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Papa Bergoglio, Metalli: «A Buenos Aires battezzava nelle piazze e non temeva di fare interventi “politici”»

marzo 15, 2013 Francesco Amicone

Parla il giornalista e scrittore Alver Metalli, che per anni ha vissuto in Argentina: «Il suo è un cristianesimo che va incontro agli uomini con la ricchezza della vita che nasce alla fede».

«Bergoglio per le strade di Buenos Aires, sull’autobus, in metropolitana è, se vogliamo, una immagine sintetica ma che dice molto della persona, del suo modo di stare con la gente e anche di intendere il suo ministero di vescovo». A dirlo è Alver Metalli, giornalista e scrittore italiano che per anni ha vissuto  in Argentina, dove ha diretto la versione spagnola del mensile 30Giorni: «Quello di Bergoglio è un cristianesimo che va incontro agli uomini con la ricchezza della vita che nasce alla fede. E questo con carità e letizia».

Chi lo conosce sostiene che Bergoglio sarà un Papa “popolare”.
In Argentina, il nuovo Papa non si è mai sottratto ai fedeli. Si reca nelle villas miserias di Buenos Aires e alle processioni popolari. Parla con i sacerdoti della sua mega-diocesi uno ad uno, impartisce i battesimi nelle piazze, dà appuntamento ai giovani in un punto della città e dialoga con loro. Al mattino apre le porte dell’arcivescovado di Buenos Aires e si rende disponibile a chiunque voglia parlare con lui: politici, sindacalisti, piqueteros, gente comune. E questo è un tatto che senza dubbio ritroveremo nel suo pontificato.

Come si è caratterizzata la missione pastorale del Papa in Argentina?
Bergoglio ha seguito e valorizzato tante esperienze di sacerdoti e laici, nelle villa miserias e altrove, che si implicano a fondo con situazioni di povertà ed emarginazione, fino ad assumerne anche le rivendicazioni, ma come una presenza di Chiesa, dove la predicazione, il catechismo, i sacramenti, la formazione cristiana sono centrali. Si è trovato a guidare una Chiesa con una connotazione popolare spiccata, più che altrove in America Latina. La fede in Argentina è rimasta radicata: i venti della lotta armata o della Teologia della liberazione più radicale, che da altre parti hanno soffiato come temporali, in Argentina hanno trovato barriere più robuste.

Com’è visto Bergoglio dagli argentini?
La società argentina è complessa, disegnata da una urbanizzazione dai livelli elevatissimi, tra i più alti del continente; basti pensare che quasi un terzo della popolazione del paese risiede a Buenos Aires e provincia, con pochi altri centri, al nord e sud, che non raggiungono il milione di abitanti. Parliamo quindi di una metropoli con poche altre città oltre alla capitale, che galleggiano in spazi enormi, campagne destinate all’allevamento estensivo e una agricoltura, questa sì intensiva e fortemente concentrata. Questo per dire che anche “vicinanze” e “lontananze” dalla Chiesa sono complesse. I settori di classe urbana medio alta sono quelli più “distanti”, nel senso di estranei, il mondo del lavoro, le aree emarginate o marginali, le campagne, quelle più “vicine”, più innervate dalla proposta di una vita cristiana.

Da Arcivescovo e presidente della Conferenza episcopale, papa Francesco è intervenuto spesso nelle vicende politiche del suo paese.
Lo ha fatto con un tipo di richiamo che di volta in volta, o anche simultaneamente, ha messo l’accento sulla concordia sociale, sulla lotta alla povertà persistente, sull’inclusione sociale e su legislazioni che tutelassero la vita. Sono tutte questioni che quando sono state richiamate, sia negli anni dei Kirchner ma anche all’epoca di Menem, sono state sentite come “politiche” e tacciate di essere aggressive verso il governo. E questo è inevitabile. Ma Bergoglio le sente come parte della sua missione di pastore.

Come ha risposto Bergoglio alla grave crisi economica che ha colpito l’Argentina nel 2001?
Chi era nel paese ricorda bene gli assalti ai supermercati, alle banche, alle stazioni di servizio, che hanno innestato fenomeni di disgregazione che hanno portato quasi al disfacimento dello Stato. Bergoglio ha parlato di conciliazione e dialogo in un momento così. Ha cercato di affrontare la questione della povertà, che nelle parrocchie anche oggi è sentita a fior di pelle, misurata con maggiore esattezza di quanto facciano gli indicatori macroeconomici del governo, che naturalmente non vuole sentirsi dire che milioni di argentini vivono sotto la soglia della povertà o nella povertà estrema. Anche parlare di “inclusione” è qualcosa di forte, di necessario, davanti a processi di emarginazione che hanno portato al moltiplicarsi delle villas miserias negli ultimi anni. Ma tutto questo, ripeto, per Bergoglio era parte del suo ministero, quello di rendere presente l’umanità di cui è capace il cristianesimo vissuto.

Su quali punti è maggiormente critico nei confronti della Chiesa di oggi?
Per usare una sola parola direi che l’autoreferenzialità della Chiesa è quello che Bergoglio ha sempre combattuto. I suoi interventi, la nota dominante di tante lettere pastorali, conferenze, omelie e gesti è quella di “andare verso”, condividere la situazione degli uomini dove gli uomini vivono, portare lì la misericordia e la speranza di Dio. Quello di Bergoglio è un cristianesimo che va incontro agli uomini con la ricchezza della vita che nasce alla fede. E questo con carità e letizia.

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