mi volto. Ma non potrei mai lasciare questo caso: devo aiutare chiunque sia nel bisogno, anche se questo può costarmi la vita».

«Non mi resta che pregare»
Anche il marito di Meriam, «costretto sulla sedia a rotelle», è spaventato. Pensa al figlio che si ammala di continuo a causa delle cimici che infestano la piccola cella nella quale è rinchiuso da febbraio. Pensa a se stesso, sapendo di «dipendere da mia moglie per tanti aspetti della mia vita quotidiana». Ma soprattutto pensa alla sorte di Meriam, ancora incerta, e non può fare altro che seguire il suo esempio: «Sono così frustrato. Non so che cosa fare. Non mi resta che pregare».

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