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Storia di Brugola, la famiglia brianzola che ha creato «la Ferrari delle viti»

febbraio 16, 2015 Matteo Rigamonti

È morto Giannantonio Brugola, figlio di Egidio, l’inventore della vite oggi diffusa in tutto il mondo. Questa è la storia della loro impresa, raccontata dal nipote Jody, oggi a capo dell’azienda

brugola Si è spento a 72 anni Giannantonio Brugola, figlio di Egidio, l’inventore della vite cui ha dato il nome. Un’eccellenza italiana che dalla operosa Brianza ha conquistato il mondo. Giannantonio era il presidente dell’azienda, che ora è guidata dal figlio Egidio, detto Jody, che porta il nome del nonno. La storia di Brugola è un esempio straordinario del genio imprenditoriale italiano che ha saputo trasformare una ditta a conduzione familiare in una multinazionale da 120 milioni di euro. Nel maggio di quest’anno ce l’aveva raccontata proprio Jody, in quest’intervista apparsa sul settimanale Tempi che vi riproponiamo.

Lissone (MB). Sono milioni e milioni le automobili che ogni giorno calcano gli asfalti di tutto il mondo. Berline o station wagon, fuoriserie o utilitarie, ognuna di queste macchine monta regolarmente un motore, quel sofisticato prodotto dell’ingegneria meccanica che trasforma il carburante in energia, conferendo il moto a un insieme inanimato di pezzi d’acciaio e plastica, lamiere e bulloni, che di per sé non si muoverebbero. Grazie al prodigio della combustione, invece, i pistoni possono correre nei cilindri, i motori girare e trasmettere il movimento agli alberi motore, che a loro volta fanno marciare le ruote che macineranno chilometri. Eppure tutto ciò non sarebbe possibile se non ci fossero le viti ad assicurare un corretto e sicuro serraggio del propulsore e delle sue molteplici componenti. Viti critiche, complesse, che servono a tenere insieme testate e cilindri, bielle e bancate. Viti che devono sopportare le più estreme sollecitazioni e che, pertanto, non possono in alcun modo permettersi bassi standard qualitativi, o peggio di essere costruite con materiali scadenti.

brugola-03Comincia da qui, dalle viti per i motori, la storia più recente delle Officine Egidio Brugola (Oeb), l’azienda brianzola di via Dante a Lissone, dove si trova dal 1926, anno della sua fondazione. Lo stabile, che sorge ancora in pieno centro città, nascosto tra una casa e la chiesa, è il medesimo che aveva già fatto conoscere al mondo la multifunzionale vite a brugola, quella celebre dalla testa cava a sezione esagonale che proprio al suo fondatore deve il nome. Un tipo di vite che Oeb ha brevettato nel 1945, guadagnandosi un privilegio concesso a pochi marchi: vedere associato il proprio nome al prodotto. Un privilegio che è frutto di un’intuizione, più che di una vera e propria invenzione, perché come confida a Tempi il nipote di Egidio (foto a destra), che del nonno porta il nome ma che per tutti è semplicemente Jody, «la vite in sé esisteva già, mio nonno ha pensato di fabbricarla su scala industriale, cosa che allora non faceva nessuno perché il prodotto veniva prevalentemente importato».

brugola-01«Spirits of excellence»
Da un po’ di anni, però, tutte le produzioni “generaliste”, anche quelle di qualità sopraffina come sono le viti a brugola, pagano dazio in termini di redditività alla concorrenza di paesi che possono permettersi più bassi costi di produzione. È un processo che è iniziato almeno trent’anni fa, e che non ha coinvolto solo la bullonistica, eppure non tutti in Italia se ne sono accorti. Il cavaliere Giannantonio Brugola, invece, figlio di Egidio e padre di Jody, che a lungo è stato a capo dell’azienda e ancora oggi ne è presidente, è stato abile a leggere i segni dei tempi.

«Mio padre – racconta Jody, oggi vicepresidente – ha avuto il merito di capire in anticipo da che parte sarebbe andato il mondo». A partire dagli anni Ottanta e fino al 1994, ha lavorato per ritagliarsi una «nicchia nella nicchia», convertendo la produzione da fabbricati standard a quella di viti speciali per l’automotive. Un prodotto che fa dell’«originalità e della perfezione il marchio distintivo». Le viti sono realizzate con acciaio di altissima qualità, tecnologie innovative e seguendo una filosofia perfettamente riassunta nel motto che campeggia ovunque in azienda: «Spirits of excellence». O, come lo traduce Jody spiegando come si attraggono i clienti, del «difetto zero». In Brugola, prosegue Jody, «scegliamo solo il meglio e ogni controllo è sempre ripetuto due volte».

brugola-02Il motore di un’automobile, spiegano in azienda, impiega circa 70 tipi di viti diverse, sette delle quali sono definite «critiche», ossia cruciali per il raggiungimento delle prestazioni e la durata. Viti che devono essere in grado di resistere alle sollecitazioni più estreme, come sono, appunto, quelle che assicurano il serraggio della testata, della bancata, del volano, della biella, della puleggia, dell’ingranaggio dell’albero a camme e del suo cappello. Queste sono le viti che si producono oggi in Oeb, circa 800 tipi diversi a seconda dei modelli cui sono destinate. Frutto del paziente lavoro dei 300 tra disegnatori, ingegneri e operai (15 dei quali assunti l’anno scorso) che ogni giorno, ventiquattro ore su ventiquattro, le progettano e le realizzano, per una media di 7 milioni di pezzi al giorno: chilometri di nastro d’acciaio arrotolato su massicce bobine transitano in appositi macchinari che lo misurano, lo tagliano, gli creano un cappello e ne filettano il profilo, rispondendo alle esigenze delle diverse case automobilistiche che hanno scelto l’officina lissonese.

Brugola, che oggi detiene il 22 per cento della quota di mercato (praticamente un’auto su cinque è dotata di un motore montato grazie alle sue viti), è una vera e propria «boutique della vite», o come ebbe a definirla Giannantonio: «La Ferrari delle viti». Qui si lavora su commissione, garantendo una personalizzazione del prodotto in base alle esigenze del cliente. Ogni auto necessita di circa 300 viti, per un totale di 4 o 5 chilogrammi. Eppure «ogni di vite è diversa dall’altra», spiega Jody. «Noi realizziamo viti prevalentemente per il Gruppo Volkswagen, comprese Seat, Audi e Skoda, che rappresenta l’80 per cento del nostro fatturato, e Ford, oggi intorno al 10 per cento». Ma anche per Bugatti, Lamborghini, Renault e tanti altri. Fiat no, non più. La casa torinese, infatti, non è più considerata strategica rispetto agli obiettivi del gruppo. Obiettivi mai banali, considerando che Brugola è da quattro anni che ha un fatturato in crescita costante dell’8 per cento: lo scorso anno si è attestato a 120 milioni di euro e quest’anno mira a confermare il trend raggiungendo quota 130 milioni, nonostante la crisi europea del mercato delle quattro ruote. Un fatturato che, non a caso, è realizzato per il 98 per cento all’estero.

brugola-04Un’eccellenza riconosciuta
Ed è proprio l’estero a essere nei più immediati piani di sviluppo di Giannantonio e Jody Brugola, che da un po’ di tempo a questa parte stanno coltivando il “sogno americano”. Non si tratta di nuove sedi commerciali oltre a quelle che già ci sono in Germania, Francia, Spagna, Inghilterra e Nord America. L’intenzione, infatti, è quella di sbarcare nel Michigan con uno stabilimento gemello delle Officine Egidio Brugola, dopo che Ford ha annunciato di voler riportare parte della produzione di motori, inizialmente delocalizzata, a Detroit. «Non lasceremo l’Italia», assicura Jody. «La produzione dei quattro stabili di Lissone e gli investimenti in programma non sono in discussione, così come non lo sono nemmeno i 300 dipendenti che ci lavorano». Perché non è una delocalizzazione quella che hanno in mente in famiglia, ma un vero e proprio salto oltreoceano che possa aprire nuovi orizzonti all’azienda. «Se il trend di crescita dovesse confermarsi positivo, come dimostra il primo trimestre del 2014 – prosegue Jody –, ci sarà sicuramente la possibilità di poter sviluppare qualcosa di concreto. Non solo un magazzino, dunque, ma una produzione vera e propria, magari assumendo anche personale americano».

Se l’investimento a stelle e strisce di Oeb sarà possibile, lo sarà anche perché lo Stato del Michigan ha messo in atto dal 2008 una forte politica di reindustrializzazione, tanto che in due anni sono stati creati 250 mila posti di lavoro. Il governatore Rick Snyder, accompagnato da una delegazione, è venuto di persona a visitare l’azienda lissonese, perché «rappresenta un’eccellenza». Un’eccellenza costruita pazientemente nel corso dei decenni, grazie a un mix di inventiva e competenze uniche, sulle basi di un prodotto – come può essere una vite – spesso invisibile, eppure così indispensabile perché il motore dell’economia possa girare al meglio.

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