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Siria. Suore di Maloula “prigioniere” dei ribelli sono salvate dall’esercito. «Maria ci ha protetto» Video

settembre 13, 2013 Redazione

L’emozionante racconto dell’inviato del Giornale che ha raggiunto il monastero di Santa Tecla. «Se necessario io e i miei uomini moriremo combattendo. Meglio che sgozzati e decapitati»

«Un tempo era la piazza. Ora è il campo di battaglia dove si decide il destino di Maloula». Inizia così il reportage pubblicato oggi sul Giornale da Gian Micalessin, che sta seguendo sul campo il tentativo dell’esercito siriano di strappare ai terroristi islamici di al-Nusra l’antico villaggio cristiano, dove si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. «Ora le voci dei cristiani di Maloula sono lontane. Sopraffatte dalla guerra. Terrorizzate dagli Allah Akbar dei miliziani qaedisti di al-Nusra asserragliati lassù tra le mura del Convento di San Sergio e i ruderi di un hotel diventato, in questo 11 settembre siriano, il nuovo covo di Al Qaida», scrive.

«DIO VI BENEDICA». Poco sotto, «si stagliano le cupole del monastero di Santa Tecla. Lì da una settimana entrano ed escono solo i militanti jihadisti. Lì sopravvivono prigioniere una trentina fra suore e orfanelle. Il capitano Alì vuole andarle a prendere. Il piano sembra perfetto. (…)». Una volta riusciti ad entrare, sfuggendo ai tiri dei cecchini, l’inviato del Giornale e i soldati dell’esercito incontrano le suore: «”Che Dio vi benedica, che Dio vi benedica”, la superiora Felaja Sayaf ripete quelle due parole, poi s’interrompe, racconta. “Sabato i ribelli hanno fatto saltare a colpi di kalashnikov il portone d’ingresso, sono entrati e per quattro notti hanno dormito davanti al portone. Non ci hanno fatto nulla, ma ogni giorno entravano e controllavano”».

 RIBELLI CONTRATTACCANO. Una volta entrati, i soldati scoprono che «il carro armato è stato colpito. il vice di Alì e morto. I cecchini hanno fatto saltare la testa ad un altro degli uomini mandati alla rocca. E i sopravvissuti sono già ripiegati nella piazza del villaggio sotto di noi. A loro si sono uniti, contagiati dalla paura, anche i tre uomini con mitragliatrice e lanciagranate che il comandante aveva lasciato fuori dal convento per evitar sorprese. Alì non lo dice, ma non ci vuole molto a capirlo. Siamo soli. Il capitano, sette soldati, un cameraman, un interprete e il sottoscritto».

IL RITORNO DISPERATO. I rinforzi non possono arrivare, Alì «mi guarda e sussurra una frase da brivido. “Se ci trovano qui uccidono anche suore e orfanelle. Usciamo e tentiamo di scendere. Se necessario io e i miei uomini moriremo combattendo. Meglio che sgozzati e decapitati”. La madre superiore s’avvicina, ci segna la fronte con la croce, m’infila un’immagine della Madonna nel giubbotto antiproiettile. “Le nostre preghiere sono con voi, andate con il Signore”».

«LA MADONNA CI HA PROTETTI». Il gruppo scende, mentre «risplende la luna. Non appena il suo cono disegna le nostre ombre dieci, venti dita premono il grilletto. Una salva di piombo ricama la terrazza sopra le nostre teste, ma noi siamo già oltre, già più in basso. Come una muta impazzita rimbalziamo di viuzza in viuzza scivoliamo, barcolliamo, ci calpestiamo mentre le canne dei kalashnikov controllano ogni angolo. (…) Potrebbero essere ovunque, ma non ci sono. Gli spari sono solo sopra e noi, ora, siamo nella piazza. Alì mi abbraccia, mi sfila dal giubbotto la Madonna di madre Najaf. La bacia. “Siamo vivi, giornalista. Lei ci ha protetto”».

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2 Commenti

  1. ciccio says:

    tanta stima per Micalessin e tutti i giornalisti come lui…

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