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Pasqua. Accadde a Gerusalemme

aprile 10, 2012 Michele Piccirillo

Ripubblichiamo un articolo apparso su Tempi il 10 aprile 1996. L’autore è Michele Piccirillo, scomparso nel 2008, uno dei più illustri archeologi della Palestina, dello Studium Franciscanum, autore di fondamentali scavi in Giordania presso il Monte Nebo e di scoperte legate ai mosaici del VI secolo di Madaba.

Gesù saliva a Gerusalemme per il normale pellegrinaggio della comunità giudaica durante le feste. Venendo da Gerico fa sosta a Betania ospite di Lazzaro, Marta e Maria nel villaggio sul versante orientale del monte degli Olivi. Dal monte contempla con i suoi discepoli il Tempio sottostante e piange sulla prossima rovina della città. Da Betfage parte il corteo improvvisato che lo acclama re e Messia. Si sofferma volentieri a discutere nell’atrio esterno del Tempio. Passa nelle vicinanze della piscina di Betesda dove guarisce un paralitico. Invia un cieco nato a lavarsi gli occhi nelle acque della piscina di Siloe. Celebra la Pasqua con i suoi discepoli nella sala grande messagli a disposizione da un amico. La sera preferisce uscire dalla città e passare la notte in un podere chiamato Getsemani al di là del torrente Cedron, dove viene arrestato. Condotto nel palazzo di Anna, suocero del sommo sacerdote Haifa, di primo mattino viene presentato al governatore romano. Pilato lo giudica e condanna nel pretorio.
 Condannato a morte Gesù «portando lui stesso la croce si diresse verso il luogo del Cranio, che in ebraico si dice Golgota», dove viene crocifisso. Amici lo seppellirono in una tomba vuota poco distante messa a disposizione da Nicodemo, un simpatizzante del rabbi galileo.

Nel racconto dei Vangeli c’è lo 
scarno resoconto della vita di
 Gesù, ebreo nato e vissuto nella 
Palestina occupata dai romani.
 Oggi, nonostante che (secondo 
una statistica del 1995) su 
561.000 abitanti, (400.000 
ebrei, 149.000 musulmani) i
 cristiani sarebbero soltanto
 12.000 tra cattolici e ortodossi
 suddivisi nei diversi riti (Latini,
Greci, Maroniti, Armeni, Siriani,
 Copti, Caldei, Abissini e Protestanti); nonostante più di otto secoli di rioccupazione islamica (a partire dal 1187) la forte impronta cristiana della città di Gerusalemme non è venuta meno.
Come si è formata la topografia 
cristiana di Gerusalemme? Tutti 
gli autori moderni sono concordi nell’affermare che la Santa Città di Gerusalemme ha avuto il suo inizio con la decisione presa nel 325 dall’imperatore Costantino di onorare con un monumento degno di Dio la tomba di Cristo e il luogo del suo martirio La Roccia del Calvario. Decisione che la letteratura di poco posteriore (a cominciare da Ambrogio 390) mette in relazione con il viaggio intrapreso nel 323 da Elena Augusta, madre di Costantino, seguita da Eutropia suocera dell’Imperatore. Testimone dell’impresa edilizia che cambiò l’assetto urbano della città romana di Aelia Capitolina voluta dall’imperatore Elio Adriano verso il 130 d.C. è quell’Eusebio che tenne il discorso ufficiale il giorno dell’inaugurazione della basilica nel 335.

Stando ai Vangeli, la tomba di Gesù era una tomba nuova scavata nella roccia chiusa da un masso di forma rotonda, che si trovava non molto distante dalla roccia del Golgota – Calvario nelle vicinanze della città. Una prima localizzazione topografica dei due siti legati alla morte e alla resurrezione di Gesù sulle pendici orientali del Ghareb, la collina occidentale della città, la troviamo nelle testimonianze di Eusebio e di Girolamo e poi di Sozomeno Rufino, Socrate e Teodoreto di Ciro. I due autori ricordano l’ordine dell’imperatore Adriano di costruire nell’area un edificio di culto pagano nell’ambito della nuova città da lui ricostruita.
Scrive Eusebio nella Vita di Costantino: «E questa grotta salvifica (la tomba di Gesù) che alcuni atei e empi avevano pensato di fare sparire dagli (occhi degli) uomini, credendo stoltamente di nascondere in tal modo la verità. E così con grande fatica vi avevano scaricato della terra portata da fuori e coperto tutto il luogo; lo avevano poi rialzato e pavimentato con pietre nascondendo così la divina grotta sotto quel grande cumulo di terra. Quindi, come se non bastasse ancora, sulla terra avevano eretto un sepolcreto veramente fatale per le anime edificando un recesso tenebroso ad una divinità lasciva, Afrodite, e poi offrendovi libazioni abominevoli su altari impuri e maledetti. Perché solo così e non altrimenti pensavano che avrebbero attuato il loro progetto, nascondendo cioè la grotta salvifica con simili esecrabili sporcizie».

Girolamo scrivendo al prete Paolino è più preciso del vescovo di Cesarea: «Dai tempi di Adriano fino all’impero di Costantino per circa 180 anni si venerava sul luogo della resurrezione la statua di Giove e sulla roccia della croce una statua in marmo di Venere posta dai Gentili. Nelle intenzioni degli autori della persecuzione ci avrebbero tolto la fede nella resurrezione nella croce se avessero profanato con gli idoli i luoghi santi». Testo rincarato successivamente da Eutichio patriarca di Alessandria (IX secolo) «Si riempiva la città di Gerusalemme di Greci e vedendo i cristiani che venivano all’immondezzaio sotto il quale era il santo sepolcro e il Cranio e pregavano, l’impedirono e costruirono su quell’immondezzaio un altare al nome di Venere e dopo ciò nessuno dei cristiani poté avvicinarsi a questo immondezzaio» (il testo è in arabo e si insiste sulla parola di disprezzo con la quale i musulmani chiamavano il santo Sepolcro con qiyamah ma qamamah!).

La profanazione adrianea parallela a quella compiuta nell’area del Tempio degli Ebrei, a Betlem sulla grotta della Natività e sul monte Garizim, luogo santo dei Samaratini, fa da collegamento tra gli avvenimenti evangelici e la nuova situazione venutasi a creare con l’ordine di Costantino che diede origine alla città Cristiana. «Così presso lo stesso testimonio salvifico – scrive Eusebio a conclusione del suo racconto sulla costruzione della basilica del Santo Sepolcro – veniva edificata la nuova Gerusalemme di fronte all’altra ben nota dell’antichità». Dopo quasi due secoli, 180 anni circa come precisa Girolamo, Costantino forte della sua posizione di Pontefice Massimo della moribonda religione statale, diede ordine di demolire gli edifici pagani alla ricerca dei due santuari. Si trattò non solo di una demolizione ma di un vero scavo in profondità, come risulta dalle parole di Eusebio: «L’imperatore non trascurò affatto quell’area che tanti materiali impuri mostravano occultata… E diede ordine di sgombrarla… Dato l’ordine venivano subito demolite da cima a fondo le invenzioni dell’inganno e venivano distrutti e abbattuti gli edifici dell’errore con tutte le statue e le divinità… Comandò di portare via e scaricare lontanissimo dal luogo il materiale di pietre e di legno degli edifici abbattuti… Volle dichiarare sacro lo stesso suolo e comandò di fare nell’area uno scavo molto profondo e di trasportare la terra scavata in un Luogo lontano e remoto…».

Fu da questo scavo in profondità che venne alla luce la tomba venerata. Scrive Eusebio: «E quando, (rimosso) elemento dopo elemento, apparve l’area al fondo della terra, allora contro ogni speranza appariva anche tutto il resto, ossia il venerando e santissimo testimonio della resurrezione salvifica e la Grotta più santa di tutte riprendeva la stessa figura della resurrezione del Salvatore». L’imperatore – sempre nel racconto dello storico contemporaneo dei fatti – diede l’ordine «di costruire una casa di preghiera degna di Dio con una magnificenza sontuosa e regale… una basilica non solo migliore di tutte le altre ma che pure il resto sia tale che tutti i monumenti più belli di ogni città siano superati da questo edificio». Incaricò perciò Draciliano vicegerente dei prefetti e governatore della provincia di provvedere a tecnici, operai e tutto il necessario per la costruzione della basilica a spese dell’erario. Gli architetti Zenobio e Eustazio (i nomi ci sono stati conservati da Girolamo e da Teofane) non delusero l’imperatore. L’Aelia Capitolina di Adriano aveva perso un luogo di culto pagano, la Gerusalemme cristiana si era arricchita di un complesso sacro e monumentale degno di Roma, dove nello stesso tempo era sorta per ordine dell’imperatore la basilica di San Pietro sul colle Vaticano. «Così presso lo stesso testimonio salvifico – conclude Eusebio – veniva edificata la nuova Gerusalemme di fronte all’altra ben nota dell’antichità».

Il dado di roccia che racchiudeva la tomba di Gesù isolato dalla montagna era stato lasciato in loco al centro di un grandioso mausoleo a esedra trilobata con facciata a est, chiamato Anastasis o Resurrezione. Verso oriente, seguiva un cortile a cielo aperto circondato su tre lati da un portico colonnato dove nell’angolo di sud-est si innalzava la Roccia del Calvario (chiamato il Triportico). Al lato orientale del triportico era unita una grandiosa basilica per le celebrazioni liturgiche che con un nartece e propilea colonnati dava sulla strada principale della città, chiamato Martyrium (testimone della morte e resurrezione).
Con la basilica del Santo Sepolcro, «il monumento della vittoria del Salvatore sulla morte» l’imperatore diede ordine di costruire, “onorò” nel vocabolario di Eusebio, la grotta della Natività a Betlem, la cima del monte degli Olivi, (la basilica fu perciò detta Eleona), e il santuario dell’apparizione di Dio ad Abramo a Mambre a nord della città di Hebron.
Scrive Eusebio: «Scegliendo in quella regione tre luoghi che avevano l’onore di possedere, tre mistiche grotte, li ornò di ricche costruzioni stabilendo alla grotta della prima manifestazione la venerazione che le era dovuta, onorando nell’altra sulla sommità del monte Oliveto la memoria dell’ultima Ascensione, esaltando nella grotta intermedia (S. Sepolcro) le vittorie con le quali il Salvatore coronò tutto il suo combattimento. L’imperatore abbellì tutti questi luoghi facendo risplendere dappertutto il segno della salvezza».

Fu solo l’inizio della nuova Gerusalemme cristiana. Per seguire l’attività edilizia che cambiò progressivamente Aelia Capitolina nella città santa di Gerusalemme, “la città dei cristiani” come scrisse un monaco nel settimo secolo, con la costruzione di santuari e monasteri, dobbiamo affidarci alla memoria dei pellegrini.
Il primo testimone è il pellegrino anonimo di Bordeaux che venne a Gerusalemme nel 333 quando i cantieri della basilica del Santo Sepolcro e quello dell’Eleona erano ancora aperti. Gli vengono mostrati alcuni luoghi di Aelia messi in relazione con episodi evangelici: il posto della guarigione dello storpio alla piscina di Betesda; la piscina di Siloam circondata da colonne; la casa del Sommo Sacerdote Haifa; il luogo del Praetorio; il luogo del Tempio testimone dell’avveramento della profezia di Gesù.
La pellegrina Egeria (siamo nel 381-84) ricorda già diverse chiese che nel frattempo erano state costruite su alcuni luoghi oltre alla basilica del Santo Sepolcro e a quella dell’Eleona: il Lazarion di Betania, l’Imbomon sul monte degli Olivi, la basilica del Getsemani e la Santa Sion.

Sono le chiese che Girolamo, che in quegli anni viveva nei pressi della grotta della Natività a Betlemme, ricorda traducendo in latino l’Onomasticon dei Luoghi biblici di Eusebio, e nel ricordo commosso del pellegrinaggio dell’amica Paola. «(Paola) entrò in Gerusalemme (dalla porta nord)… percorse d’intorno (et cuncta loca tanto ardore ac studio circumivit) tutti i luoghi con tanto ardore e passione, che se non avesse dovuto affrettarsi verso gli altri, non poteva staccarsi dai primi, e prosternata davanti alla croce, quasi vedesse il Signore sospeso, restava in preghiera. Entrata nel sepolcro della Resurrezione, baciava la pietra che l’angelo aveva rimosso dalla porta del sepolcro, e come se nella sua fede fosse assetata di acque desiderate, lambiva con le labbra il luogo dove era giaciuto il corpo del Signore… Uscendo di qui ascese a Sion… Qui si mostrava una colonna di sostegno al portico della chiesa, tinta del sangue del Signore, avvinto alla quale si dice che fosse stato flagellato. Veniva mostrato (monstrabatur) il luogo ove lo Spirito Santo era disceso».

Nel quinto secolo si assiste ad una rinnovata attività edilizia dovuta all’arrivo in città di Melania la Giovane una nobildonna della capitale Costantinopoli che fissò la sua dimora sul monte degli Olivi in un monastero da lei costruito, e dell’imperatrice Eudocia moglie di Teodosio II che dopo una prima visita si stabilì a Gerusalemme dal 444 al 460 anno della sua morte. All’imperatrice si deve prima di tutto la costruzione del muro che inglobò all’interno della città il monte Sion cristiano e la collina dell’Ofel sulla quale sorgeva la città dei Gebusei conquistata da Davide.
Inoltre l’imperatrice fece costruire la chiesa di Siloam ristrutturando il portico preesistente di epoca romana e la basilica di Santo Stefano fuori la porta nord della città dove furono trasportate le reliquie del protomartire e dove fu seppellita l’Augusta nel 460 che fu anche l’anno dell’inaugurazione della basilica.

Per la nuova situazione venutasi a creare nella seconda metà del V secolo, abbiamo la Vita di Pietro l’Ibero vescovo di Maiumas di Gaza scritta dal suo discepolo Giovanni Rufo. Oltre alle chiese precedenti vi si ricordano la basilica del Pretorio o di santa Sofia, nella valle del Tyropeion tra la collina del Tempio e la collina occidentale, e la basilica di Betesda o Probatica fatta costruire sul luogo della piscina porticata ricordata nel Vangelo di Giovanni tra i santuari più cari ai cristiani della città.
Giovanni Rufo così racconta il pellegrinaggio ai Luoghi Santi del vescovo Pietro: «Prima di tutto andò al martirio di Santo Stefano, che fu il primo luogo che incontrò, e scendendo nella grotta, venerò il suo reliquiario. Partendo da lì si affrettò al Santo Golgota e alla Santa Tomba, e da lì scese alla chiesa chiamata di Pilato (Santa Sofia). Da lì andò alla chiesa del Paralitico (la Probatica), e dopo al Getsemani. Fece il giro dei Luoghi Santi fuori le mura: salì al Cenacolo dei Discepoli, poi alla santa Ascensione, e da lì alla casa di Lazzaro».

Per la topografia di Gerusalemme dei primi decenni del VI secolo si è conservata la testimonianza del pellegrino Teodosio (530 circa) e del Breviario di Gerusalemme che inizia con una affermazione programmatica: «Nel centro della città c’è la basilica di Costantino». Passa poi a elencare la Santa Sion, la casa di Haifa con la chiesa di San Pietro, la casa di Pilato nella chiesa di Santa Sofia, il Tempio, la chiesa di Siloam, la chiesa di Santa Maria (la Probatica) e il Getsemani. Teodosio di suo aggiunge la distanza tra un edificio e l’altro. Sempre iniziando dalla basilica del Santo Sepolcro ricorda la Santa Sion “madre di tutte le chiese”, la casa di Haifa-S. Pietro, il Pretorio-Santa Sofia, Santo Stefano fuori le mura, la chiesa di Siloam Santa Maria alla Probatica, San Giacomo di fronte al pinnacolo del tempio da cui l’apostolo era stato precipitato, l’orto del Getsemani.

La più grande costruzione della prima metà del VI secolo è la basilica della Nea Theotokos su cui si dilunga lo storico Procopio di Gaza nell’opera dedicata agli edifici fatti costruire dall’imperatore Giustiniano nel territorio dell’impero. La basilica ritrovata nel quartiere ebraico dagli archeologi israeliani guidati dal professor Avigad misurava 85 metri di lunghezza per 62 metri di larghezza, probabilmente come la basilica del Santo Sepolcro era a cinque navate. Si è conservata l’abside di sud che è di 5 metri di diametro. Attraverso un nartece in facciata e un quadriportico con propileo la chiesa raggiungeva il cardo (la strada colonnata che attraversava la città da nord a sud passando davanti al Santo Sepolcro) opera dello stesso imperatore di cui oggi si può visitare un buon tratto al centro della città.
La basilica fu inaugurata il 21 novembre del 543. Il complesso era affiancato e in qualche modo sostenuto sul lato sud da una grande cisterna sotterranea composta da sei unità affiancate e voltate di 33 metri per 9.50 metri, alte 17 metri. In una iscrizione in rilievo sul muro nord si legge: «E questo (è) il lavoro del nostro piissimo imperatore Flavio Giustiniano (eseguito) con munificenza sotto la cura e devozione del santissimo Costantino prete e igumeno il tredicesimo anno dell’indizione».

Della nuova chiesa facevano parte un monastero, un ostello per i pellegrini, un ospedale e una biblioteca. Diverse Lettere di Papa Gregorio furono inviate al presbitero e igumeno Anastasio abate del monastero della Nea Theotokos per fare opera di pacificazione tra lui e il vescovo Amos di Gerusalemme: «Dimostrate chi è il primo ad amare – scrive il Papa. So che entrambi siete asceti, entrambi siete dotti, entrambi siate umili. E necessario che formiate un coro concorde per innalzare la lode al Signore. E come per la scienza della parola divina possedete il sale, non vi resta che conservare con tutto il cuore la pace tra voi praticando la carità».
In un’altra lettera Gregorio scrive: «Il luogo della dimora di Dio è Gerusalemme, visione della pace… Dio abita infatti là dove si cerca la vera pace, dove si ama la gloria della contemplazione interiore».

Dall’igumeno Anastasio Papa Gregorio ricevette eulogie (oggetti di devozione) ringraziando di cuore «perchè è giusto trasmettere cose sante da un luogo santo». Le famose ampolle di metallo conservate nel Museo del Duomo di Monza e a Bobbio (entrambe fondazioni della regina Teodolinda) messe in relazione con Papa Gregorio (che le avrebbe ricevute dal console Leonzio) e con la regina Teodolinda, sono una preziosa testimonianza di epoca della venerazione per i Luoghi Santi oltre che un documento di prima mano per i santuari rappresentati, come l’edicola del Santo Sepolcro e il Calvario.
Sono eulogie che contenevano oli presi dalle lampade che ardevano sui Luoghi Santi, come si deduce dalla scritta che accompagna le scene in rilievo: «Olio del legno della vita dei Santi Luoghi di Cristo (oppure) dei Luoghi Santi».

Il circuito tipico di un pellegrino nella Gerusalemme oramai cristiana ci è stato conservato per questa epoca, (siamo nella seconda metà del VI secolo) da un anonimo pellegrino di Piacenza che fidando in Sant’Antonino protettore della sua città si mette in viaggio per il Vicino Oriente e ringraziando il suo patrono è felice di essere tornato a casa ancora vivo! Il pellegrino giunge a Gerusalemme da Gerico, perciò la sua prima sosta è a Betania nel Lazarion.
Sul monte degli Olivi il Piacentino, come è normalmente chiamato, nota la colonia di monasteri di monaci e di monache che ne occupavano le pendici. Sulla cima visita l’Imbomon o luogo dell’Ascensione. Scendendo sul versante occidentale giunge nell’Orto del Getsemani nel luogo dove fu tradito il Signore. Scende anche nella basilica vicina dell’Assunzione nella quale veniva mostrata la tomba della Madonna costruita, secondo una tradizione della città al tempo dell’imperatore Maurizio. Entra in città dalla porta orientale (attuale porta di Santo Stefano) vicino alla porta Bella del Tempio. E si dirige direttamente alla basilica del Santo Sepolcro dove nota con molta cura la disposi zione e decorazione della tomba e quella della Roccia del Golgota. Nella basilica visita il luogo dove fu trovato il legno della Santa Croce che egli venera e bacia e gli strumenti della passione: la canna, la spugna e il calice di onice dell’Ultima Cena. Uscendo dalla basilica il pellegrino si dirige verso ovest alla torre di Davide, e poi alla basilica della Santa Sion dove venera la colonna della Flagellazione, la corona di spine e la lancia. Di qui scende alla basilica di Santa Maria cioè la Nea Theotokos. Prega nella chiesa di Santa Sofia costruita sul luogo del Pretorio di Pilato davanti alle rovine del tempio di Salomone. Esce dalla città e si dirige a Siloam dove si trova una basilica volubilis cioè costruita su volte con due piscine una per gli uomini e una per le donne (ora dentro le mura – precisa il pellegrino – grazie al muro fatto costruire da Eudocia che aveva fatto costruire la basilica di Santo Stefano). Dopo aver visitato la basilica di Betesda o Probatica esce dalla porta maggiore per andare a Betlem.

Un’altra fonte importante per la topografia della Gerusalemme cristiana ci è stata lasciata da Strategios monaco di San Saba che scrisse il Racconto della presa di Gerusalemme da parte dei Persiani nel 614. Scampato dalla carneficina e fuggito di prigionia, Strategios racconta dell’arrivo dei Persiani, della cattura del Legno della Croce e del Patriarca Zaccaria e della sua deportazione in Persia, del saccheggio della città e infine aggiunge la lista degli uccisi. Il totale varia nei manoscritti ma resta sempre impressionante. Si va dai trenta ai sessantacinquemila morti!

Nell’opera che ha impressionato tanto gli storici e gli archeologi da indurli a datare al 614 qualsiasi rovina di chiesa trovata in Palestina, Strategios registra il numero dei morti raccolti nelle strade e negli edifici della città e delle immediate adiacenze da un coraggioso gruppo di seppellitori guidati da Tommaso e da sua moglie «nuovi Nicodemo e Maria Maddalena». Nella lista vengono ricordati 35 nomi di chiese, strade, porte, dandoci la più precisa descrizione della città pochi anni prima della caduta definitiva in mano musulmana nel 638.
Si comincia fuori le mura a occidente dalla chiesa di San Giorgio, a circa due miglia dalla città, fino alle porte della Santa Sion. Poi si raccolgono i morti nella valle del Tyropeion nelle chiese della Nea, di santa Sofia e degli Anargiri cioè Cosma e Damiano. Il terzo giorno è dedicato ai dintorni della basilica del Santo Sepolcro: monastero degli Spudei e foro, nel quartiere samaritano tra l’agora e la Santa Sion. Il quarto giorno nella valle a sud fuori le mura (detto torrente di San Ciriaco). Poi in diverse giornate si raccolgono i morti nella piscina probatica e nella valle del Cedron fino alla sorgente di Siloam. Si risale a ovest nella grande vasca di Mamilla dove erano stati ammassati migliaia di cristiani prima di essere uccisi.
Poi nell’ospedale patriarcale e nella Città d’oro (?). Si sale sul monte degli Olivi nel monastero di San Giovanni in alto. Si ritorna in città per liberare l’ospedale reale nei pressi della Nea, per poi tornare al monte degli Olivi. Poi all’Anastasis, in due strade principali e a una chiesa per terminare presso la torre di Davide. Davanti a tanto disastro, commenta il monaco parafrasando San Paolo, «la Gerusalemme di lassù pianse sulla Gerusalemme di quaggiù».

Per una risposta serena al problema dell’autenticità, bisogna infine tener presente le poche ma sicure testimonianze di epoca precedente. Prima della pace costantiniana Eusebio ricorda alcuni personaggi cristiani che visitarono la Palestina con lo scopo ben preciso di vedere e informarsi. Melitone vescovo di Sardi verso il 170 scrive: «Recatomi dunque in oriente, ho veduto i luoghi dove fu annunziato e si compì ciò che contiene la Scrittura ed ho appreso con esattezza quali sono i libri del Vecchio Testamento» (Storia Ecclesiastica, IV, 26,14). Segue Alessandro che divenne vescovo della comunità di Gerusalemme: «Dalla Cappadocia egli intraprese il viaggio alla volta di Gerusalemme per pregare e visitare i luoghi santi. Gli abitanti di là lo accolsero con ogni cortesia e non gli permisero di ritomare al suo paese» (Storia Ecclesiastica VI, XI).
Il più importante è certamente Origene che verso il 230 da Alessandria venne in Terra Santa, dove si fermò dirigendo la scuola di Cesarea, con l’intenzione, come egli scrive «di seguire le orme di Gesù e dei suoi discepoli e dei suoi profeti» (Commento al Vangelo di Giovanni 1,28). Prezioso il suo riferimento nel Contra Celsum alla grotta di Betlem: «A proposito della nascita di Gesù, se qualcuno dopo il vaticinio di Michea e la storia scritta nel Vangelo dai discepoli di Gesù, desidera altre prove, sappia che oltre a quello che è raccontato nel Vangelo sulla di Lui nascita, si mostra a Betlem la grotta nella quale è nato e nella grotta la mangiatoia dove fu ravvolto in fascie. E quello che si mostra è così conosciuto in questi luoghi, che anche gli estranei alla nostra fede sanno come Gesù, che i cristiani adorano e ammirano, è nato in una grotta».

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1 Commenti

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    Lynn

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