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Simone, intervista al Corriere. “Sono prigioniero”

agosto 8, 2012 Redazione

Oggi sul Corriere della Sera appare un’intervista ad Antonio Simone. Il titolo è “Simone: sono prigioniero della politica (dei magistrati)”.

Oggi sul Corriere della Sera, a firma di Simona Ravizza, pagina 21 con richiamo in prima pagina, appare un’intervista ad Antonio Simone. Il titolo è “Simone: sono prigioniero della politica (dei magistrati)”. La riproduciamo qui di seguito.

Prima di essere giudicato dai giudici sente di dover essere perdonato o di doversi perdonare qualcosa?
Premesso che trovo una vergogna e contro la legge aspettare un processo in carcere, io ho chiesto perdono a chi, leggendo i giornali, si è scandalizzato dei miei presunti comportamenti lì riportati. Mi sento, comunque, peccatore dall’età in cui ho cominciato a usare la ragione. Ho seriamente paura di chi non si sente peccatore.

Perché considera sbagliata la sua carcerazione preventiva?
Oggi si usa la carcerazione preventiva come condanna preventiva, come forma di tortura (senza contare la gogna mediatica). Io sono in carcere perché non dico di aver corrotto… Il mio è un corpo sequestrato. Mi chiedo se piuttosto non sia configurabile il reato di tentata istigazione al suicidio, visto che contro ogni logica di giustizia, il proprio corpo resta l’ultima arma di difesa dei propri diritti e della dignità. Sono prigioniero della politica. Quella dei pubblici ministeri, quella dei mass media, quella dei partiti.

In carcere perché l’aiuta aggrapparsi all’immagine di don Luigi Giussani che lei ha attaccato alla cella e pregare?
Nella foto c’è don Luigi Giussani, con la sua storia, il carisma che ha ricevuto e che la Chiesa ha riconosciuto, in ginocchio davanti al Papa, cioè l’autorità della Chiesa. Il braccio è teso a offrire e accogliere la risposta del Papa che è un abbraccio e un bacio in fronte. Impressionante. Quella foto è parte della storia della Chiesa. Solo un laicismo narcisista e nichilista e, ancor peggio, l’ipocrisia di taluni “cattolici adulti”, può usare quanto sta succedendo intorno a Roberto Formigoni, per chiedere l’intervento del Vaticano contro Comunione e Liberazione. Io, che prego poco, guardo quella foto che ho appeso per ricordarmi di offrire la mia vita, comprese le sofferenze e peccati a chi mi ha dato la possibilità di vivere tutto con un senso, con un significato.

Che lavoro fa(ceva)?
Ora il carcerato. Prima, ho lavorato nel settore immobiliare fuori dall’Italia (Praga, Cile, Israele, Caraibi, Argentina) poi mi sono interessato di sviluppo sanitario.

Perché per i suoi business con il faccendiere Piero Daccò utilizzava società di copertura off shore?
Quando ho lasciato la politica nel 1992 ho cominciato a lavorare a Praga per due multinazionali francesi. Nel 1998 ho posto la residenza a Londra, visto che avevo solo interventi economici in giro per il mondo e non stavo più in Italia. Ho sempre avuto società rapportate al business che seguivo, ordinate secondo le leggi dei rispettivi Paesi. Se il principio della pianificazione o ottimizzazione fiscale fosse reato, si dovrebbero arrestare i consigli di amministrazione di quattro quinti delle società quotate in borsa. Banche in primis, vedi Unicredit-Profumo e altre decine di delle banche. Tremonti aveva in Lussemburgo un apposito e avviato studio di planning fiscale.

Lei si sente responsabile di quel che sta succedendo al suo amico governatore Roberto Formigoni, indagato per corruzione?
Non avendo corrotto mai nessuno e men che meno Formigoni, non mi sento responsabile del male che gli vogliono gli avversari politici, i gruppi di potere. In guerra ci sono morti e feriti, l’importante è che tutti capiscano che è stata dichiarata una guerra contro ciò che rappresenta Formigoni, non per le mete esotiche che sceglie per le sue vacanze natalizie.

Si è mai chiesto come mai le strutture private pagassero cifre folli per le consulenze sanitarie?
Per quanto riguarda il San Raffaele, vicenda a me completamente estranea, tuttavia, la spiegazione di Daccò è lineare e semplice: fatturava a fornitori del San Raffaele per restituire in nero, dopo aver detratto le sue competenze a Cal. Per quel che riguarda la Maugeri, come ha dichiarato Aldo Maugeri, se la lobby funzionava, i compensi erano giusti. “Ben vengano i fondi della Lombardia, e se è merito di Daccò, che considero un lobbista e non un corruttore, io dirò grazie” ( Repubblica , 11 maggio). Pensare che Daccò decidesse le funzioni corrompendo Carlo Lucchina o Formigoni vuol dire non conoscere nessuno degli attori. Il compenso commisurato sul fatturato, era ripetuto negli anni, cresceva, da qui l’evidenza di cifre importanti sempre da spalmare su 15 anni di rapporti economici.

I vostri compensi/commissioni si misuravano in milioni di euro, pagati in nero. Le conoscenze possono diventare una professione?
Io ho ricevuto secondo l’accusa 3 milioni di compensi in 10 anni da parte di Daccò per le consulenze nel campo sanitario. Altri compensi riguardavano le operazioni immobiliari realizzate in molti anni. Essendo io residente a Londra dal 1998 e fatturando sempre le prestazioni, parlare di “nero” non ha senso!

In che cosa lei era esperto per prendere una percentuale da Daccò?
In progetti innovativi in campo sanitario ed immobiliare. Ricordo solo che i progetti andati in porto hanno sempre prodotto un considerevole risparmio pubblico. Sia in Lombardia sia in Sicilia ciò che abbiamo realizzato ha fatto risparmiare centinaia e centinaia di milioni di euro alle amministrazioni regionali. La realizzazione della convenzione in Sicilia con la Maugeri elimina la necessità di migliaia di trasferimenti dal Sud al Nord per le cure a malati e per i parenti. Daccò, sul versante immobiliare, trovava in me un realizzatore di molti dei suoi progetti che seguiva in giro per il mondo e mi pagava a successo o con quote delle società operanti o con soldi.

Piero Daccò l’ha delusa?
Mi ha deluso e sono deluso di me stesso per la leggerezza avuta nel non rendere esplicite nelle forme di legge italiane le fatturazioni dei compensi che oggi sembrano il mistero da svelare.

Quando uscirà dal carcere, che cosa desidera fare?
Se rispondessi che vorrei tornare a lavorare, utilizzerebbero questa intervista per giustificare l’accusa di reiterazione del reato e mi lascerebbero per altri dieci anni in galera. In perfetto stile “politicamente corretto” dichiaro che mi dedicherò nella veste di giornalista, qual sono, alla ricerca della verità, contro le ipocrisie. In fondo come un pubblico ministero, senza arrestare nessuno. Sono garantista io.

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