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Marcello D’Orta, il maestro che ci diceva: «Non basta istruire, serve educare»

novembre 19, 2013 Emanuele Boffi

È morto Marcello D’Orta, autore del fortunato “Io speriamo che me la cavo”. In questa intervista che concesse a Tempi fu molto netto nell’indicare nelle ideologie della sinistra sessantottina la causa dei mali della scuola

È morto Marcello D’Orta, autore del fortunato “Io speriamo che me la cavo” (1990). Si è spento a sessant’anni, mentre stava scrivendo un libro su Gesù. Di seguito riproponiamo una nostra intervista del 2008. Al di là delle polemiche ormai datate sulla riforma Gelmini e il maestro unico, è interessante notare come D’Orta – che dopo il bestseller lasciò per cause di forza maggiore l’insegnamento – aveva una idea molto chiara del suo mestiere. E infatti ci disse: «Non basta istruire, serve educare».  

«Rubando la parola ai temi dei miei alunni devo dire che la scuola italiana mi pare un po’ sgarruppata. E spero proprio che il ministro Gelmini riesca a riformarla». Il termine “sgarruppata”, a onor di cronaca, originariamente era riferito a una casa («La mia casa è tutta sgarruppata, i soffitti sono sgarruppati, i mobili sgarruppati, le sedie sgarruppate… mi sento sgarruppato anch’io»), ma per Marcello D’Orta – il maestro della scuola elementare di Arzano (Napoli), autore di Io speriamo che me la cavo – ad essere malandata oggi è la scuola italiana. «Ho un giudizio positivo delle riforme introdotte dal ministro perché riportano un po’ di serietà e di ordine in un mondo che, a causa delle ideologie della sinistra sessantottina e dei decreti delegati, è sull’orlo del baratro». Dopo lo strepitoso successo del libro (oltre un milione di copie vendute) che raccoglieva sessanta temi di suoi alunni, D’Orta ha smesso, pur con grande rammarico, di insegnare. «Il contatto con i ragazzi – dice – mi manca molto. Ma a causa di certi giudizi che uscivano dal libro, una certa pesantezza per la burocratizzazione dell’insegnamento e, non lo nascondo, per una certa gratificazione economica, ho scelto di non fare più il maestro e di dedicarmi completamente alla scrittura». Quando ha smesso, D’Orta era maestro unico. «Subito dopo i bambini delle elementari incominciarono a trovarsi in classe più insegnanti». Ma se più docenti possono andar bene per ragazzi che già frequentano le medie inferiori, per i bambini della scuola primaria «è fondamentale avere una sola figura di riferimento. Perché il bambino deve ritrovare nel suo insegnante lo stesso affetto esclusivo che trova in casa con la madre e il padre. Non dico che con più insegnanti sia impossibile, ma certo è più difficile. Pensando alla mia esperienza tra i banchi posso dire che i miei alunni sono stati come dei figli. Io, poi, nato nel quartiere Sanità di Napoli, forse riuscivo a entrare in rapporto con loro andando al di là del puro e semplice insegnamento delle tabelline e dell’italiano. Perché il bravo maestro non deve solo istruire, deve anche educare. E la possibilità di instaurare un rapporto con bambini che si addormentavano sui banchi la mattina perché la notte erano costretti a lavorare o che giungevano da famiglie assai complicate, da quartieri difficili, da vite sregolate, è fondamentale. Il maestro unico che si vuole riportare in aula è importante se si desidera che i piccoli trovino un punto di riferimento saldo».

D’Orta si dice invece sbalordito e amareggiato «per quelle maestre che si sono vestite a lutto il primo giorno di scuola per protestare contro la Gelmini. è incredibile che si usino dei bambini in azioni politiche». Una pedagogista ha salutato la protesta come “un’esperienza di cooperazione sociale, dibattito e formazione”. Per D’Orta l’immagine della maestra listata a lutto il primo giorno di scuola («Questi bambini ricorderanno per tutta la vita il primo giorno non come una festa, ma come un funerale!») è l’emblema della situazione scolastica italiana, «che è frutto dei guai che ci ha lasciato il Sessantotto. L’idea che fosse vietato vietare, che libertà è sinonimo di autonomia, che l’autorità è un nemico da abbattere ha portato nella scuola a delegittimare il maestro, a interpretare la bocciatura come un fallimento, a intendere il richiamo come una punizione. In più, se aggiungiamo i disastri che hanno recato i decreti delegati del 1974 abbiamo un quadro completo dello stato dell’arte. Sia chiaro, non sono contrario per principio a che i genitori partecipino alla vita scolastica dei figli, anzi penso e auspico che la prima educazione, la più importante, sia data dalla famiglia e non dalla scuola, ma rilevo che aver fatto entrare i genitori nella scuola ha finito col delegittimare gli insegnati». Come si dice a Napoli, «“Trase ’e sicco e te miette ’e chiatto”, si sono presentati modestamente e poi hanno scalzato gli altri. E così non puoi più bocciare nessuno ché altrimenti i genitori ricorrono al Tar».

Soprattutto, «a partire dagli anni Ottanta, la valutazione si è complicata e al posto del voto – chiaro, limpido, netto – è subentrato il giudizio psicologico. Ma quando io davo tre in matematica a un mio alunno volevo fargli capire che lui in quella materia aveva una preparazione scarsa e che quindi doveva recuperare. Lo capiva lui, lo capivano i suoi genitori. Oggi, invece, con i giudizi abbiamo spostato l’attenzione dalla preparazione al profilo psicologico. Non più in matematica vali tre, ma tu come persona vali tre. E poi voglio vederti a recuperare».

Ernesto Galli Della Loggia ha scritto sul Corriere della Sera (“Il silenzio del sud”, 14 settembre) che su una questione decisiva come quella dell’educazione nel meridione d’Italia, a fronte di risultati disastrosi, «si finge di non vedere: gli intellettuali, tradizionalmente orientati a sinistra» sono stati «assorbiti dal potere». «È vero – conferma D’Orta – non ci sono più Matilde Serao, ma solo intellettuali asserviti alla sinistra. Anche io, nel mio piccolo, ne sono un esempio: scrivo sul Giornale e sul Quotidiano nazionale, ma su nessun giornale locale». Galli Della Loggia e anche l’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, hanno scritto che «l’Europa non boccia l’Italia e i suoi quindicenni, ma boccia il Sud e le Isole, assai indietro rispetto alla media europea mentre il Centro-Nord la supera nettamente». Su questo, D’Orta dissente: «Anche al Sud è difficile vincere un concorso. Non ne farei una questione geografica. I problemi sono gravi ovunque: al Sud sono forse più sentiti quelli dell’arredamento scolastico (abbiamo strutture fatiscenti) e della di-spersione, ma ovunque, oltre al già detto, c’è un problema di motivazione sia da parte degli studenti sia da parte degli insegnanti». Come se nessuno sapesse più perché val la pena di insegnare e di imparare. «È per questo che la scuola è così sgarruppata».

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