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Maggiociondolo, l’impresa dei miracoli che dà lavoro agli ex detenuti

agosto 3, 2014 Matteo Rigamonti

La cooperativa che è rinata quando era sul punto di morire. Trasforma i rozzi bancali in prodotti di design e gli ex detenuti in artigiani intellettuali. «Grazie alla Provvidenza»

maggiociondoloA pochi minuti dall’uscita Verona Sud, sull’autostrada che da Milano porta a Venezia, in piena Zai, acronimo di Zona agricola industriale, sorge un’opera un po’ particolare. Stiamo parlando di una cooperativa dove da più di vent’anni si smontano e rimontano, con operosità certosina, bancali. Quei tanto semplici quanto preziosi elementi in legno modulari che sono alla base della logistica di tutta Europa e, praticamente, di ogni attività produttiva. Qualunque merce che viaggi attraverso l’Italia e il Vecchio Continente, per poter essere trasportata su rotaia, su gomma, via mare o via cielo, deve poggiare su un bancale. Il “pallet” è un così importante tassello dell’economia globale che qualcuno l’ha addirittura paragonato al maiale. Anche del bancale, infatti, non si butta via niente. Lo sa bene Giuseppe Padovani, architetto cinquantenne, ritornato da Milano nella terra della sua famiglia d’origine per rilanciare il Maggiociondolo, così si chiama la cooperativa nella quale è subentrato in qualità di presidente e rappresentante legale nel 2011.

In quell’anno il Maggiociondolo ha subìto una battuta d’arresto tanto dura da minacciarne la scomparsa. «L’azienda era piena di debiti, ma grazie alla Provvidenza è sopravvissuta», racconta a Tempi Padovani. Per la verità il merito è anche del suo personale impegno, perché Padovani ha modificato radicalmente l’impostazione e la tipologia del lavoro svolto al Maggiociondolo. Che adesso si occupa ancora di recupero e vendita del pallet, ma non lo fa più esclusivamente attraverso la canonica rigenerazione dell’usato, altrimenti destinato a diventare legna da ardere: ora il materiale ricavato dallo smontaggio dei bancali viene riadattato ai più svariati utilizzi nell’arredo e nel packaging. Da un prodotto squisitamente industriale Padovani e la sua squadra ricavano ogni sorta di mensola, scaffale, rivestimento, sedia, sgabello, tavolino, libreria, scacchiera, gioco per bambini, confezione da vino, cornice e tutto ciò che l’immaginazione può inventare. Ottimizzando costi che altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili.

Questa scelta – che per dare un numero ha portato a differenziare la produzione in un 70 per cento di bancali e un 30 per cento di oggettistica e mobili da arredo – è frutto di un personale convincimento di Padovani. Il presidente di Maggiociondolo è infatti profondamente persuaso dell’importanza di restituire dignità a un mestiere che ormai sta scomparendo, quello dell’“artigiano intellettuale”, professionalmente attrezzato ma insieme capace di inventare soluzioni cariche di gusto e di bellezza. A suggerire a Padovani la svolta dell’azienda, però, è stata anche la peculiarità del “capitale umano” che ha a disposizione, i lavoratori della cooperativa. A parte un paio di dipendenti storici, infatti, al Maggiociondolo lavorano a turno circa una trentina di persone provenienti da situazioni critiche come disintossicazione da alcol o droghe e detenzione carceraria in pena alternativa. Persone segnalate per lo più da uffici come gli Uepe (ufficio esecuzione penale esterna) e i Sert (servizio tossicodipendenze) o dalle comunità di recupero locali. A questa gente Padovani offre una seconda chance, attraverso la possibilità concreta di imparare un mestiere, per agevolarne il reinserimento lavorativo, nonché la piena riabilitazione nella società civile.

1374258_604712702921345_2042392194_nLa dedizione dell’Anguilla
C’è chi ce l’ha fatta, come Eriks, detto “l’Anguilla”, lettone di Riga, con un passato nel teatro, soprannominato così perché «appena ti giravi cercava di sgusciare via e abbandonare il lavoro». Ora è uno dei più fidati collaboratori di Padovani e quando la cooperativa era in difficoltà ha trascorso le ferie lavorando gratis. Ma ci sono tanti giovani che il Maggiociondolo prova a strappare a destini avversi. «Noi crediamo nei miracoli», dice Padovani senza scomporsi. «Qui l’unica regola è stare insieme, condividere, perché crediamo nel cuore e portiamo avanti valori cristiani». Come dimostra la scelta di colorare di bianco e nero, come l’abito dei domenicani, le pareti esterne della cooperativa. «L’importante – gli fa eco Beppe, un dipendente – è avere l’umiltà di imparare». E ce ne vuole, visto che smontare un pallet è un lavoro «estremamente duro», assicura Padovani.

Fallimenti ce ne sono stati, ma non hanno scoraggiato Padovani. È successo per esempio con diversi ragazzi messi alla prova come autisti. «È vero – ammette – non sono stato particolarmente fortunato con gli autisti, così ho deciso di fare da me. E ne è valsa la pena, perché i fornitori e i clienti restano molto colpiti quando si vedono consegnare o ritirare un bancale dal presidente in persona. Così tra l’altro si instaurano tanti rapporti che permettono di ottenere anche risultati migliori». Come quella volta che la Bauli dei panettoni decise di donare alla cooperativa veronese un bel numero di bancali, che si rivelarono indispensabili per la continuità della produzione.

La svolta grazie agli architetti
«Se la cooperativa si occupasse solo di rigenerare pallet – rivela Padovani – non andremmo da nessuna parte. Il numero “critico”, e cioè la produzione minima per rendere l’opera economicamente sostenibile, è di 150 bancali al giorno. E con le sole nostre forze non saremmo in grado di raggiungerlo». Per fortuna, però, al civico 104 sulla Strada della Genovesa, dove si trova la cooperativa, qualcosa è cambiato: decisivo è stato il contributo di uno sparuto gruppo di giovani architetti e designer, molti dei quali disoccupati, che hanno cominciato a progettare e realizzare insieme al Maggiociondolo quegli oggetti di design che pian piano si sono fatti spazio nei negozi di Verona – gastronomie, macellerie, prestinai, take away “bio” e bar – hanno superato i confini locali grazie a siti di e-commerce come il tedesco DaWanda e sono arrivati fino a Milano, dove hanno impreziosito gli interni della sede di Federlegno Arredo, a cui la cooperativa ora è associata. «Una volta che il ciclo virtuoso è entrato a pieno regime – prosegue Padovani – si è potuta incrementare la produzione di bancali rigenerati diminuendo l’acquisto dai fornitori; questo ha consentito di abbassare i prezzi di vendita ai nostri clienti, portando a rimessa diretta o al massimo a trenta giorni fine mese i pagamenti che tradizionalmente avvenivano a sessanta, novanta o centoventi giorni». Dal punto di vista economico in effetti è un mezzo miracolo, tanto che «attualmente lavoriamo senza anticipi di fattura della banca», gonfia il petto Padovani. E aggiunge: «Con i primi utili è stato preso in affitto il capannone adiacente, poiché nel tempo è divenuta sempre più evidente l’esigenza di condividere lo spazio produttivo e le idee con quelle persone che pian piano si sono coinvolte nella cooperativa, che oggi conta 160 soci e si è affiliata al circolo oratoriale Anspi».

È a questo punto che è nata l’idea di Avanguardia, l’associazione di promozione sociale fondata nel 2012 con lo scopo di promuovere e comunicare le realizzazioni del Maggiociondolo, puntando su progetti multitematici e dialogando con privati e istituzioni. «Se il Maggiociondolo realizza prodotti, Avanguardia ha il compito di creare indotti», è lo slogan con cui Padovani descrive l’iniziativa. «Indotti», ovvero tutto ciò che può nascere dal bancale e dal suo riutilizzo. Sia che si tratti semplicemente di arredare un locale o un altro ambiente, sia che si debba invece creare veri e propri eventi culturali e conviviali, concerti, mostre d’arte, convegni… Non a caso la nascita 10152387_685428454849769_1076449559_ndi Avanguardia ha dato il la a importanti collaborazioni. Una per tutte, quella sugli orti didattici con Gianni Fontana, presidente di Verde Fontana.

Una rivista e una scuola
«L’auspicio è che si mettano in atto processi virtuosi che arricchiscano di valore il territorio, modelli e piattaforme capaci di rispondere ai nuovi bisogni sociali», spiega a Tempi Francesca, figlia di Giuseppe, presidente e anima operativa di Avanguardia. Due sono i principali strumenti che oggi Avanguardia ha a disposizione: una rivista semsestrale di arte e mestieri e una scuola di arti e mestieri per promuovere la cultura del fare. L’istituto offre la possibilità di fare esperienze pratiche, concrete, ed è rivolto a giovani che hanno finito o stanno finendo il percorso dell’obbligo. Ma anche a diplomati e laureati in cerca di lavoro e quindi di occasioni buone per arricchire il curriculum con quegli elementi ed esperienze che il settore del legno richiede sempre più insistentemente, ma fatica a trovare. Ed è solo l’inizio.

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1 Commenti

  1. beppe says:

    invece un artigiano o un fruttivendolo NORMALI fanno i miracoli nonstante tasse e crisi. perchè non pubblicate i bilanci di queste IMPRESE miracolose?

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