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Referendum 12-13 giugno: sorella acqua ma quanto ci costi?

giugno 8, 2011 Rodolfo Casadei

La campagna referendaria sulla privatizzazione delle reti idriche è iniziata tra pregiudizi e digiuni in piazza San Pietro. L’“oro blu” di Stato è già un dogma. Ma il vero nemico del bene comune è lo spreco. E si paga pure quello. Ecco tutti i tubi bucati

Pubblichiamo l’analisi di Rodolfo Casadei “Sorella acqua ma quanto ci costi?”, apparsa sul numero 22 di Tempi, dal 2 giugno in edicola, dal titolo Fare sul serio.

Un miliardo di persone al mondo non ha accesso ad acqua pulita e potabile, due miliardi e mezzo non dispongono di fogne per il trattamento delle acque reflue, ogni anno muoiono 12 milioni di persone per mancanza di acqua non contaminata, ma per i paladini dell’acqua “bene comune” la vera minaccia che incombe sull’umanità è la sua “trasformazione” in merce e l’ingresso dei privati nel settore idrico. Per questo convocano digiuni in piazza san Pietro, per questo hanno raccolto 1,4 milioni di firme referendarie per impedire che anche in Italia la peste del profitto possa abbattersi su sorella acqua.

Fa niente se negli assetati, disserviti, inquinati paesi poveri il 97 per cento dei servizi idrici li gestisce tuttora lo Stato; fa niente se nei paesi in via di sviluppo nei quali i privati hanno investito nella fornitura d’acqua e nella rete fognaria in media l’80 per cento della popolazione ha accesso all’acqua potabile, contro il 73 per cento dei paesi privi di investimenti privati; fa niente se l’Italia, dove i privati gestiscono solo il 9 per cento del sistema, è al secondo posto in Europa (dietro la Grecia) per acqua sprecata (ben il 37,3 per cento di quella immessa in rete secondo la Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, ben il 47 per cento secondo l’Istat), mentre ci sono cittadine del Sud che vedono uscire l’acqua dal rubinetto solo due-tre giorni alla settimana e nemmeno nella ricca Firenze è totalmente garantita la sua depurazione.

Fa niente se per rimettere in sesto gli acquedotti e la rete fognaria italiana, per garantire il servizio a tutti ed evitare di degradare l’ambiente e minare la salute ci vorrebbero investimenti per 65 miliardi di euro (c’è chi dice addirittura 80), e noi siamo il quarto paese più indebitato del mondo, e nei prossimi tre anni dovremo tagliare altri 46 miliardi di spesa pubblica all’anno per tre anni, secondo la Corte dei Conti.

Fa niente: l’acqua e i servizi che la riguardano devono restare pubblici, i soldi ce li deve mettere lo Stato. I dogmi contano più della realtà. E infatti l’avanguardia del movimento contro la “privatizzazione” conta sacerdoti come padre Zanotelli e vescovi come quello di Reggio Emilia, che però riguardo al referendum mostrano una paurosa ignoranza circa l’oggetto del contendere. Invitando tutti i cittadini a votare “sì” nel referendum del 12-13 giugno, monsignor Adriano Caprioli ha infatti scritto: «L’acqua è fonte di vita. Privatizzare l’acqua significa diventare proprietari della vita altrui. Perciò l’acqua deve restare pubblica».

Ma la legge Ronchi, oggetto del referendum, non privatizza affatto l’acqua: «L’acqua è e resta un bene pubblico. Questo concetto viene ribadito all’art. 15 del Decreto Ronchi che parla di “piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche”», spiega Oscar Giannino, presidente del Comitato per il No ai referendum. «Così come pubbliche resteranno le infrastrutture e le reti. Il vero punto di innovazione è la trasparenza nella individuazione del gestore. Non più monopoli di fatto, ma libero mercato, per assicurare ai cittadini una gestione più efficace, efficiente e quindi economica». Dunque non la privatizzazione, ma liberalizzazione del servizio è l’oggetto della legge Ronchi e dei referendum abrogativi. Un dibattito non demagogico dovrebbe rinunciare alla propaganda dai toni savonaroliani e concentrarsi sulla domanda: la liberalizzazione migliora il servizio o lo peggiora? L’esperienza insegna infatti che la partecipazione dei privati può essere positiva o negativa, produrre successi ma anche insuccessi.

Nei paesi in via di sviluppo, per esempio, negli ultimi quindici anni l’ingresso dei privati è stato un successo in Cile, Guinea Conakry, Marocco, Gabon e Cambogia, un fallimento o un mezzo fallimento in Bolivia, Argentina e Filippine. In paesi industrializzati come la Francia c’è un certo andirivieni dal privato al pubblico, e un certo rimpallo delle responsabilità degli insuccessi. E poi c’è la questione principale, quella che, più degli astratti moniti a sfondo sacrale, potrebbe far pendere l’esito del voto dalla parte del “sì”: ovunque l’ingresso dei privati si accompagna a una maggiore efficienza del servizio, ma anche a rincari di bolletta.

Perché i cittadini dovrebbero gradire? «Noi siamo il paese europeo nel quale l’acqua costa meno in rapporto al reddito medio pro capite, solo la Norvegia ha un costo minore del nostro», spiega Paolo Togni, membro del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche (Conviri) dal 1995 al 2000 e autore di un Testo unico della normativa sulle acque commissionato dalla Presidenza del Consiglio nel 1994, e del Codice della legislazione delle acque. «In Italia l’acqua sembra costare poco, ma così non è: a essere leggera è solo la bolletta. Oltre alla bolletta, noi sopportiamo tutta una serie di altri costi, coperti con sovvenzioni dalla fiscalità generale. L’acqua consumata dall’agricoltura, che rappresenta il 70 per cento del totale italiano, la paghiamo tutti attraverso le tasse, però non compare nella bolletta; tutta l’acqua che va perduta nei tubi (37 o 47 per cento secondo le diverse fonti, ndr) la paghiamo attraverso la fiscalità generale. L’acquedotto della regione governata da Nichi Vendola ha perdite per il 54 per cento dell’acqua immessa, e a pagarle siamo tutti noi».

Non solo in bolletta
«Oggi il costo del servizio è visibile e trasparente solo per la parte che compare nella tariffa», conferma Giannino. «C’è una larga parte di costo “oscuro”, pagata con la fiscalità generale, che grava sui cittadini a prescindere dal livello dei consumi. In futuro, ognuno pagherà per quello che consuma e ciò darà una forte spinta al risparmio della risorsa idrica. Anche qualora le tariffe dovessero aumentare nel breve periodo, il costo reale del servizio per i cittadini scenderà. La tariffa, oltre a essere più equa e trasparente, diminuirà nel tempo». Spiega Togni: «Il giorno che i contadini pagheranno il prezzo pieno dell’acqua che usano, tenderanno a risparmiarla; l’eventuale rincaro del prezzo della verdura non sarà mai superiore alle risorse fiscali che lo Stato risparmierà cessando di sovvenzionare il prezzo dell’acqua».

Questi effetti virtuosi però ancora non si vedono, nei pochi casi italiani di affidamento del servizio a privati o a consorzi pubblico/privato. E questa potrà essere un’altra carta in mano ai fautori del “sì”. «Le problematiche sono due», spiega Togni. «La prima riguarda le modalità del contratto fra gestore ed ente pubblico affidante, e questa è stata un’operazione che fra il 1995 e il 1997 la sinistra ha fatto malamente in tutte le regioni, perché ha affidato la rilevazione delle strutture e l’elaborazione dei programmi a suoi soggetti incapaci che hanno preso i quattrini senza fare praticamente nulla. La seconda è quella dell’affidamento, finora per lo più avvenuto con modalità poco trasparenti. Le gare vanno fatte veramente, al più presto e in maniera trasparente».

Forse più che dividersi come guelfi e ghibellini sull’apertura ai privati bisognerebbe organizzare meglio e dare più poteri agli enti di controllo. «Questo è il tasto dolente», si lamenta Togni. «Il Conviri doveva esercitare quel ruolo, ma Pecoraro Scanio l’ha completamente depotenziato e da allora non s’è fatto più nulla». Sull’argomento l’Ecomomic Survey of Italy 2011 dell’Ocse è impietoso. «Il rapporto dedica ampio spazio ai servizi pubblici locali, sottolineando che le magagne nascono da politiche tariffarie incoerenti e dai troppi conflitti di interesse», spiega Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni. «Tali conflitti dipendono dal fatto che le società dell’acqua sono possedute, controllate e addirittura gestite dagli stessi enti pubblici che dovrebbero sorvegliarle. Il controllato si controlla da sè».

A questo proposito, la vittoria dei “sì” nel referendum peggiorerebbe soltanto le cose: «I referendum negano la necessaria separazione delle funzioni di indirizzo, governo, controllo da quelle gestionali: sono mestieri diversi, con competenze molto diverse, mantenere questa confusione porta a perpetuare inefficienze», commenta Oscar Giannino. Ma il suo atto d’accusa è molto più radicale.

Gestione “in House”
Il vero obiettivo, non dichiarato, dei referendum sarebbe quello di «far tornare l’intero settore in Italia alla gestione “in house” da parte dei Comuni, senza alcuna gara pubblica e dunque tornando a far regnare in materia opacità, sussidi incrociati, tariffe speciali a fini clientelari, piante organiche sempre più estese di dipendenti pubblici a tutti gli effetti». Sarebbe questa la ragione per cui, accanto a qualche tonaca, si sono viste tante fasce tricolore ai banchetti per la raccolta delle firme referendarie. «Nella situazione attuale», spiega Togni, «il sindaco è il padrone dell’ente a cui ha affidato direttamente la gestione dell’acqua, cioè controlla un soggetto che fattura milioni o miliardi di euro e che ha centinaia o migliaia di dipendenti. È lui che nomina gli amministratori: un bell’esercizio di potere. Ci si può stupire che i sindaci mediamente siano contrari al passaggio alle gare aperte ai privati?». Ma con una grande foglia di fico con su scritto “no alla privatizzazione dell’acqua, bene comune” tutto questo si può nascondere molto bene.

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