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Perché bisogna dare una mano al più radicale che abbiamo: Stefano Parisi

dicembre 18, 2016 Luigi Amicone

È troppo “normale”, dice chi vuole che una lunga ordalia si abbatta ancora sull’Italia per ripulirla fino all’osso. Ma poi, ripulito l’osso, per farne che?

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Pubblichiamo la rubrica di Luigi Amicone contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

A tutti coloro che danno già per morto Stefano Parisi rispondiamo con le parole del nostro nuovo amico Mario Martucci: «Parisi mi piace perché rappresenta l’ala tory della destra, la parte propositiva, aperta, che non arretra davanti ai problemi». Ecco, dal nostro punto di vista di partigiani della prima ora, confermiamo le parole del katanga che a noi ciellini ci fece vedere le prime cinque stelle manesche. E rilanciamo. Abbiamo bisogno di persone serie come Parisi. Persone che i problemi li guardino in faccia e che alla politica che finisce puntualmente in Crozza, spot e tweet, mettano davanti senso di responsabilità, idee e sudore per mettere in piedi qualcosa.

Basta con le infornate di “fuori dall’Europa!” e “vaffa”. Cosa si deve ancora demolire in un paese dove ira, accidia, avarizia e tutti gli altri vizi capitali festeggiano lo sconquasso e brindano sulla fine di chiunque abbia provato a costruire invece che a disfare qualcosa?

È vero, il filo tessuto da Parisi è tenue. Suggerisce garbo, mitezza, buon senso. Troppo “normale”, dice chi, non pago dei tre giovani su quattro che non lavorano e dei tre pensionati su cinque lavoratori che mantengono le pensioni, crede di saperla lunga sull’ordalia che dovrebbe ancora abbattersi sulla società per ripulirla fino all’osso. Ma poi, ripulito l’osso, per farne che? Per darlo in pasto alla troika europea? Salvare l’Italia affondando tutti insieme come “cittadini”. Ecco cosa hanno in mente gli apritori del parlamento come una scatola di tonno.

Parisi sarà pure mingherlino e per niente facinoroso. Però sa che il cambiamento non è questione di simpatici barzellettieri, orlandi furiosi o prestigiatori di clic. È il più radicale che abbiamo: vuole un flat tax ben studiata e vuole scatenare innovazione e libertà di educazione. Vuole che i giovani siano messi nella condizione di assumersi la responsabilità di fare una famiglia e vuole che le famiglie siano messe nelle condizioni di fare figli. Vuole che l’Italia abbia una politica estera, una immigrazione sotto controllo, non si fida delle ong benintenzionate. E crede sul serio nel privato, essendo stato sia manager pubblico sia imprenditore in proprio, contando di investire sulle aziende e non in spesa pubblica. Parisi si è reso conto che il Sud è allo sbando in ogni ordine di infrastruttura, servizio, produttività. E che il Nord, a furia di pagare il conto per tutti, è a un passo dalla disperazione secessionista.

Certo, scontiamo la regressione bestiale di vent’anni di giornalismo monocorde, accecato dalla nota sbagliata e copiata dalle procure, della politica da ripulire, legalizzare, moralizzare e, infine, azzerare con leggi cretine. Leggi per le quali meno fai e meno rischi di avere guai. Hanno fatto il deserto. E adesso vorrebbero chiamarlo “pace”. Fatevi un giro al Sud e fotografate l’anarchia: dove vent’anni fa comandava la politica, benché corrotta, oggi comanda la malavita. Fatevi un giro al Nord e fotografate la demografia: quel poco di gioventù che ci è rimasta è impagliata tra un aperitivo e l’altro, consegnata all’apatia da web, pasticche ed ebrezza alcolica.

Perciò insistiamo: bisogna tornare a fare comunità e a farla intorno a persone serie, positive, attive. Ci tocca dare una mano a Parisi di qua. E a Renzi di là. Ma se alle elezioni vincessero i grillini, evviva la democrazia. Che facessero dell’Italia la stessa chiavica che stanno facendo di Roma.

Ora che non c’è più niente
Vero. C’è chi può (Grillo ha un bel gruzzolo e niente da fare se non spettacolo). E c’è chi non può (il ceto medio che non sa più dove sbattere la testa). Allora è un “basta!” supremo quello che deve scuotere come un terremoto lo Stato romano tardo decadente. C’è bisogno di dare e darci una mano da Bolzano a Canicattì. Questo è il cammino che Parisi ha intrapreso, dopo l’epoca berlusconiana e sperando che Berlusconi non si tiri indietro proprio ora. Ora che nel centrodestra non c’è quasi più niente e c’è invece bisogno ancora di lui per distribuire le carte.

Megawatt e lampadina accesa, energie per l’Italia. Dietro le metafore parisiane abbiamo visto spuntare in tutto il paese tante persone di qualità, gente che è ancora disposta a rischiare per il bene comune. Anche per questo, il governo che sta per nascere può avere in cima un nome qualunque, ma non può, sbrigati gli affari correnti, procrastinare il tempo delle elezioni. Dopo tre primi ministri “nominati” e quasi dieci anni di “governi del presidente”, si deve votare e far decidere al popolo di che vita politica vuol vivere o di che morte antipolitica vuol morire.

Foto: Ansa

 

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