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«Papa Francesco mette l’uomo al centro dell’economia. Più che finanziaria, la crisi è antropologica»

maggio 19, 2013 Matteo Rigamonti

Intervista all’economista Luigino Bruni: «Abbiamo accettato un umanesimo fondato su valori che poco hanno a che fare con l’etica cristiana e che hanno dimostrato tutta la loro fragilità»

Papa Francesco è intervenuto parlando della crisi economica e finanziaria. «Il denaro deve servire e non governare», ha detto rivolgendosi a un gruppo di ambasciatori, sottolineando l’importanza di una «riforma finanziaria che sia etica e che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti». Francesco ha poi messo in guardia gli ambasciatori dal rischio di cadere in una «cultura dello scarto»: «Oggi l’essere umano è considerato egli stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare». Ricordando ancora una volta che «la crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo». Un atteggiamento dietro il quale «si nasconde il rifiuto dell’etica, il rifiuto di Dio». Abbiamo chiesto a Luigino Bruni, docente di economia all’Università Lumsa di Roma ed editorialista di Avvenire, di commentare le parole del Papa.

Professore, è sorpreso dalle parole del Papa?
Non si tratta certo di una tesi nuova, ma quello che è nuovo è che il primo intervento di papa Francesco su questioni “extra”, se così si può dire, teologiche e pastorali sia stato un intervento sull’economia. Una scelta decisamente in linea con il nome che si è dato.

Come il suo predecessore, anche Francesco ha voluto rimettere l’uomo al centro dell’economia. Perché?
Vero, anche papa Francesco ha voluto porre l’accento sul fatto che questa crisi non è innanzitutto una crisi finanziaria ma antropologica. Del resto, se fosse stata solo una crisi finanziaria, non avremmo avuto tutti questi problemi enormi sul lavoro: si sarebbe trattato solamente di parametri sballati che poi sarebbero tornati a livelli accettabili. Invece, la verità è che ci troviamo di fronte a un sistema economico obsoleto. La finanza con questo c’entra poco.

Cosa si è perso per strada?
Abbiamo smarrito tutte quelle grandi motivazioni che hanno portato i nostri padri a mettere in piedi negozi e fabbriche, quelle motivazioni che hanno causato il miracolo economico italiano. Al loro posto, invece, abbiamo accettato un umanesimo fondato su valori che poco hanno a che fare con l’etica cristiana e che hanno dimostrato tutta la loro fragilità.

A cosa si riferisce?
Per esempio al consumismo, cioè a quello che si potrebbe definire il feticismo delle merci, una cultura per cui è meglio buttare via tutto ciò che rimane inutilizzato, mentre prima si usava riparare e riutilizzare tutto. Con questo non voglio condannare l’economia di mercato in quanto tale; ma il problema è che visione del mercato abbiamo, se collegata alla vita civile di un popolo o no. Il Papa non ha fatto altro che denunciare una certa autoreferenzialità dell’economia.

Cosa spetta fare alla Chiesa e cosa invece a chi stringe le leve del potere?
La Chiesa non può certo fare le leggi. E da quando ha perso il potere temporale, la Chiesa ha sempre avuto un unico ruolo che è quello di custodire e portare alle coscienze un monito di carattere etico e valoriale. Ascoltarlo è compito di chi ha il potere in mano e io credo che in questo momento di crisi ci sia più ascolto che non in passato, credo che ci sia maggiore attenzione all’etica. Ma non basta, bisogna inventarsi un nuovo modo di fare economia.

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