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«Se la fede non diventa novità di vita, rimane opinione». Il vescovo Negri racconta il sinodo

novembre 8, 2012 Matteo Rigamonti

Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, in un incontro a Monza ha spiegato i contenuti del sinodo, cui ha partecipato su invito del Papa

Che cosa mai si saranno dette le schiere di porporati e vescovi che per quasi tutto il mese di ottobre si sono riuniti a Roma con il Papa durante i lavori del sinodo? Bastava essere ieri sera a Monza, all’Urban Center di via Turati 6, a due passi dalla stazione del treno, per scoprirlo. In una sala gremita da almeno duecento persone, molte delle quali in piedi, i presenti hanno avuto l’opportunità di ascoltare la testimonianza diretta di monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro, invitato dal Centro Culturale Talamoni, insieme all’arciprete di Monza, monsignor Silvano Provasi, a dialogare sul tema “Il mistero della Chiesa tra peccato e redenzione”. Negri è stato uno dei pochi prelati a essere stato invitato personalmente da Benedetto XVI al sinodo romano. Ecco di seguito i principali passaggi, liberamente appuntati da chi scrive, enucleati nel suo intervento di ieri dal vescovo di origini milanesi e da sette anni trapiantato nella diocesi sammarinese.

PERCHE’ LA CHIESA. «Se si vuole parlare della Chiesa oggi – ha esordito Negri – non si può che partire dalla nostra esperienza di uomini». Ma proprio la sua esperienza di uomo, prima che di prete e di vescovo, gli ha insegnato che oggi ad essere in crisi non è tanto la nozione di Chiesa, quanto piuttosto l’idea di “mistero”; e «quando si parla di Chiesa, in primo piano c’è sempre la parola “mistero”», perché «è il mistero di Cristo che si dà nella sua Chiesa». Gesù Cristo, infatti, «non è finito in un libro o in un’impostazione morale; è finito nel Suo popolo». Per questo, «per capire Cristo e la Chiesa oggi bisogna capire prima il mistero». Altrimenti è inevitabile scadere in una «riduzione intimistica» del fenomeno religioso. Del resto, anche Reinhold Neibuhr già aveva compreso che «non esiste risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone». E questo vale anche per l’uomo contemporaneo che «crede solo nella sua istintività» e «per risolvere i suoi problemi, non sa fare altro che affidarsi alla tecnica e alla tecnologia che è l’ultima delle tecniche» in una società ormai in preda a un «individualismo teso solo al raggiungimento del benessere».

MISTERO E MODERNITA’. È «la modernità che ha provato a eliminare il mistero», ha provato a ricacciare l’uomo nella totale «separazione tra ragione e mistero», respingendo l’idea stessa di “mistero”. «Nulla di misterioso ci sarebbe dunque nell’esperienza umana». Peccato che questo «filo conduttore imponente della modernità, che con i totalitarismi del Novecento è divenuto ideologia dominante, fino a portare gravi conseguenze nella vita della società», non è riuscito a «cancellare dal cuore stesso dell’uomo il bisogno di altro, del mistero». Nemmeno ora che è rimasto vittima degli innumerevoli “ismi” della storia. Nel cuore di questo uomo che, come diceva Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982, ricordato da Negri, «è annichilito ma non distrutto», il mistero, infatti, «anche se in negativo, è ancora presente». L’uomo, diceva Pascal, supera infinitamente l’uomo. E l’uomo, anche oggi, «vuole veder Dio, anche quando non gli sembra più possibile».

LA SAMARITANA E UN FATTO. È a questo punto che Negri entra nel vivo dei contenuti del sinodo di Roma. Perché non c’è uomo o donna che non abbia provato a sentirsi, almeno una volta nella vita, come la donna di Samaria che, «come genialmente l’ha descritta il Papa ai padri sinodali, si trova accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di trovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza, ma senza risorse reali per colmare la sete della vita. È una donna – continua Negri – che si trova nella stasi di una vita puramente reattiva». Ebbene, è a questa donna, che è ciascuno di noi, che «si presenta un uomo che si propone di camminare con lei». Una «proposta incredibile».

UN UOMO, NON UN’IDEA. «Il cristianesimo – spiega Negri – è questo fatto: il Mistero che si fa presente, si dice in una presenza: quello che voi non potete conoscere, io ve l’annuncio». Una presenza carnale, irriducibile, che «accetta la sfida della storia, dicendo: “io sono Dio”». È sorprendente per la sua concretezza il passaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica che monsignor Negri cita per rendere evidente la storicità di questo fatto: «Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazareth, nato ebreo da una figlia d’Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (Gv 13,3), “disceso dal cielo” (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. […] Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia”».

E OGGI? «Il Cristo nella Sua totalità, spiegava già Sant’Agostino, è il Cristo nella Chiesa – incalza il vescovo di San Marino – è qui che permane la Sua potenza di Crocifisso e Risorto». La Sua presenza, infatti, continua nella «struttura sacramentale della Chiesa». La potenza di Dio viene così «racchiusa nella materialità del pane e del vino», di una carnalità. Per questo anche noi oggi «Cristo lo incontriamo nel Suo popolo, nelle circostanze obiettive e concrete della vita», attraverso «l’assunzione critica delle questioni in cui ci imbattiamo». Ed è proprio «il mistero di Cristo alla base del mistero della Chiesa». Qui sta anche il compito dei cristiani oggi, spiega Negri, approfondendo il contenuto del sinodo sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana: «Indirizzare lo sguardo degli uomini al mistero di Cristo».

LA BATTAGLIA DELL’EDUCAZIONE. Il tema dell’educazione è stato al centro dell’intervento di monsignor  Negri nell’aula sinodale. «È soltanto nell’educazione che la fede diviene esperienza reale» e offre quella «forza morale che serve per camminare dietro al Signore». Infatti, solo verificando la pertinenza della fede alle esigenze della vita, proprio quelle che attanagliano la Samaritana seduta con l’animo vuoto sopra il pozzo, la fede «diviene esperienza di una presenza che ci cambia e dilata il cuore e la ragione». Se così non fosse la fede non diventerà mai «la novità della vita». Anzi, nel tempo, diventerà «opinabile». Ma c’è un test per verificare la fede per un cristiano? Sì. È «il primo richiamo che Gesù fa nel Vangelo: “metanoeite”, letteralmente “convertitevi”, convertite l’intelligenza, cambiate mentalità». È questo il «punto sintomatico di un modo nuovo di ragionare». Perché «la Chiesa ti educa nella misura in cui ti fa capire che la fede diventa cultura». Se no «rimane astratta». Qui «si gioca la maturità cristiana: in noi e nel mondo che desidera vedere questa mentalità nuova in noi». La fede che, come diceva anche San Carlo Borromeo, è «forma del cuore, della nostra umanità»; la fede che «abilita i credenti a comprendere meglio l’uomo», la fede di don Carlo Gnocchi che «formava un carattere nuovo e diverso». E questa è la «proposta che noi portiamo alla libertà di ciascuno». Ma ciò «non sarà possibile senza la certezza» sul mistero di Cristo.

E SE SBAGLIAMO? «Il tradimento – conclude Negri rispondendo alle domande del pubblico – non è altro che la conseguenza della miseria degli uomini. Certo, l’incoerenza svuota la vita della persona che fa esperienza dell’umiliazione. Ma il tradimento, prima di essere un tradimento morale è ideale. Noi dobbiamo essere responsabili, e chiedere di essere aiutati, in questa coerenza ideale. Allora uno matura. E diventa puro, cammina verso la purezza, come Egli è puro». Questo ha ricordato monsignor Luigi Negri, arcivescovo di San Marino e Montefeltro, ieri sera a Monza in un’aula gremita e attenta. Proseguendo con certezza sulla strada di quel pellegrinaggio che la Chiesa, come dice il De Civitate Dei di Sant’Agostino, conduce «tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio».

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11 Commenti

  1. Enrico scrive:

    La Chiesa non ci da del peccatore e non avrebbe da sè la sapienza per dirlo. Riconosce il nostro peccato confrontando la Parola e le nostre azioni e pensieri, questo fa e dobbiano esserle grati. E’ il peccato che ci schiavizza e seduce, non la Chiesa che ci mette in guardia.
    Se siamo confusi è perchè abbiamo perso il SENSO di colpa, del dovere, della lealtà, della trasparenza di quando eravamo bambini. Quando ero giovane sentivo dire del senso di colpa ciò che dici tu e siamo stati convinti a cassarlo come il male maggiore. Solo che da allora ho visto le persone peggiorare sempre più.
    Nessuno ti obbliga a credere di avere un Padre, ma non è così difficile credere nell’uomo, tutto intero, disgraziato e stupefacente. Il Nulla non esiste, è un’invenzione di chi si è arreso. Non ti arrendere Ema.

    • Emanuele scrive:

      Riconosce il peccato? Quale peccato? Non esistono peccati se non creati dalla chiesa per proprio comodo. Quando siamo bambini siamo liberi da ogni convezione sociale, sopo poi vianiamo convinti dall’educazione che pensare a noi stessi è un peccato e sbagliato, veniamo convinti che qualsiasi pensiero sessuale è brutto e ci dobbiamo scusare, veniamo convinti che bisogno ubbidire sempre e comunque ai nostri genitori. Le persone peggiorano sempre di più perché l’euducazione rigida e quella cattolina ci castrano nei nostri isitini e noi nostri modi di fare. Il senso di colpa è solo un modo per controllare meglio le persone.

      • Charlie scrive:

        Se ho capito bene è così, allora: la realizzazione di sé è liberarsi da ogni convenzione sociale.

        Cioè, per esempi: defecare ed orinare dovunque quando ne senti la necessità, fare sesso con chi capita quando ti viene la voglia, prenderti le cose che ti piacciono quando scatta l’impulso di appropriartene, affibbiare calci in culo a chi ti rompe, incazzarsi sovente coi tuoi vecchi, etc …

        E insistere spesso con questi ed altri comportamenti fin quando non sentirai più i sensi di colpa.
        Allora sì che uno sarà veramente libero.

  2. Daniele, Napoli scrive:

    se ho ben capito, secondo la sociologia religiosa:
    – a sinistra vi sono pochi fedeli che, per di più, non sempre seguono le indicazioni della religione;
    – a destra sono un po’ più osservanti, ma forse un po’ più pericolosi perché si può scivolare nel fanatismo.
    Rimane il centro, ma bisogna mostrare fermezza nel diffondere le proprie idee.
    Se è giusto e doveroso diffondere le proprie idee, è altrettanto giusto e doveroso rispettare gli altri. Invece non pochi partono dal presupposto che solo obbedendo alla propria religione si sta bene tutti.
    Di conseguenza non poche persone si sentono confuse.

    • Charlie scrive:

      Anch’io mi sento confuso, dopo aver letto questo commento.

      • Daniele, Napoli scrive:

        ho l’impressione, Charlie, che le persone vogliano partecipare, rendersi conto del perché delle cose.
        E credo che ciò potrebbe essere un bene anche per la religione, perché se uno si rende conto del perché potrà difendere e diffondere meglio ciò in cui crede.
        Sto parlando della vita quotidiana, ovviamente. Dove, ad es., le persone si chiedono «ma perché omosessuali e lesbiche non sono persone come tutte le altre?». Permettere loro di adottare un bambino lascia perplesso anche me, ma consentire al “coniuge” superstite di percepire la pensione di reversibilità, ad es., mi sembra che si potrebbe fare. Il Parlamento italiano, invece, non ha approvato nemmeno la legge contro l’omofobia.
        In materia di fede, invece, è differente. Lì bisogna obbedire; o cercarsi un’altra religione a proprio comodo.
        Essere al centro, come ho cercato di dire prima, significa tenere conto degli altri, pur mostrando fermezza nelle proprie idee fondamentali. Nella consapevolezza, però, che, fra molti anni, può darsi che ciò che non ci piace ora sia reinterpretato anche in materia di fede.
        Lo so, Charlie (ed altri), che ho confuso ancora di più. Ma se tu sei abituato ad obbedire acriticamente, devi solo chiedere la grazia affinché le tue orecchie odano, i tuoi occhi vedano, le tue mani tocchino, tu possa assaporare la bellezza del creato in tutta la sua interezza.

  3. Tasso scrive:

    Caro Emanuele, cerca di evitare (pre)giudizi che non appoggiano su nulla di concreto ma su una tua idea di una “Chiesa prepotente e cattiva che vuole controllare il mondo” e apri gli occhi che la realtà è molto diversa.

    Da dove pensi che nasca l’obbedienza che i cattolici hanno verso la Chiesa e il Cristianesimo? Ah no certo, so io cosa pensi: che fede e ragione non c’entrano un bel niente, che la Chiesa si è inventata tutto per controllare le menti della gente. Ti faccio solo notare che la fede cattolica non nasce da un’astrazione che qualcuno ha avuto, ma da un Uomo che sulla terra ha detto; io sono Dio e ha vissuto e agito in un modo incredibilmente fuori dal comune.

    A differenza di te io qualche domanda me la faccio: come può un uomo, anche con grandi attributi, avere tanta gente che lo segue in tutto il mondo, che ha fede in Lui, che si professa peccatore (che non è una cieca obbedienza a un dogma, ma il riconoscimento che da soli si fa poco e male e che dipendiamo interamente da Lui)?

    Ti auguro di incontrarLo come l’ho incontrato io perché ti posso assicurare che ti cambia la vita (in meglio)!

  4. Jolanda scrive:

    Uscire dalla stasi di ha vita puramente reattiva.
    Verificare
    Voler vedere Dio
    Per un carattere nuovo e diverso …. Ci sto

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