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Lo hobbit di Tolkien è immortale «perché tutti, come Bilbo, vogliamo vedere le montagne»

settembre 27, 2012 Leone Grotti

Viaggio alla scoperta de “Lo hobbit”, che a dicembre uscirà al cinema. Il docente, scrittore ed esperto Edoardo Rialti spiega a tempi.it perché gli hobbit, i nani e i draghi di Tolkien sono per bambini e adulti.

 «Una persona può accontentarsi di un panino del McDonald’s, ma quando mangia una bella fiorentina capisce la differenza». Ecco, in estrema sintesi, perché Lo hobbit, capolavoro di J.R.R. Tolkien, pubblicato per la prima volta nel 1937, continua a conquistare e ad affascinare nuovi lettori, tanto che a dicembre uscirà il suo adattamento cinematografico sotto la regia di Peter Jackson, che ha già riscosso un grande successo di pubblico con la trasposizione di un’altra opera immortale di Tolkien: Il Signore degli Anelli. Il paragone gastronomico è d’obbligo per un toscano come Edoardo Rialti – studioso e docente di Letteratura inglese e americana alla Facoltà teologica di Firenze e all’Istituto teologico di Assisi, traduttore e curatore di libri di Chesterton, Howard, Lewis, O’ Brien e altri – che spiega a tempi.it perché la storia di hobbit, draghi, nani, avventure, anelli e indovinelli non è invecchiata e non invecchierà mai.

Tanti vedono Lo hobbit come un Signore degli Anelli in piccolo. È così?
No. Lo hobbit, come ha notato uno dei primi che lo ha letto, Lewis, è un libro anche stilisticamente particolare per due motivi. Il libro inizia con il classico tono della fiaba e si trasforma in un’opera epica. Non a caso Tolkien l’aveva scritta e letta ai suoi figli, che erano ancora piccoli, poi però questa fiaba dal tono leggero, comico e brillante si epicizza, allontanandosi dall’orizzonte ristretto della contea. I personaggi si approfondiscono e anche lo stile muta.

E il secondo motivo?
Lo hobbit e Il Signore degli Anelli hanno molto in comune perché sono due storie che fanno parte di un unico disegno: quello che vede diventare confusi i progetti dei potenti e i pensieri del loro cuore, mentre gli umili, inermi, deboli e ridicoli sconosciuti in questa guerra millenaria vengono esaltati, capaci di portare un grande contributo che altera la bilancia del mondo. Però parlano di due vocazioni diverse: quella di Bilbo ad essere come Ulisse e quella di Frodo ad essere come Enea.

Partiamo da Bilbo, il protagonista.
Bilbo, pagina dopo pagina, scopre di essere un avventuriero: lui è in tutto e per tutto un hobbit, gli piace la comodità, mangiare, bere e conversare, non vuole avere guai. Quando Gandalf e i nani irrompono nella sua quotidianità, scombinandogli i piani e coinvolgendolo in un’avventura, scopre però di sé cose che non avrebbe mai immaginato. Si scopre avventuriero e scrittore, pur rimanendo sempre un hobbit: la sua è la storia di un uomo piccolo che scopre di amare le cose grandi. Tutto questo è riassunto in uno scambio di battute tra Bilbo e Gandalf nel Signore degli Anelli, quando l’hobbit dice di volere tornare a vedere le “montagne”. Tolkien scrive montagne in corsivo, perché per Bilbo le montagne sono quella vastità che non è solo quantitativa ma qualitativa e a cui il suo cuore si è spalancato nel corso di un’avventura inaspettata.

Perché invece si può paragonare Frodo a Enea?
Lui ha una sensibilità particolare, una misteriosa inquietudine che gli fa dire sì non a un’avventura per la conquista del tesoro, ma per rinunciare a un tesoro improprio, l’anello del potere. Frodo è un uomo strappato da quello che è, è portato a essere povero e nudo sulle ceneri del Monte Fato, è un martire, un santo. Tra il viaggio della scoperta delle facoltà umane di Bilbo e quello soprannaturale di Frodo c’è però continuità.

Tolkien quando ha scritto Lo hobbit intendeva parlare di tutto questo?
I grandi scrittori non decidono prima che cosa dire ma stanno attenti, si rendono disponibili a seguire quello che accade mentre scrivono e questo permette loro di intercettare cose più grandi di quello che prevedevano. È la differenza tra scrittura ideologica e l’esperienza della vera scrittura, che si traduce in un viaggio insieme ai personaggi.

Perché un’esperienza di scrittura di 80 anni fa piace così tanto ancora oggi? Di racconti d’avventura ce ne sono a centinaia.
L’uomo è fatto per cose grandi e si può anche accontentare di mangiare un panino del McDonald’s, ci mancherebbe. Ma quando incontra una bella fiorentina capisce la differenza. La grande letteratura, che non è appannaggio di una élites snob ma è un grande racconto, è popolare. Tolkien, al pari di Omero, Dante o Shakespeare, è in grado di proporre al nostro tempo attraverso storie avvincenti ciò di cui ha bisogno: intercetta cioè la nostra fame e sete di vivere per un grande orizzonte. Tutti, come Bilbo, vogliamo vedere le montagne.

Ne Lo hobbit, come anche nel Signore degli Anelli, ci sono bellissime esperienze di amicizia.
Tolkien ha fatto inni sublimi all’amicizia. Nelle sue opere narrative la differenza tra il bene e il male è chiara: il bene valorizza la diversità e la varietà, l’amicizia tra Gandalf e Bilbo è come quella tra l’arcangelo Gabriele e un edicolante. Impensabile. Così solo l’amicizia può amare e apprezzare l’assoluta alterità dell’altro, godendone come di un dono reciproco. Il male invece uniforma le persone per schiavizzarle: dei cavalieri neri non conosciamo il nome e la faccia, l’anello di Sauron è un anello per domarli tutti.

Due cose indimenticabili del Lo hobbit?
La prima è il cattivo: Smaug, il più bel drago del 900, uno dei cattivi più belli, che parla un inglese splendido, magnifico: «La sua voce evocava porpora, sangue e oro» scrive. Tolkien è straordinario nel raccontare il male, dipana la sua ferocia, malizia, crudeltà e perfida intelligenza. Smaug non è un cattivo da sottovalutare perché come tutti i serpenti attenta e mina la fiducia delle persone. Riesce infatti a far dubitare Bilbo della fedeltà e amicizia dei nani. La seconda è Gollum e la gara degli indovinelli.

Cioè?
Gollum, l’hobbit consumato dal potere dell’anello, ingaggia una gara di indovinelli con Bilbo. Qui Tolkien riprende la tradizione della mitologia nordica dove oltre al valore era fondamentale dimostrare la capacità di cogliere i nessi. La gara di intelligenza descritta da Tolkien avrà una grossa eco nel 900, perché sarà ripresa da Stephen King, grande appassionato di Tolkien, nella saga della Torre nera.

La fiaba-epica del Lo hobbit, allora, è per adulti o per bambini?
Come diceva Lewis: un libro non merita di essere letto a 10 anni se non merita di essere riletto a 50. La grande arte non dimostra nulla, mostra invece, ci espone a qualcosa di grande, alle montagne, e di questo noi abbiamo bisogno, grandi e piccoli.

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