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Strage di Bologna: prove, misteri e mandanti della pista palestinese/Parte prima

agosto 29, 2011 Chiara Rizzo

Pubblichiamo la prima parte dell’intervista al blogger de Quengo de Tonquédec autore, assieme a Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi del libro inchiesta “Dossier Strage di Bologna: La pista segreta”. de Tonquédec ripercorre per Tempi le tappe fondamentali della pista palestinese e, in questa prima puntata, si sofferma sul possibile antefatto, movente della strage

Il 2 agosto 1980 alle 10.25 esplodeva l’ordigno nel deposito bagagli della Stazione di Bologna che uccise 85 persone. Nei processi conclusi 15 anni dopo, per la strage sono stati condannati in via definitiva, come esecutori, i terroristi neri dei Nar Giusva Fioravanti e Francesca Mambro e in seguito Luigi Ciavardini (minorenne all’epoca della strage). A 31 anni di distanza però la Procura di Bologna ha iscritto nel registro degli indagati per un’inchiesta bis sulla strage due nomi nuovi: i terroristi di estrema sinistra tedeschi Thomas Kram e Christa Margot Fröhlich. Due nomi che però non sono affatto nuovi, e che negli ultimi decenni più volte sono tornati in relazione a stragi e misteri d’Italia.

 

I nomi di Kram e Fröhlich vengono collegati alla cosiddetta pista palestinese, un’ipotesi che spiega la strage di Bologna come una ritorsione del gruppo Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fino alla svolta delle indagini in procura, tuttavia, quest’ipotesi è sempre stata avversata come un tentativo di “depistaggio” dal ruolo dei Nar messo in atto dalla destra. Ciononostante, indizi e testimonianze di uno scenario di terrorismo internazionale dietro ciò che accadde il 2 agosto ’80 sono stati raccolti, in una serie di inquietanti parallelismi, nelle decennali indagini di ben due commissioni parlamentari, la Stragi e la Mitrokhin, attraverso interrogazioni parlamentari e nel corso di un processo – completamente dimenticato – degli anni ‘80 sui traffici di armi tra Brigate rosse e Olp, che vide coinvolti anche i vertici dei servizi segreti di fine anni ’70. Così come è avvenuto anche nelle indagini condotte dal magistrato Rosario Priore (Ustica e il Caso Moro, per citarne due), che su Bologna lo hanno portato a dire: «Credo che siamo stati molto “provinciali”, ci siamo sempre limitati a contesti completamente italiani, mentre dovevamo raccordarci anche con ipotesi più vaste che chiamavano in causa e pesantemente altri stati ed organizzazioni fuori dal nostro territorio».

 

 

Alcuni di questi elementi sono stati raccolti per la prima volta in un libro del 2010, Dossier Strage di Bologna: La pista segreta (Giraldi editore, 17 euro). Gli autori sono il blogger François de Quengo de Tonquédec, il giornalista e consulente della commissione Mitrokhin, Gian Paolo Pelizzaro, il saggista e blogger Gabriele Paradisi: il libro è arricchito da una sostanziosa appendice documentale e da una bibliografia molto vasta, che dimostra come ogni riferimento trovi riscontro. Uno degli autori, de Quengo de Tonquédec, a Tempi, racconta quali sono.

 

Come si arriva a ipotizzare una pista palestinese dietro la strage di Bologna?

Alla pista palestinese si arriva dalle numerose risultanze emerse nel corso degli anni su alcuni personaggi, i cui nomi ritornano in relazione a diversi fatti. I primi tre sono Abu Anzeh Saleh, Stefano Giovannone e Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos. Abu Anzeh Saleh negli anni ’70 è stato il rappresentante in Italia del Fplp (Fronte popolare liberazione palestinese, organizzazione terroristica collegata a gruppi marxisti-leninisti internazionali ndr.) e viveva a Bologna. Arrivato in Italia a inizio anni ’70 era stato espulso, ma poi era rientrato grazie al sostegno dei servizi segreti e in particolare del colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sid (poi Sismi) a Beirut, il secondo protagonista chiave. Nel novembre del 1979 Saleh fu arrestato a seguito dell’arresto di tre appartenenti all’Autonomia romana a Ortona, trovati in possesso di alcuni lanciamissili che stavano trasportando in nome e per conto proprio di Saleh. Questo creò delle tensioni tra l’Fplp e il nostro paese, per il mancato rispetto del patto oggi conosciuto come Lodo Moro.

 

Nel corso del processo a Saleh e ai tre di Autonomia, iniziato un mese dopo l’arresto, accadde un fatto anomalo. I vertici dell’Fplp si assumevano la responsabilità dell’operazione, che dichiaravano essere avvenuta in forza all’accordo esistente tra la loro organizzazione e il nostro paese. Si tratta in sostanza della prima traccia documentale dell’esistenza di un accordo per il trasporto di armi sul territorio italiano in condizioni di sostanziale immunità, quello comunemente conosciuto come Lodo Moro, di cui ovviamente non sono mai state trovate prove ufficiali. Saleh e gli autonomi vennero condannati nei primi mesi dell’80, contrariamente a quello che era successo per altre azioni terroristiche palestinesi avvenute in Italia dal ’73 (si veda il caso dei palestinesi responsabili della strage di Fiumicino del ’73, dove erano morte 32 persone, fatti uscire dal paese proprio con il supporto materiale del Sid, nella persona del solito colonnello Giovannone).

 

La condanna di Saleh creò tensioni tra Fplp e Italia, tanto che l’11 luglio del 1980 in una nota inviata dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, al direttore del Sisde, generale Giulio Grassini in cui si prospettava il rischio, appreso da fonti qualificate, di ritorsioni da parte dell’Fplp. «La condanna di Abu Anzeh Saleh aveva determinato reazioni assai negative nell’ambiente dell’Fplp e non veniva escluso che la stessa organizzazione potesse tentare un’azione di ritorsione nei confronti dell’Italia, ovvero altra azione diretta in ogni modo alla liberazione del giordano (Saleh, ndr)». La tempistica di quest’allarme (20 giorni prima della strage) e il fatto che la fonte citata dall’Ucigos fosse di Bologna e facesse esplicito riferimento alla lettera inviata dall’Fplp ai giudici di Saleh, ritenuta dai palestinesi sufficiente a ottenere quanto richiedevano, rendono quest’episodio rilevante.

 

Chi è il secondo protagonista della pista?

Stefano Giovannone, il capo centro Sid (poi Sismi) di Beirut che aveva competenza con i rapporti con i palestinesi, fedelissimo ad Aldo Moro. Non a caso nelle lettere che Moro inviò durante la prigionia, lo statista suggerì di rivolgersi a Giovannone per fargli fare da tramite per una trattativa, riferendo che in passato ne erano avvenute altre proprio con i palestinesi. Negli anni successivi alla strage di Bologna Giovannone tornò alle cronache perché imputato in un processo veneziano sui traffici di armi tra Olp e Brigate Rosse, che però si chiuse nel nulla anche a causa dell’opposizione del segreto di Stato. È stato in quel processo che è emerso che Giovannone era intervenuto, per ordini superiori, nella liberazione dei responsabili della strage di Fiumicino del ’73. Così come che Giovannone aveva fatto da garante per Saleh, il 27 ottobre del ’74: lo prova da una nota dei nostri servizi di allora, e lo ha testimoniato in aula il direttore della prima divisione del Sismi dell’epoca, Giovanni Romeo: «Saleh è stato sempre considerato elemento sospetto e pericoloso, ma malgrado ripetute espulsioni riusciva sempre a ritornare. Questo è un caso in cui strutture diverse di uno stesso servizio possono scontrarsi ed essere animate da diversi interessi. Il responsabile dell’ufficio Ricerca all’estero del Sid mi chiese di corrispondere denaro al Saleh, che risidieva a Bologna, in quanto “d’interesse” di Giovannone. Rifiutai perché si trattava di un sorvegliato speciale di particolare interesse». Nel corso di perquisizioni in casa di Saleh a Bologna nel ’79 era stata rinvenuta inoltre l’annotazione del numero telefonico di “Stefano”, corrispondente a quello della casa romana di Giovannone.

 

E il terzo protagonista?

Il terzo nome è quello di Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos. Venezuelano, nei primi anni ’70 è sostanzialmente il braccio armato del Fplp: gli attentati palestinesi in Francia di quegli anni sono fatti proprio da uomini di Carlos che, in seguito, trasformò la sua organizzazione, in un gruppo al servizio anche di altri paesi. In quegli anni Carlos, oltre che con i palestinesi dell’Fplp intrattenne rapporti con i servizi segreti del Blocco Sovietico, nonché con la  Libia, che fu anche fornitrice di armi. L’organizzazione di Carlos, è oggi nota come “Separat”, dal nome del fascicolo della Stasi (il ministero della Sicurezza della Ddr, ndr.) relativo al controllo delle operazioni di Carlos e dei suoi uomini.

 

Perché questi personaggi sono collegabili alla Strage di Bologna?

Durante una ricerca tra gli atti del processo sui traffici d’armi tra le Br e l’Olp abbiamo rinvenuto un documento inedito, pubblicato per la prima volta in Dossier Strage di Bologna: l’interrogatorio di un ufficiale del Sismi, anche egli indagato insieme a Giovannone, Silvio Di Napoli che parlò esplicitamente di un legame tra Carlos e l’Fplp per quanto riguarda proprio le ritorsioni di quell’organizzazione nei confronti dell’Italia.  Durante il suo interrogatorio Di Napoli raccontò le preoccupazioni espresse da Giovannone in seguito ad alcune minacce di ritorsione prospettagli dal leader dell’Fplp Gerge Habbash, per poi concludere, con una dichiarazione aggiunta a verbale già chiuso: «Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui l’FPLP aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash». I terroristi sul campo della strage di Bologna sono certamente Thomas Kram e Christa Margot Frölich entrambi appartenenti alle Cellule rivoluzionarie, un’organizzazione terroristica tedesca collegata all’organizzazione di Carlos lo Sciacallo.

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