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Non mi dire che son quelli li…Gli stessi si…stupendo

giugno 16, 1999 Facci Filippo

Giovane, ventenne, belle speranze giornalistiche, già collaboratore
de La Repubblica e de L’Unità, metallurgico cronista all’Avanti,
travolto da un insolito destino nel verde mare italiano di Mani Pulite. Anatomia non autorizzata di un decennio da Tony Di Pietro,
nell’autobiografia (certificata in tribunale) di un cronista
giudiziario caduto vittima del lavoro

Giugno 1999. Egregi, credo che una rilettura scanzonata di quanto mi è accaduto dal 1992 faccia oggettivamente (anche) ridere o sorridere. Eppure – non so dirvi perché – c’è qualcosa che mi impedisce di farlo, ogni volta.

Gennaio 1991. Al Tribunale di Milano si discute la prima querela dell’Autore, un pubblicista di ventitre anni già collaboratore di Unità e Repubblica. Lui, nel frattempo, è partito per il militare, destinazione Salerno. La querela finisce con una transazione. Il pubblico ministero si chiama Antonio Di Pietro.

Dicembre 1991. Il cronista, divenuto sparuto collaboratore dell’Avanti!, viene spedito a Palazzo di Giustizia per esaltare il verbo di uno dei sette pm d’Italia che si è astenuto dallo sciopero dei magistrati, indetto contro il Presidente Cossiga. Il pubblico ministero si chiama Antonio Di Pietro. Il caporedattore spiega al cronista: “Tranquillo, è un amico”.

Febbraio 1992. Telefonata del caporedattore alle 10 del mattino. “Corri qui, hanno arrestato Mario Chiesa”. Segue discussione e timorata domanda del cronista: “Ma chi è Mario Chiesa?”. È uno che è stato arrestato dal pubblico ministero Antonio Di Pietro.

Luglio 1992. Dopo il suicidio di Renato Amorese, il cronista comincia a raccogliere materiale sun alcune stranezze di Mani Pulite. In dicembre ha già arrabattato uno sbrigativo scritto, dedicato ad alcuni casi giudiziari che giudica anomali. Alla fine dell’anno viene chiusa la redazione milanese dell’Avanti!.

Gennaio 1993. Il cronista si presenta da Paolo Pillitteri, mai conosciuto prima. Gli proponhe il libro sui casi giudiziari e tutto il resto. L’ex sindaco si dice interessato e spiega che potrebbe proporlo alla casa editrice SugarCo di cui è socio. Altri due mesi e il libro è cresciuto a velocità impressionante in quanto l’aspirante autore vive e dorma, per complicati motivi personali, nell’ormai abbandonata redazione dell’Avanti! in cui pure scrive.

Una notte i Carabinieri circondano la Panda del cronista sospettando che sia un’autobomba, essendo, la medesima, parcheggiata troppo in prossimità del Palazzo dei giornali in cui ha sede la redazione. Dialogo: “Fermi, non è un’autobomba”. “Chi è lei?”. “Sono un giornalista dell’Avanti!” (palese aggravante). “Ma che fa qui? A quest’ora? Ma non aveva chiuso l’Avanti!?”. “Infatti, stavo dormendo”.

Tempi duri. Il padre del cronista leggeva l’Indipendente.

Aprile 1993. Impazza il dipietrismo. Tv, Sorrisi e Canzoni mette Di Pietro in copertina: “Grazie Di Pietro”. Con grande tempismo il cronista conosce Bettino Craxi. Vi intratterrà buoni rapporti. Assieme a lui incontra anche Luca Josi, che diverrà suo amico. Il leader socialista, per quel libro che non legge né trattiene, consiglia di rivolgersi (come già fatto) a Pillitteri. Quest’ultimo spiega tuttavia che il suo rapporto con la casa editrice SugarCo è andato a catafascio e consiglia di tentare con un altro paio di case editrici. Ha inizio un penoso quanto inutile pellegrinaggio. Nel libro, titolato in via provvisoria Gli omissis di Mani pulite, già si parlava di Gorrini, Radaelli, Lucibelli, cavalli, debiti, prestiti, concorsi, Merecedes, case in affitto, insomma buona parte degli episodi che anni dopo saranno di pubblico dominio, o quasi. Non ci sono ancora, all’epoca, i cosiddetti dossier anonimi. Ogni riga di quel prematuro testo sarà confermata. le fonti: agiografie pubblicate nel frattempo, migliaia di articoli archiviati personalmente, mettinate in biblioteca, chiacchiericci con colleghi, amici ed avvocati che non s’inginocchiavano davanti al corteo del Rito Ambrosiano. In pratica, pochissima gente. Il responsabile della non notissima casa editrice Ergon, incontrato in Largo Augusto, declina a sua volta. Con la seguente, ineccepibile, motivazione: “Perché dovrei pubblicare un libro del genere?”. Perché?

Maggio 1993. Il cronista vaga per le redazioni in cerca di lavoro. Ogni tanto accenna alle proprie velleità editoriali, tanto per darsi un tono: “Sto scrivendo un libro…”. Combina poco. Intanto circolano i primi dossier anonimi su Di Pietro. Un giorno un tizio dall’accento inglese telefona al cronista e dice che ha saputo dell’aspirante pamphlet. In due successivi incontri sostiene che in Italia quel lavoro non sarà mai pubblicato. Ma potrebbe esserlo, dice, nei paesi anglosassoni. Il cronista, date le sue condizioni, si sarebbe bevuto anche di peggio. Il tizio accenna poi ad una sedicente casa editrice (Marshall ltd) e ne mostra una pubblicazione. Chiede di poter visionare le bozze degli Omissis e chiede due fotografie del cronista. Il quale il giorno dopo porta appunto le bozze e, per fare il silmpatico, consegna una foto sua da adulto e un’altra di quand’era piccolo. Il tizio dall’accento inglese anticipa quattro milioni di lire in contanti. Il cronista ne avrebbe accettate anche molte meno. Il tizio sparisce. Per sempre.

Luglio 1993. Viene pubblicato il discusso dossier del Sabato dedicato ad Antonio Di Pietro, un valente lavoro in cui suonano tuttavia familiari, al cronista, un paio di passaggi. Boh. Poco tempo dopo scopre che gli Omissis di Mani Pulite circola clandestinamente per Milano, stampato in un volumetto edito ufficialmente dalla fantomatica Marshall-ltd (Irlanda) e firmato da Anonimo giornalista. Nel testo compare qualche frasetta che prima non c’era. Sul retro, la sua foto di quand’era piccolo. Medita il suicidio. Il settimanale Panorama accenna al volume e parla di “veleni”.

Ottobre 1993. Il cronista si iscrive ai corsi di preparazione all’esame da giornalista professionista. Il primo giorno, il relatore Franco Abruzzo raccomanda alla folla degli aspiranti: “Mi raccomando: quando sarà il vostro turno all’esame, chi di voi è praticante d’ufficio (che abbia cioè ottenuto l’iscrizione all’esame vincendo un ricorso) si guardi bene dal segnalarlo”. Il cronista tituba. Si alza. E chiede: “Scusi, io allora cosa dovrei fare? Sono praticante d’ufficio all’Avanti!”. Un boato da stadio scuote l’aula. Roma, giorno dell’esame, prova scritta. Il candidato sceglie il tema del “nuovismo” maturato dopo Mani pulite ed esprime qualche velata critica. Bocciato. Forse non sa scrivere.

Febbraio 1994. Il candidato ridà l’esame scritto. Sceglie un tema neutro: l’analisi di un decreto legge sulla giustizia. Prende il voto più alto di tutta la sessione. Ha imparato a scrivere.

Segue, poco tempo dopo, la prova orale, che di norma ha inizio con la discussione di una tesina scelta, e scritta, dal candidato. I commissari sbirciano il voto dello scritto e sorridono: “Però, con lei voleremo alto”. Si comincia. Il candidato presenta alla commissione d’esame (composta da magistrati e giornalisti) la seguente tesina: “Commistioni tra magistrati e giornalisti nell’inchiesta Mani pulite”. La presidente della commissione, un magistrato che si era temporaneamente allontanata, viene richiamata d’urgenza. Ha inizio uina discussione facilmente immaginabile: quasi ci si picchia anche se la tesina è francamente fatta bene ed è basata su testimonianze autorevoli nonché su una pubblicistica di settore. Dopo un acceso quarto d’ora si passa alle domande di rito, che lo scrivente ricorda come se fosse ieri: 1) chi ha vinto il mondiale di slittino questa mattina?; 2) vuol farci una mappatura aggiornata e precisa dell’ex Jugoslavia?; 3) vuol farci una mappatura aggiornata e precisa dell’ex Unione Sovietica? (il candidato risponde decentemente alla prima e seconda domanda). Intanto gli aspiranti professiobisti che assistono all’esame non credono ai propri occhi. Il cronista viene arrostito e alla fine va in palla. Più tardi, dopo un’ora di camera di consiglio (tempo quadruplo rispetto alla media) un commissario lo raggiunge, gli dà una forte pacca sulla spalla e cerca dià rincuorarlo. Racconta che dopo una dura battaglia è riuscito a strappare la promozione. Al cronista tremano letteralmente le gambe. Non si sente un eroe, si sente un cretino. Gli piacerebbe tanto ricordare, oggi, il nome di quel commissario.

Aprile 1994. Dopo varie peripezie, il cronista-giornalista-professionista riesce a pubblicare un libro intervista con Paolo Pillitteri pieno di rivelazioni d’ogni tipo, ma soprattutto su Di Pietro. Il volume, tempo dopo, verrà messo agli atti delle note inchieste bresciane.

Luglio 1994. Sostanzialmente disoccupato, il cronista ha fatto in tempo a scrivere un altro libro a sua volta senza editore: un testo, in chiave garantista, che raccoglie svariati casi di malagiustizia. Per iniziativa di Luca Josi, suo amico, il testo viene presentato a Roma nei giorni del disgraziato Decreto Biondi. Presenti: Vittorio Sgarbi, Nicolò Amato, Paolo Ungari e altri. Tesi: casi concreti di malagiustizia (invocati, a titolo di esempio, dai fan sfegatati di Mani pulite) ne esistono eccome. Della presentazione parlano diffusamente giornali e telegiornali. Pochi giorni dopo tal Roberto Maggi della Larus, casa editrice di Bergamo, si dice interessatissimo al libro. Dice che lo stamperà.

Settembre 1994. Dopo ripetuti rinvii, Maggi si rende irreperibile. Con piena giustificazione: sta per pubblicare la Costituzione italiana commentata da Antonio Di Pietro. Il cronista avanza qualche dubbio circa la compatibilità del suo libro con quello del mitico pm, ma l’altro, Maggi, seguita a sostenere che avrebbe pubblicato anche quello sulla malagiustizia. Per motivi di opportunità avrebbe però optato per un’altra casa editrice, sempre di sua proprietà. Il cronista si beve anche questa, non avendo alternative.

Dopo nuovi rinvii, aut aut di Maggi: o ci si procurava una prefazione di Vittorio Sgarbi o non se ne faceva niente. Seguono mesi estenuanti di inseguimenti nelle alcove romane finché il cronista ottiene la prefazione.

Ma ecco che Maggi ricomincia a temporeggiare, in quanto – sostenne – quella prefazione faceva schifo. Prendeva dunque altro tempo, inventando nuovi necessari contatti da prendere con Caterina Sgarbi, madre di Vittorio.

Febbraio 1995. Il libro viene aggiornato e preimpaginato. Si comincia a studiare una copertina.

Aprile 1995. Maggi dà il benservito al cronista. Ha mostrato il libro a Di Pietro – spiega – il quale non ha gradito. Inimmaginabile: in un capitolo si raccontavano anche le vicende (allora inedite) per cui l’avrebbero inquisito a Brescia. Maggi aggiunge poi che Di Pietro stava per assumere una carica che il cronista “non poteva neanche immaginare”. Tutta questa storiaccia, anche questa, finirà agli atti di una nota inchiesta bresciana.

Luglio 1995. Stefano Zurlo del Giornale, chiacchierando con un avvocato, ha sentito dire che l’autore del famoso Omissis potrebbe essere Filippo Facci. Lo contatta. Lo tampina per mesi (arte in cui eccelle). Esito: il Giornale di Vittorio Feltri santifica il cronista in prima pagina: “Ecco l’autore del dossier su Di Pietro” – spara riferendosi appunto al libro scippato dalla fantomatica Marshall-ltd – “Anticipò l’indagine di tre anni… cronista controcorrente… ma nessuno l’ha mai ascoltato… interrogato…”. Ma brutti menagrami, risultato: Fabio Salamone convoca subito il cronista che si dimena per dieci ore nell’incredibile – se ne rende conto – storia dell’inglese che scippa i libri dei giovani cronisti.

Agosto 1995. Il cronista torna in treno dalla Calabria e trova l’appartamento devastato e semidistrutto. Non manca niente tranne alcuni documenti d’archivio, neppure rilevanti. Viene sporta denuncia.

Settembre 1995. Il cronista ricomincia lentamente a lavorare. La sua presunta specializzazione in malagiustizia gli frutta un accordo contrattuale con la Rai offerto da Alda D’Ausanio (mai conosciuta prima) la quale è prossima, su Rai 2, alla conduzione de L’Italia in diretta. Il cronista scrive anche sul quotidiano L’Opinione e si occupa ovviamente di Di Pietro.

In quel periodo sta industriandosi per procurarsi i dati sull’affitto a equo canone del noto ex-pm, sui quali lavora anche Il Giornale. Morale: la notizia dell’appartamento galeotto la danno in contemporanea Il Giornale e L’Opinione (22 settembre). Il cronista ovviamente ne parla al telefono con mezzo mondo. Anche con il suo amico Luca Josi.

Ottobre 1995. Il pm Paolo Ielo, a Milano, prende la parola e durante un processo denuncia “campagne giornalistiche coordinate da Hammamet”. Cita alcuni articoli del Giornale sull’affitto milanese di Tonino, passati – ritiene – da Craxi a Berlusconi e quindi a Vittorio Feltri. Lo comproverebbe la seguente intercettazione telefonica tra Craxi e Luca Josi: “Quando esce questa cosa?”. “Lasciamo gonfiare il caso poi gli spariamo nei coglioni”. I due discutevano in effetti della ventura e possibile pubblicazione di alcuni articoli.

Pandemonio. Feltri viene additato come il robot di Craxi. Niente paura: il cronista risolve. Telefona al Giornale e – dapprima inascoltato peraltro – fa presente che probabilmente è stato lui, parlando con Josi, ad aver indirettamente avvertito Craxi. Quindi il Giornale non c’entra. Ne consegue un’altra prima pagina in cui il cronista, intervistato, discolpa Feltri anche se il medesimo Feltri scrive nella stessa prima pagina: “È Facci che ha attinto informazioni da fonte socialista”. E sempre Feltri, al Corrire della Sera, dichiara: “Abbiamo rintracciato l’autore dell’articolo il quale ci ha confermato quel che sospettavamo”. Ma come? Chi ha attinto da chi? Chi ha rintracciato chi? Feltri rettifica il giorno dopo: “Non è stato Facci ad attingere alla fonte Craxi, ma Craxi ad attingere notizie alla fonte Facci”. Bene. Anzi no, perché un altro delirante articolo, sempre sul Giornale, stesso giorno, contraddice Feltri e cita il cronista tra gli “irriducibili collaboratori di Craxi”. Aggiungendo: “I rapporti tra Facci e l’ex segretario del Psi non sono un mistero”. Per dimostrarlo si allega un’altra intercettazione telefonica tra Craxi e il cronista, anche se in essa si parla completamente d’altro: “Ti controlleranno il telefono, devo supporre”. “Sì, forse, ma non è un problema”, risponde il cronista. Infatti.

Tra gli interlocutori con Hammamet c’era anche Alda D’Eusanio, candidata come detto a condurre il programma L’Italia in diretta. “Sarò la tua voce” dice per telefono a Craxi. L’intercettazione è su tutti i giornali. Quasi tutti chiedono la testa della D’Ausanio ma non l’ottengono.

Ma per fortuna, complici una serie di sfuriate della Commissione Rai nonché svariate interpellanze parlamentari (destra, sinistra, centro) salta almeno una testa: il cronista. È colpevole di aver detto, nella citata telefonata a Craxi: “La conduttrice mi ha parlato di come si potrebbe trattare il tema del garantismo”. Il contratto n. 52648 viene stracciato con il consenso di Letizia Moratti. Sintesi: il cronista ha dato una notizia vera (l’equo canone di via Andegari) e ha perso il lavoro.

Ottobre 1995. In un’altra visita notturna vengono asportati alcuni floppy-disk, un video registratore e un pacchetto di Marlboro. Quest’altra sortita è un po’ più preoccupante: perché, intanto, il cronista era in casa. Stava dormendo sul divano.

In quel periodo un suo amico, Maurizio De Ponti, spedisce al cronista un fax contenente alcune informazioni raccolte quasi per caso: conducono dritte dritte, con nomi e cognomi, a un filone d’indagini sulle presunte concussioni di Di Pietro per ottenere gli incarichi al Ministero della Giustizia. Cercando conferme, il cronista telefona al pm Fabio Salamone scoprendo parzialmente le sue carte: condizioni essenziale, quest’ultima, per ottenere una qualche mezza conferma da qualsiasi pm del mondo. Salamone insomma viene a sapere del fax e chiede che gli sia inviato.

Il cronista invia. Gli è che, dopo un nuovo interrogatorio del cronista (e figurati), Salamone apre un nuovo fascicolo su Di Pietro mettendo agli atti anche il famoso fax. Intanto i periodici Panorama e Micromega accostano il nome del cronista ai servizi segreti anglosassoni.

In due memorie difensive, Antonio Di Pietro chiederà ufficialmente “l’escussione” del cronista nonché rogatorie internazionali in Irlanda per rintracciare Marshall ltd (non daranno risultati).

Febbraio 1996. Invitato addirittura come ospite televisivo, il cronista ricomincia a lavorare. Come un giornalista normale, s’illude. Scrive su Il Giornale ma alla fine si occupa sempre dello stesso argomento.

Novembre 1996. Il famoso libro sulla malagiustizia viene stampato da Mondadori grazie all’interessamento di un altro autore, Giancarlo Lehner. Il libro sarà fonte d’ispirazione di Lex, un programma ideato da Pietro Vigorelli per Italia Uno e al quale il cronista collaborerà nel 1997.

Febbraio 1997. Il cronista è ormai sepolto dalle querele di Antonio Di Pietro. Una, in particolare, si presenta più temibile di altre: è per calunnia e la pena va dai due ai sei anni. È legata alla faccenda del fax spedito a Fabio Salamone. L’udienza preliminare, nel chiuso di una stanzetta, dura sei ore. Di Pietro mette al fuoco più carne umana che può, e alza la voce: “È dal dossier della Marshall che sono cominciati tutti i miei guai”. Battibecchi, modeste tensioni. Il cronista viene prosciolto perché “il fatto non costituisce reato”. Il commercialista De Ponti – incredibilmente – viene rinviato a giudizio. Due anni dopo verrà condannato a un anno di carcere e 30 milioni di multa per aver spedito un fax. Su Panorama, Andrea Marcenaro stende un ritratto del cronista e lo magnifica: “Gente da ammirare… il cronista che sapeva troppo”.

Cronista che intanto scrive per Il Tempo e ogni tanto per Il Foglio. E collabora con Italia Uno. Viene inquisito di nuovo (e interrogato vivacemente da Ilda Boccassini) dopo aver pubblicato (sul Tempo) un memoriale contro il pool di Milano scritto da un ex carabiniere (Giovanni Strazzeri). Ma ormai ci ha fatto il callo.

Luglio 1997. Di Pietro si candida a senatore nel Mugello. Il cronista, una sera, apre un armadio di casa e viene travolto da trentasei faldoni d’archivio pieni di notizie e carte su Di Pietro, raccolti negli anni. Non sa più dove metterli. Gli viene un’idea: occuparsi di musica classica, ma non prima d’aver riordinato tutto in una lunga e documentata spiegazione a se stesso.

Novembre 1998. Il libro, una biografia non autorizzata su Antonio Di Pietro, viene pubblicato e ha un certo successo: quattro ristampe.

Tra tanti inviti affinché l’autore parli della sua biografia su Di Pietro, ne spicca uno singolare. È del Rotary Club Milano Giardini. L’organizzatore della serata è lo stesso giornalista che impaginò la copertina di Tv, Sorrisi e Canzoni “Grazie Di Pietro” e che scrisse il conseguente articolo adorante. Ora, nel 1998, invita il cronista. Il quale accetta.

Sì, accetta. Forse è finita una stagione.

Marzo 1999. Il cronista si occupa ormai principalmente di querele, attività mascherata da campagna per la libertà di stampa ma che in realtà è prettamente autoreferenziale. Ha scritto una lunga e documentata inchiesta per Il Giornale. Una querela, in particolare, fa un po’ rumore. A Trento, per la biografia su Antonio Di Pietro, lo condannano appunto per querela dell’avvocato Giuseppe Rosario Lucibello: 25 milioni di provvisionale (immediatamente esecutiva) più le spese. Al che il cronista scrive una letterina al Foglio nella quale chiarisce di non avere i soldi e, a mo’ di sfida, che non li avrebbe dati neppure se li avesse avuti.

Morale: bussa un ufficiale giudiziario il quale procede a pignoramenti vari: del mobilio, del conto in banca e dello stipendio. Un pretore si è mosso con decreto d’urgenza sulla base della letterina che il cronista aveva scritto al Foglio. Casino. Un articolo sul Giornale. Una comparsata in tv. Finché provvede Mondadori. Ma dopo un po’ di tempo.

Maggio 1999. Il cronista, a bordo del suo motorino, entra sparato in una via. Ma è in contromano. Un’auto blu inchioda, quasi l’investe. Il cronista alza il braccio e si scusa. Si avvicina. Alla guida è il pubblico ministero Paolo Ielo, autore peraltro di più di una querela contro il cronista.

Paolo Ielo abbassa il finestrino. Dice: “Facci, mannaggia: e se poi ti mettevo sotto, chi ci credeva che era colpa tua?”.

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