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Scrive contro azienda di regime. Arrestato e costretto alla “confessione spontanea”. Così funziona la giustizia in Cina

ottobre 29, 2013 Leone Grotti

Chen Yongzhou è stato arrestato senza processo con l’accusa di aver scritto falsità su un’azienda. Il suo giornale ne ha chiesto la liberazione in prima pagina, poi è arrivata la marcia indietro

«Per piacere, liberatelo». Tutti i maggiori quotidiani del mondo hanno ripreso l’appello fatto in prima pagina a caratteri cubitali dal New Express (nella foto), giornale cinese del Guandong, che lo scorso mercoledì 23 ottobre si è rivolto direttamente e in modo inusuale alle autorità del governo comunista per chiedere la liberazione del suo reporter Chen Yongzhou.

LE ACCUSE DI CHEN. Chen era stato arrestato la settimana precedente dalla polizia e accusato di aver «danneggiato la reputazione economica» dell’azienda Zoomlion con dieci articoli negli ultimi 18 mesi. Secondo il giornalista, la ditta che produce macchinari pesanti per l’edilizia, e che gode di ottimi appoggi istituzionali essendo partecipata dallo Stato, truccava i bilanci e gonfiava i dati delle vendite.

 “CONFESSIONE SPONTANEA”. Anche in Cina il caso di Chen ha fatto scalpore ma tutto è finito questo fine settimana quando il giornalista è apparso alla tv di Stato, in manette e in divisa da detenuto, e ha “confessato” affiancato dagli ufficiali di polizia davanti a un miliardo e trecento milioni di cinesi: «Voglio ammettere le mie colpe e mostrare di essere pentito – ha detto con il volto terreo -. Spesso non ho verificato le notizie scritte nei miei articoli. Ho danneggiato la Zoomlion e anche il giornalismo e l’ho fatto solo perché desideravo soldi e fama. Ammetto i miei errori».

MARCIA INDIETRO. Dopo la “confessione” di sabato, il New Express domenica ha dovuto cambiare rotta e scrivere così in un editoriale: «Questo giornale non è stato sufficientemente rigoroso nel verificare i fatti. Dopo l’incidente abbiamo preso misure inappropriate, danneggiando gravemente la credibilità dei media. D’ora in avanti promettiamo di rispettare l’etica giornalistica e le sue regole». Solo pochi giorni prima, però, avevano scritto il contrario.
La marcia indietro ha colto di sorpresa i grandi quotidiani come il Corriere della Sera, che dopo aver parlato del «giornale dalla “schiena dritta” che sfida il partito» ha rettificato tutto spiegando quanto avvenuto con una “battaglia tra potentati”. Chen, infatti, sarebbe stato pagato da un’azienda rivale di Zoomlion per diffamarla.

«CI HANNO OBBLIGATO». Fine della storia? In realtà, no. La “confessione” di Chen ad appena due giorni dallo scoppio del caso solleva qualche dubbio sulla spontaneità delle dichiarazioni. Infatti, come fa notare un avvocato di Shenzhen a Bloomberg, «non c’entra se Chen è colpevole o no, le procedure qui sono state violate. Anche se la polizia crede che di avere le prove, tocca a un giudice decidere se un uomo è colpevole o meno».
I dubbi sui metodi della polizia cinese, famosa per estorcere confessioni a suon di torture, sono confermati da un giornalista del New Express, che in forma anonima ha dichiarato al South China Morning Post di Hong Kong: «È un giorno disgraziato per il mio giornale. È stato un ordine dall’alto [che ci ha obbligato a fare marcia indietro]. Le nostre intenzioni erano buone ma non possiamo battere il governo, è troppo potente. Chen è solo carne da macello».

RITORNO ALLA RIVOLUZIONE CULTURALE? Con il nuovo presidente Xi Jinping i cinesi si stanno abituando alle confessioni di presunti criminali in televisione, come quelle che avvenivano in piazza ai tempi della Rivoluzione Culturale. Prima di Chen, anche Charles Xue era stato costretto ad umiliarsi davanti a tutto il paese ammettendo i propri errori, solo per aver scritto dei commenti troppo critici del governo su internet.

GIUSTIZIA MADE IN CINA. La Cina è famosa per la sua giustizia “efficiente”. Secondo il primo (e unico) studio empirico mai fatto sul sistema legale del paese comunista, basato su ricerche durate 15 anni, in Cina il 95 per cento degli imputati confessa il reato e le condanne si basano quasi esclusivamente sulle confessioni. Su 1.144 casi presi in esame, solo 19 volte le accuse si sono basate su deposizioni di testimoni e solo in un caso è stato ascoltato un testimone in tribunale. Le confessioni, inoltre, vengono rilasciate alla polizia, e non ai giudici, e secondo gli avvocati sono estorte con la tortura. I due terzi delle udienze delle corti inferiori e un terzo di quelle intermedie, infine, durano meno di un’ora.

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