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Lo spettacolo degli sfollati nell’Emilia terremotata

giugno 14, 2012 Annalisa Teggi

«Come il capitano Mac Whirr ci siamo ritrovati dentro una tempesta e insieme la affrontiamo». Cinque amici portano in scena il Tifone di Conrad. Tra le tende

«Il capitano Mac Whirr aveva navigato sulla distesa degli oceani, così come tanti uomini scivolano sugli anni dell’esistenza per poi scendere dolcemente in una placida tomba, ignoranti della vita sino all’ultimo, senza aver mai avuto l’occasione di vedere tutto ciò che essa può contenere di perfidia, violenza, terrore. Ci sono in terra e sul mare, uomini così fortunati – oppure così disprezzati dal destino». A Lele Gasparini era molto piaciuto questo passo di Tifone di Joseph Conrad, e il resto della storia che segue: quella di un capitano di nave – uomo semplice, legato ai fatti e preparato sul suo lavoro – che nel corso di una traversata decide di affrontare un tifone, passandoci in mezzo; sceglie in piena coscienza di non evitarlo, coinvolge nella sua scelta il suo equipaggio e i civili che trasporta (un gruppo di lavoratori cinesi di ritorno al loro paese d’origine, ciascuno con il proprio gruzzolo di guadagni e averi).

Qualche mese fa Lele ha proposto ad alcuni amici, con cui condivide la passione per il teatro, di mettere in scena questo testo in occasione di una festa che da più di vent’anni si svolge a Carpi*. Una festa popolare: gente in piazza, musica, tigelle, gnocco fritto e anche alcuni eventi e incontri per raccontare qualche idea umana positiva in mezzo al clima di desolazione della crisi. E così la messa in scena di Tifone diventa un progetto concreto: Lele, Marco, Andrea, Massimo e Vittorio si mettono a lavorare sulla recitazione accompagnati e diretti dal regista Vittorio Possenti; un’altra amica, Alessandra Marani, intanto aveva composto la riduzione del testo.

Questo accadeva prima del 20 maggio, e di tutto quel che segue. Ciascuno di loro, infatti, proviene da quel grappolo di paesini su cui adesso si posano gli occhi di tutti: Mirandola, San Possidonio, Cavezzo, Medolla. Marco Beri, uno dei cinque attori-amici, alla domanda: «Di dove sei?», mi risponde: «Sono – fa una pausa impercettibile, e si corregge – ero di Mirandola». Adesso è in roulotte, accampato con moglie e figli nel giardino dei suoceri. Le parole che dice sono essenziali: la casa per un bel po’ bisogna scordarsela, i contatti telefonici sono intermittenti, le cose più banali sono diventate una difficoltà e si sente la necessità di avere sempre i familiari a portata di vista.

Nella condizione di precarietà di gente che non si può neppure permettere di fare progetti a breve termine, questi stessi cinque amici poche sere fa si sono ritrovati a rileggere il copione di quel testo e lo hanno fatto alla meno peggio all’aperto, sotto un lampione (perché di trovarsi in un edificio al chiuso non se ne parla). Hanno ripreso in mano l’ipotesi di quella festa. Si fa o non si fa? Sembra folle anche solo pronunciare la parola festa. È ragionevole o irragionevole?

Non si può evitare tutto
Di ragionevolezza ne parlo con Alessandra: «La paura è tanta, dormiamo fuori casa, qualcuno è scappato. Caso ha voluto che quando ci eravamo messi a lavorare su Tifone c’erano stati molti pareri discordanti sul protagonista; la discussione più accesa era stata sul perché il capitano Mac Whirr avesse deciso di affrontare il tifone, anziché aggirarlo. C’era chi diceva che era un gesto ragionevole e chi diceva che era irragionevole. In quell’occasione io dissi che non tutti i tifoni si possono evitare; ma nessuno avrebbe pensato che noi ci saremmo trovati proprio nel mezzo di quel tifone che è il terremoto. Non c’è personalità che regge di fronte all’ipotesi di una terra che non si ferma; per cui o molli tutto (però è irragionevole, anzi disperante); oppure fai la cosa che è più ragionevole, ma anche più difficile: stai sul pezzo, stai all’oggi».

E dell’oggi – insieme alle emergenze familiari, al lavoro che continua, alla costruzione nel senso più concreto – fa parte ancora l’ipotesi che li aveva messi all’opera per la festa. Ma perché, in mezzo a questa bufera, non accantonare il progetto, di fatto non prioritario, del teatro? Mi risponde Marco: «Sotto quel lampione ce lo siamo chiesti e non c’è effettivamente un motivo reale per fare la festa: per molto siamo stati lì a fare l’elenco di tutto quello che non c’era e di quel che non andava. A quel punto, abbiamo detto: basta. E ci siamo semplicemente messi a leggere il copione. C’è un passaggio in cui – nel pieno delirio del tifone – il capitano chiede al primo ufficiale di andare sottocoperta a occuparsi dei cinesi che si stanno scannando per le loro cose che nella tempesta si sono mescolate o perse. L’ufficiale non ritiene la rissa dei cinesi una priorità, ma il comandante ribadisce il comando, motivandolo: per quanto si possa essere messi male un uomo non deve abbruttirsi per un oggetto. A me questo è molto chiaro, nella quotidianità che vivo: l’uomo non può imbestialirsi per le cose che perde. E può anche essere una cosa importante come la casa. Siamo arrivati sotto quel lampione che eravamo frastornati e tutti trasandati; siamo andati a casa un po’ più contenti». Da qui l’ipotesi di spostare quello che resta di questo evento da Carpi a un luogo pubblico di Mirandola; il tutto si sta definendo con l’incertezza che accompagna ogni gesto in quella fetta di terra. Ma non è il cipiglio di chi vuol mettersi a fare gesti plateali; il punto è che l’inquietudine che serpeggia rischia di tramutarsi in paralisi (anche quando ha il volto di un solerte attivismo). In che senso? Nel senso che mi spiega Andrea Calzolari: «Il clima adesso è teso e ognuno, da solo, reagisce in modo alternato: un giorno sei tu che dai forza agli altri, un altro sei a terra. E, allora, perché tutto non finisca in un cortocircuito personale, occorre accompagnarsi insieme: ci saranno giorni in cui uno farà il capitano e un altro farà il marinaio, e giorni in cui i ruoli si invertiranno». Proprio su questo insiste anche Lele, perché il senso di quel romanzo ora è la verità di un quotidiano ferito: anche dentro la furia degli elementi, che isola e mette alla prova ciascuno in modo diverso, occorre un capitano che costringa a non essere degli sbandati (anche con se stessi); che ti costringa a dire ad alta voce: «Signor sì!».

*La festa più pazza del mondo (15-17 giugno, Mirandola)
“Mac Whirr e la lotta con il Destino”. Lettura interpretata di alcuni brani tratti da Tifone di Joseph Conrad, Mirandola, Piazza Martiri, giovedì 15 giugno.  

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1 Commenti

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