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Liberalizzare i taxi conviene?/1 La riforma Bersani e i suoi disastri

dicembre 19, 2011 Chiara Rizzo

Liberalizzare i taxi conviene davvero? L’indagine di Tempi.it parte da uno studio di Bankitalia del 2007-2008, che ha analizzato che cosa è accaduto con la liberalizzazione dei taxi (riforma Bersani 2006) confrontando la situazione italiana a quella delle principali città europee. La fotografia è impietosa

Non appena il governo Monti ha ipotizzato la liberarizzazione di alcune professioni, l’alzata di scudi dei vari ordini professionali è stata unanime, forte e compatta. Risultato: nella manovra che ha appena ottenuto la fiducia alla Camera, il “famigerato” capitolo sulle liberalizzazioni risulta notevolmente addolcito, quasi nullo. Uno dei settori per cui la protesta è stata solo minacciata, ma con sufficiente virulenza, è tanto per cambiare quello dei tassisti: il ricordo di ciò che accadde nel 2006 con la legge Bersani, che in alcune città ha portato all’aumento delle licenze e in altre a quello dei turni, cioè blocchi totali, cortei lumaca in zone nevralgiche delle città, l’intervento necessario della Digos, è ancora una ferita aperta. Per questo le cose sono rimaste tali e quali a sempre. È cambiato qualcosa dal 2006? La qualità del servizio è aumentata, le tariffe sono scese, sono state rilasciate più licenze? Ma sopratutto: liberalizzando il settore, i prezzi si abbasserebbero? 

A queste domande risponde compiutamente uno studio di Bankitalia, effettuato per la prima volta nel 2007, all’indomani della riforma Bersani, e riaggiornato un anno dopo. La fotografia scattata rivela molti aspetti interessanti, che possono aiutare a capire come mai, nella maggior parte delle città italiane, il taxi sia rimasto un servizio da usare con il contagocce, anziché un’alternativa valida al servizio di trasporto pubblico locale. Gli esperti di Bankitalia hanno analizzato la situazione di 60 Comuni italiani (comprese le città più grandi, Milano e Roma, o quelle più turistiche, Venezia, Firenze e Bologna) e poi hanno comparato i dati con studi di associazioni di consumatori, Aci e Istat, per tracciare un il quadro più preciso possibile.

Punto primo: il numero delle licenze non è aumentato molto. È vero che complessivamente l’offerta dei taxi è aumentata, ma non perché siano effettivamente aumentate le licenze. Più spesso, infatti, i Comuni – spiega il rapporto di Bankitalia – sono scesi ad un compromesso con le categorie. Se a Roma, nel 2008 sono state rilasciate circa 2 mila nuove licenze, a Milano l’incremento del servizio è dovuto a una nuova articolazione dei turni (non più taxi in circolazione, dunque, ma più ore con lo stesso taxi in servizio); a Firenze sono state rilsciate 60 nuove licenze e gli orari sono stati prolungati, a Bologna solo 42 nuove licenze, a Modena 10, a Perugia 8. I comuni di Roma e Milano, per semplificare l’offerta ai clienti, hanno istituito un numero unico per la chiamata dei taxi e l’estensione di corsie riservate. È interessante, a questo punto, capire però cosa accade all’estero, visto che “Dati relativi al 2000 indicano che i taxi in rapporto alla popolazione nelle due principali città italiane sono meno della metà di quelli di molte città europee, un quarto di quelli disponibili a Londra, un quinto rispetto a Barcellona”. Infatti, se il numero di licenze per ogni 10 mila abitanti a Milano è 16 e a Roma 21, a Londra è 83, a Barcellona 99, a Parigi 25 e a Dublino 52.

Secondo punto: le tariffe sono aumentate. Bankitalia osserva che un meccanismo con cui la categoria dei tassisti ha cercato di compensare l’aumento delle licenze, è stato trattare con i Comuni su un aumento generale delle tariffe. Il costo, tra l’altro, non varia in base al numero di licenze rilasciato. È cresciuto, e ciò è avvenuto tanto nei centri che hanno più taxi, quanto in quelli che ne hanno di meno. Secondo l’indagine, “a Firenze le tariffe sono aumentate di oltre il 20 per cento, a Roma del 18 per cento, a Milano del 12,6 per cento, a Bologna dell’8 per cento. Per i Comuni è una forma di compromesso per ridurre le resistenze degli operatori all’aumento delle licenze”. Dall’indagine si evince che il prezzo medio di una corsa in taxi di 5 chilometri (circa 15 minuti) è di 7,5 euro, cioé una media di 1 euro a chilometro, più lo “scatto” del tassametro iniziale (da solo, in media 2,8 euro). Nelle altre città europee, i costi della corsa media non sono molto diversi. A Milano la corsa da 5 km costa in media 8,75 euro, a Roma 6,23 ma a Londra 9,87, a Parigi 7,24, a Barcellona 8,43 euro. A Dublino, città modello in questo senso, invece è di soli 4,3 euro. C’è però un “ma”. Spiega infatti Bankitalia: “Il prezzo della corsa è calcolato nell’ipotesi in cui non si verifichino soste del taxi dovute a semafori o a congestione. Infatti un minuto di stazionamento del taxi a causa del traffico può aumentare la tariffa variabile di oltre il 30 per cento a chilometro. Le grandi città italiane sono, nel confronto internazionale, relativamente più congestionate per la loro struttura urbana e per la scarsa dotazione di linee metropolitane (a Roma e Milano la rete underground è di 40 e 48 km, rispettivamente; a Londra e Parigi di 408 e 211 km). A parità di tariffa, il costo effettivo del servizio in Italia può risultare molto superiore”. Ad esempio, sostiene Bankitalia, a Roma un viaggio di 5 km con soli 5 minuti di stazionamento al semaforo o per traffico, aumenta il costo complessivo di quasi un terzo.

Terzo punto: le maggiorazioni alle tariffe base. “Nella determinazione del costo finale per l’utente è possibile che il tassista agisca sulla tariffa facendo un percorso più lungo del necessario, arrivando alla chiamata con un tassametro già elevato, o attribuendo la qualifica di bagaglio anche a oggetti di dimensioni minori di quelle previste”. Infatti la tariffa del taxi prevede in Italia una maggiorazione per il bagaglio: a Roma, nel 2007-08, la tariffa nel solito percorso di 5 chilometri, con cinque minuti di sosta e un bagaglio passava da quella “base” di 7,36 euro a 8,99 euro. Un’indagine di Altroconsumo, citata da Bankitalia, ha inoltre segnalato che il 44 per cento dei taxi analizzati arriva al luogo della chiamata via radiotaxi con un anticipo superiore a 5 minuti (con conseguente scatto del tassametro): in una città turistica come Firenze, l’importo all’arrivo del tassametro oscillava fra i 2,74 e 9,64 euro.

Quarto punto: spese vive per i tassisti, entrate ed evasione fiscale.
 A questo punto Bankitalia ha calcolato quali fossero d’altra parte le spese vive che i tassisti sostengono. “L’indicatore dell’Aci dei costi chilometrici di esercizio, fornisce alcune informazioni aggregate: nel caso di un’autovettura a gasolio i costi a km variano fra 0,30 e 0,29 euro: il carburante incide per il 32,7 per cento dei costi; la manutenzione della vettura ha un peso lievemente minore. Fra i costi fissi (circa il 20 per cento del totale) le spese dell’assicurazione RC auto costituiscono la quota più significativa. Un altro fattore che incide è l’utilizzo del taxi su un solo turno, che impedisce la distribuzione dei costi fissi su un numero maggiore di km. Si devono inoltre considerare i costi del servizio radio taxi, stimato in circa 170 euro mensili da Asso taxi, e i maggiori costi rispetto alla norma del premio Rc auto per la più elevata frequenza di sinistri. La remunerazione del tassista incide circa al 50 per cento sui costi totali”. Bankitalia ha fatto le pulci in tasca ai tassisti, considerando gli ultimi dati dell’Agenzia delle entrate disponibili all’epoca (2005), da cui risulta che il reddito medio dichiarato da un tassista era di 13.800 euro; “peraltro i controlli del fisco rivelano una percentuale di evasori nel settore di circa il 70 per cento”. 

Quinto punto: chi controlla le tariffe. Per fissare le tariffe (e quindi effettuare un controllo del settore a favore dei cittadini), i Comuni e le Regioni si possono avvalere di commissioni consultive, formate dagli utenti e dai rappresentanti della categoria tassisti. “Il 30 per cento dei Comuni interpellati non ha istituito la commissione consultiva. Nei comuni dove questa è presente, le associazioni di categoria (taxi, radiotaxi, etc) prevalgono fra i membri”. Per avere un’idea del gioco delle parti, la commissione del Comune di Roma è composta da 3 esperti designati dal sindaco, 19 rappresentanti sindacali per il taxi e i radiotaxi, 3 rappresentanti delle associazioni locali utenti e consumatori. A Torino il rapporto è di 13 a 1 (dove 1 è ovviamente il consumatore), e a Genova di 11 a 1. Diagnosi complessiva di Bankitalia sulle liberalizzazioni dei taxi: “La regolamentazione stringente su prezzi e quantità di licenze tende a creare forti interessi di categoria fra i conducenti di taxi, che esercitano pressioni sui regolatori in quanto gruppo elettorale e mediante la propria capacità di bloccare la mobilità cittadina con le loro agitazioni. Si generano extraprofitti nel settore”. Così vanno le liberalizzazioni dei taxi in Italia.

Ci si mette anche l’Istat. Giusto per non avere dubbi, Tempi.it ha controllato l’andamento dei prezzi delle corse in taxi (media italiana) rispetto al costo medio della vita in Italia, secondo le statistiche dell’Istat. Nel 2010 il prezzo di un taxi è cresciuto in media dell’1.6 per cento, ma in genere nel Paese la vita è aumentata del 4.2 per cento; quindi sembrerebbe così che i prezzi varino in funzione dell’inflazione. Ma osservando meglio ciò che avviene nel tempo si scopre che non è esattamente così: se nel 2009 il costo della vita è addirittura sceso (-2,2 per cento), il prezzo del taxi è comunque aumentato, sebbene di poco (+2 per cento) e così pure nel 2008 (+5,2 per cento il costo medio della vita; +6,2 per cento la tariffa del taxi). Un andamento confermato anche nei mesi del 2011: rispetto a novembre dell’anno scorso, le tariffe sono aumentate a novembre del 2,3 per cento.

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