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Non dimenticate i fratelli cristiani massacrati in Nigeria

luglio 13, 2012 Rodolfo Casadei

Dilaniano la Nigeria e massacrano i suoi cristiani per innescare la guerra civile. Ma «la Chiesa non cadrà nella trappola dei terroristi». Parla l’arcivescovo di Jos, Ignatius Kaigama, che chiede mobilitazione, non comunicati stampa

I fulani sono pastori nomadi diffusi in tutto il Sahel dalla Mauritania fino al Camerun, i berom sono contadini stanziali dell’altopiano di Jos, Nigeria. I fulani sono musulmani, i berom sono cristiani di varie denominazioni, dal regolare cattolicesimo fino alle Chiese indigene che mescolano lo Spirito Santo con gli spiriti africani. Quando attraversano l’altopiano di Jos, i fulani portano i loro animali a pascolare sulle terre dei berom, intorbidano le sorgenti d’acqua e divorano i germogli delle loro coltivazioni; per vendetta i berom uccidono le mucche dei fulani, e questi ultimi per rappresaglia uccidono gli abitanti dei villaggi berom. Si aprono cicli di vendette che durano per decenni. Così non c’è, purtroppo, da stupirsi se fra sabato e domenica oltre 90 persone, quasi tutte di etnia berom, sono state uccise in una decina di villaggi nei dintorni di Jos in assalti con armi da fuoco e machete condotti da nomadi fulani.

Se però l’attacco interviene dopo tre domeniche consecutive di attentati a chiese cristiane nel nord della Nigeria rivendicati dai terroristi di Boko Haram, e se fra le vittime si annoverano anche il senatore locale e il leader della maggioranza nel parlamento regionale (quello dello stato di Plateau), qualche sospetto che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dalla scia sanguinosa di un’antica faida fra pastori e contadini nasce per forza.

«Questi massacri fra fulani e berom purtroppo non sono una novità, li abbiamo visti anche in passato. Ma in un momento di crisi come quello che la Nigeria sta vivendo tutto è possibile, anche che Boko Haram e i burattinai di Boko Haram abbiano deciso di alzare ulteriormente la tensione aizzando i fulani contro i berom: non è impossibile, ma allo stato attuale è solo una ipotesi speculativa». Ignatius Kaigama, arcivescovo cattolico di Jos, cerca di mantenere la calma e di affrontare in termini razionali una situazione che sta sfuggendo di mano alle autorità del suo paese e che lontano dall’Africa molti faticano a comprendere. È in Italia perché invitato a ritirare il premio assegnato da Archivio Disarmo a personalità che si sono distinte per i loro sforzi per riportare la pace in aree di conflitto attraverso il dialogo e il negoziato. È ciò che lui fa dal 2000, quando è diventato arcivescovo di Jos, un tempo modello di convivenza fra cristiani e musulmani, oggi investita dalle violenze a sfondo religioso che colpiscono il centro e il nord della Nigeria.

Eccellenza, a che disegno rispondono gli attacchi rivendicati da Boko Haram contro i cristiani nella Nigeria settentrionale? Perché i cristiani sono diventati il bersaglio prediletto dei terroristi?

È la domanda che ci poniamo anche noi. Non è facile capire perché vengano assaliti cristiani pacifici, intenti alla preghiera. Chi fa queste cose appartiene a un gruppo insensibile alla sofferenza umana. Dicono che vogliono diffondere e purificare l’islam, ma non si diffonde o purifica una religione ammazzando la gente. Non è certamente un atto nobile: la vita è sacra, uccidere è male, che lo faccia Boko Haram o qualcun altro.

Lei spesso in passato ha evidenziato le cause politiche ed economiche dei massacri e attenuato il fattore religioso delle violenze. È ancora della stessa idea?

Dipende dalle violenze di cui vogliamo parlare. In passato ogni crisi nel nord è stata descritta come una crisi centrata sul fattore religioso, ma non era un’interpretazione corretta: nelle violenze a cui abbiamo assistito negli ultimi anni erano all’opera fattori politici, economici, sociali, tribali e anche religiosi. Raramente si poteva parlare di crisi per motivi religiosi, e certamente non tutte le crisi lo sono state. Ora è differente. Ora abbiamo a che fare con uno specifico gruppo che si fa chiamare Boko Haram, si dichiara islamico e vuole imporre la sua visione della religione a tutti gli altri. Vogliono sostituire la sharia alla costituzione nigeriana, promuovere l’islam con la forza e sradicare i valori e la cultura cristiani. In passato colpivano di più le istituzioni pubbliche e le attività economiche, ora si concentrano sulle chiese. Per cui possiamo sostenere a ragione che attaccano cristiani che vengono uccisi in quanto cristiani. Ma non è in corso nessuna guerra di religione, perché i cristiani non hanno reagito combattendo e uccidendo a loro volta. Ci sono casi isolati di rappresaglie da parte di singoli, ma questo non significa che i cristiani presi nell’insieme accettino la logica di una guerra di religione. L’unica cosa da discutere è come difenderci da Boko Haram, un gruppo terrorista fanatico che attacca per distruggere il cristianesimo, per destabilizzare la Chiesa uccidendo quanti più cristiani riesce.

Ma questi Boko Haram sono semplicemente dei fanatici di un islam radicale, oppure sono uno strumento nelle mani di politici esperti che li manovrano da dietro le quinte?

Certamente non agiscono da soli. C’è un piano segreto e ci sono degli sponsor dietro di loro, sia all’interno della Nigeria che fuori. Certamente ricevono aiuti da gruppi terroristici internazionali come Al Qaeda. Quando iniziarono le loro azioni tre anni fa, erano solo una banda di giovinastri armati di archi, frecce, lance, machete e coltelli. Adesso dispongono di armi sofisticate, di veicoli moderni che imbottiscono di esplosivo per farli esplodere contro le chiese. Certamente c’è qualcuno che li aiuta e che ha in mente obiettivi politici ed economici: dietro Boko Haram non c’è solo la religione.

Alcuni atti, però, si spiegano solo col fanatismo religioso: penso agli attentati suicidi, una cosa sconosciuta fino a poco tempo fa nell’Africa nera.

Il fatto è che il male è come un virus, come un cancro: tende a diffondersi. Quando la gente dedica i suoi sforzi ad apprendere l’arte di uccidere, di far esplodere bombe, di distruggere, questi sono i risultati. Come lei ha ricordato, gli africani sono molto religiosi e hanno un rispetto sacro per la vita, per gli anziani, per le gerarchie. Ma ora tutto questo rischia di essere spazzato via da una forma estranea e straniera di criminalità, importata fra noi per destabilizzare e confondere. Se si trattasse solo di religione, ci insegnerebbero i valori di questa religione per migliorare le nostre vite. Invece stanno distruggendo il poco che abbiamo. Da noi ci sono tanti poveri, e quello che sta accadendo li impoverisce ancora di più. Sì, è un veleno che si sta espandendo in Nigeria e in altre parti dell’Africa.

Il presidente Goodluck Jonathan nel gennaio scorso ha dichiarato pubblicamente che all’interno del suo governo così come fra gli alti gradi dell’esercito ci sono sostenitori di Boko Haram. Ma non ha fatto nomi né denunciato, finora, alcuno. Lei come si spiega una cosa del genere?

Il presidente è il presidente e sa di cosa parla. Quando ci fu quella dichiarazione, sperammo che di lì a poco gli indiziati sarebbero stati identificati. Questo non è successo, e ora siamo molto delusi: se li si conosce, perché non si fanno i loro nomi? Siamo ancora in attesa di sapere chi sono i padrini di Boko Haram, come li aiutano, come si finanzia il gruppo, come organizzano la loro logistica, come si muovono su e giù per il paese: lo Stato e le sue agenzie di sicurezza devono scoprire queste cose, e se non ci riescono devono farsi aiutare dai partner internazionali.

Pensa che vogliano trascinare la Nigeria in una guerra civile come quella che ebbe luogo tra il 1967 e il 1970 in Biafra?

È il loro obiettivo strategico: vogliono provocare una guerra. Per far questo, stanno usando gente che non ha nulla da perdere, che non ha a cuore nemmeno la propria vita, come dimostrano gli attentati suicidi. Gli hanno detto che se moriranno combattendo andranno in Paradiso, e lì Dio darà loro tante mogli. Ma è normale credere in cose del genere? Chi vuole essere felice, deve darsi da fare personalmente per ottenerla o pregare Dio per avere saggezza. Se vuoi una moglie, cercati una buona moglie e sposala; non ammazzare gente in giro per andare in Cielo e ricevere da Dio tante mogli! Questa è gente confusa, senza direzione, facile da strumentalizzare per qualunque crimine a danno di altri esseri umani.

Cosa sta facendo la Chiesa per contribuire a frenare le violenze, per impedire la spirale delle rappresaglie?

Non smettiamo mai di predicare la verità cristiana. Quando sono state attaccate chiese cattoliche in Jos, mi sono trovato davanti a gente furiosa, desiderosa di vendetta. Li ho richiamati alla calma, a ricordare che noi siamo la religione di Cristo, e Cristo era un uomo di pace, di perdono e di riconciliazione. Non bisogna mai dimenticarsi di questo, per quanto gravi siano le provocazioni. Dobbiamo perseverare nella non violenza, perché le reazioni violente generano solo altra violenza. Il mese scorso ad Abuja abbiamo tenuto una veglia nazionale di preghiera, abbiamo pregato giorno e notte per la conversione di chi ha commesso questi delitti. Purtroppo fra noi ci sono persone che hanno avuto i genitori e altri parenti assassinati, e questi facilmente perdono il controllo e agiscono impulsivamente. Ma deve essere chiaro che la Chiesa non sta aizzando la gente a reagire, in nessun caso. Sappiamo bene che i terroristi vogliono spingerci in quella direzione. Se lo facessimo, scoppierebbe una guerra civile, si creerebbe una linea del fronte lungo la quale si combatterebbero cristiani e musulmani, Nord e Sud. Questa è la loro strategia, e noi non vogliamo cadere nella trappola.

I leader religiosi musulmani stanno collaborando allo sforzo di prevenire la violenza?

Sì, e questa è una buona notizia: hanno cambiato atteggiamento. In passato, quando avvenivano attacchi, raramente i leader musulmani rilasciavano dichiarazioni di condanna. Adesso organizzano seminari e laboratori per la convivenza pacifica multireligiosa. Il sultano di Sokoto, che è la massima autorità islamica del paese, si è pronunciato in maniera chiara e solenne: ha preso le distanze da Boko Haram, ha detto che è una setta che non rappresenta l’islam. Questo è stato ripetuto da molti altri leader musulmani, ed è bene, ma ora dobbiamo fare di più. Hanno detto le cose giuste, ma ora bisogna passare al livello delle cose pratiche e concrete.

Gli attacchi hanno scosso la fede dei cristiani? Le chiese sono ancora frequentate o sono deserte per la paura di nuovi attacchi?

Grazie a Dio molti cristiani continuano ad andare in chiesa nonostante i timori. Alcuni sono sopraffatti dalla paura e si astengono perché non vogliono correre rischi, non sapendo quando e dove avrà luogo il prossimo attacco. Ma siamo felici di constatare che i cristiani non sono stati piegati, che in maggioranza continuano ad andare in chiesa e a farsi carico delle loro responsabilità religiose. Sono ansiosi e preoccupati, ma hanno fiducia in Dio, e questo li rende sereni e fa loro dire che nessuno può distruggere la loro fede. Boko Haram non potrà mai distruggere la fede dei cristiani, che continueranno a praticare il cristianesimo fino a quando avranno vita.

Cosa dovrebbero fare a suo parere  l’Onu, l’Unione Europea, gli stati europei per aiutare la Nigeria ad affrontare e superare questa crisi? 

Abbiamo bisogno di solidarietà, sostegno e amicizia. Quando accadono queste cose, la tentazione dei paesi stranieri è di andarsene dal paese in crisi o di ridurre la propria presenza ai minimi termini. Ma quando un’ambasciata o un ministero degli Esteri emettono un comunicato che dice: “Non andate in Nigeria, non investite in Nigeria; oppure: non andate a Jos, non investite a Jos”, si comportano in modo egoistico. Quando un paese è in crisi, dovremmo pensare tutti insieme al modo di risolvere il suo problema: dobbiamo proteggere le vite di tutti, perché apparteniamo tutti alla famiglia di Dio. Cosa devo pensare io, che vivo e svolgo il mio compito a Jos, quando vedo dichiarazioni ufficiali che invitano gli stranieri a lasciare la regione e a chiudere le attività economiche? Non posso fare a meno di pensare che la mia vita è considerata di valore inferiore a quella delle persone a cui è rivolto l’appello. Io credo che la risposta sia la collaborazione, anche a livello di sicurezza e di azione di polizia. Perché gli estremisti non stanno colpendo solo la Nigeria, colpiscono a Timbuctù, colpiscono in Kenya. E se la cosa si espande a tutta l’Africa, non è detto che non si espanda anche in Europa: quando si crea un network, non si può mai dire in che direzione si espanderà. Per questo dobbiamo agire collettivamente per fermare l’infezione.

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