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Mingardi: «Le tasche dei milanesi non sono la borsa di Mary Poppins»

maggio 18, 2012 Redazione

Intervista ad Alberto Mingardi (Ibl): «Palazzo Marino deve chiedersi cosa è necessario e cosa invece è controproducente che il pubblico faccia in prima persona».

È in edicola con il settimanale Tempi, lo speciale Più mese dedicato a Milano. Il titolo di copertina è “Largo a chi ha voglia di fare” e, al suo interno, vi si trovano sette interviste a voci illustri della città, cui sono state poste nove identiche domande. Hanno risposto Oscar Giannino, editorialista e conduttore di radio 24, Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, Jacopo Tondelli, direttore del sito web Linkiesta, Paola Soave, Sindacato delle Famiglie, Danilo De Biasio, ex direttore di radio Popolare, Luca Fois, designer e docente del Politecnico di Milano, Gabriele Albertini, ex sindaco della città ed europarlamentare. Pubblichiamo l’intervista ad Alberto Mingardi.

Il debito del Comune di Milano ha assunto le stesse patologie del debito dello Stato. Continua a crescere e non c’è diretta corrispondenza tra i sacrifici richiesti ai cittadini e i servizi erogati.

Nomini un servizio pubblico che potenzierebbe e perché.
Quando si parla di “potenziare” un servizio pubblico, si vuole sostenere – solitamente – che servono risorse aggiuntive, affinché possa funzionare nel modo migliore. Non credo che esistano, oggi, in tutta la “cosa pubblica” italiana servizi o attività che abbiano bisogno di ulteriori risorse per funzionare in modo appropriato. Non si mette benzina in un serbatoio rotto.

E un servizio che non farebbe fare più al Comune?
Il Comune andrebbe ripensato in profondità. Fa troppe cose, facendone troppe ne fa molte male. Tanto per cominciare, dovrebbe mettere sul mercato quelle aziende partecipate in cui non ha senso mantenere brandelli di proprietà comunale. Due esempi: MilanoSport e la Sea. Ha senso che oggi le istituzioni locali continuino a gravare sugli aeroporti, esercitando un peso politico che, nei fatti, non può che inficiare una buona gestione degli stessi? Ha senso che il Comune oggi sussidi impianti per l’attività sportiva, in una sorta di versione “infrastrutturata” del sabato fascista?

Le tasse non bastano mai. Come potrà sopravvivere Palazzo Marino?
Rassegnandosi al fatto che le tasche dei milanesi non sono come la borsa di Mary Poppins. Compreso che le risorse non sono infinite, Palazzo Marino dovrà chiedersi cosa è necessario, cosa è opportuno, e cosa invece è insostenibile, inutile o controproducente che il pubblico faccia in prima persona.

Non sarebbe opportuno ripensare il suo ruolo?
Evidentemente. Non c’è altra via. Attenzione: ripensare il ruolo del Comune non significa, necessariamente, che i servizi che fornisce non “debbano”, per così dire, essere forniti da qualcuno. Ma significa ragionare sull’alternativa a un regime di “monopolio comunale”: su come cioè in regime di concorrenza più attori possano provare ad offrire quei servizi, o a immaginare servizi nuovi, senza che un operatore dominante gli sbarri la strada. Meno Comune non significa inferiore offerta di servizi.

Immagini un Comune dimagrito del 90 per cento: personale, spesa corrente, quote azionarie, patrimonio immobile, rappresentanti politici. Le piace?
Non credo abbia senso immaginare un Comune dimagrito “del 90 per cento” sul piano dei rappresentanti politici. Milano è la città più importante d’Italia, è normale che abbia una “riserva di rappresentatività” delle dimensioni dell’attuale. Il problema sta nel disegno di questa istituzione. Il Comune di Milano, le istituzioni cittadine in generale, ci ricordano un’epoca nella quale i loro compiti erano molto più modesti e frugali. Un’epoca nella quale il consigliere comunale poteva a buon diritto essere “part-time”, mentre al contrario, oggi, la crescita disordinata della spesa e del raggio d’azione pubblico a tutti i livelli di governo ha dato origine a macchine amministrative gigantesche, ingovernabili nei fatti dagli stessi rappresentanti eletti dai cittadini. È proprio per salvare la dimensione “rappresentativa”, paradossalmente, che bisogna limitare la funzione di governo. Perché un Comune che fa tutto quello che fa oggi il Comune di Milano è ingestibile da dei politici eletti dal popolo. Il Sindaco non è un Chief Executive Officer, ed è bene che non lo sia.

Un giorno senza Comune. È un pensiero assurdo?
Noi viviamo tanti “giorni senza Comune”. Passano giornate intere in cui, se non forse per il pagamento delle imposte indirette, non ci rendiamo conto dell’esistenza dello Stato a nessun livello. La nostra è una vita di scambi, di contatti personali, di scelte, che in tutti gli ambiti che contano davvero non sono condizionati dall’incontro col “pubblico”.

Dal Comune che fa e spende per te al Comune che stabilisce regole e spinge a fare. È d’accordo?
Non proprio. L’espressione è ambigua. Il Comune dovrebbe definire alcune regole del gioco e, se i suoi cittadini ritenessero fosse politicamente auspicabile e fossero pronti ad assumersene gli oneri finanziari, sussidiare la domanda di alcuni servizi, aiutando direttamente quei singoli e quelle famiglie che dovrebbero farsene carico. Ma per “spingere a fare”, nulla è più efficace che una produzione di regole il più parsimoniosa possibile, perché più le regole del gioco cambiano e più, per così dire, l’impressione di tutti è che possano cambiare di nuovo. Quando questo accade, significa molto spesso che le regole sono state cambiate “per” qualcuno. Cioè che il Comune o lo Stato hanno smesso di fare l’arbitro, si sono messi la maglietta di una squadra e sono entrati in campo.

Inventi un servizio che ancora non esiste.
Guardi, un servizio non dovrebbe essere inventato in un’intervista. Ci sono persone che passano la vita a domandarsi cosa possono fare per anticipare un’esigenza dei loro consumatori, rispondervi in modo adeguato e convincente. Queste persone sono gli imprenditori. “Sbaraccare” il Comune dirigista serve proprio a questo: ad aprire spazio a chi pensa, dinamicamente, a come venire incontro a bisogni e necessità del suo prossimo.

A chi lo farebbe fare?
A chiunque abbia la creatività di inventarselo.

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1 Commenti

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