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Levada: «Dobbiamo trovare il modo di spiegare la nostra fede ai moderni»

ottobre 22, 2012 Massimo Giardina

Educare nella fede significa «fare emergere che il piano di Dio è bellezza». Dalla famiglia alla sessualità fino all’economia, solo proponendo una vita più completa la Chiesa può conquistare l’uomo moderno. Parla il cardinal Levada

L’Anno della fede è stato aperto da Papa Benedetto XVI lo scorso 11 ottobre e contemporaneamente è in corso il Sinodo per la nuova evangelizzazione dove i vescovi di tutto il mondo sono riuniti per un confronto sulla trasmissione della fede per l’uomo contemporaneo. Il cardinale William Levada è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede fin dalla nomina del cardinal Ratzinger a successore di Pietro e ne è diventato emerito dal 2 luglio per raggiunti limiti di età. Nella sua funzione di “vigilante” della doctrina fidei è stato tra i principali attori della preparazione dell’Anno della fede.

Eminenza, è in corso il “Sinodo per la nuova evangelizzazione” apertosi in un contesto importante: l’Anno della fede. Fede ed evangelizzazione, due argomenti strettamente correlati. Quali sono le priorità da affrontare per la Chiesa del III millennio?
La riunione sinodale avviene ogni tre anni, ma come è risaputo quest’anno è particolare perché ricorrono i cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II e i 20 della promulgazione del nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica; proprio in vista di questi due anniversari, Benedetto XVI ha deciso di indire l’Anno della fede. Fede e nuova evangelizzazione sono molto legati ed è interessante la denominazione del Sinodo in cui viene dato un particolare rilievo alla trasmissione della fede. Il sinodo scorso era dedicato alla parola di Dio e possiamo afferrare la continuità con l’attuale: la parola di Dio, prerivelata nell’Antico Testamento e rivelata in Cristo, viene affidata agli apostoli e la trasmissione del depositum fidei viene conservata, proclamata e promulgata nella Chiesa che deve essere fedele alla Rivelazione, e allo stesso tempo deve rispondere alle nuove situazioni. Questa è l’idea di fondo: cercare di capire come la fede si contestualizza nelle circostanze dell’uomo moderno e come portare la bellezza e la completezza della fede agli uomini di oggi. È una bella sfida.

A proposito di sfide, nei documenti di preparazione al Sinodo si parla di emergenza educativa.
Dire catechesi vuol dire educare nella fede. Nella maggior parte dei casi questo avviene per i bambini che, già inseriti nella compagnia della Chiesa, vengono accompagnati a ricevere l’Eucaristia, oppure per le persone che si battezzano in età adulta affinché ricevano la preparazione all’iniziazione cristiana: di questi ultimi ne abbiamo moltissimi grazie ai fenomeni migratori degli ultimi anni. Il catechismo è un grande strumento che deve servire come visione completa, precisa e affidabile delle verità di fede, ma, come dice san Pietro nel capitolo 3 della sua lettera, saper dare ragione della nostra fede: questa è la sfida del nuovo millennio. Dobbiamo cercare una nuova apologetica, una nuova maniera di spiegare la nostra fede, perché con il passare del tempo la vecchia apologetica, quella che ho imparato in Seminario prima del Concilio, non è più adeguata.

Dar ragione della nostra fede. Da dove si parte?
La questione di fondo sta nel rapporto fede-ragione che il Beato Giovanni Paolo II definì come i “due polmoni” necessari per arrivare alla verità della nostra vita, non solo per la vita di quaggiù, ma tutta la vita: la vita eternamente intesa. Ci sono poi alcune questioni che entrano parzialmente nel Catechismo e che andrebbero meglio affrontate, una fra queste riguarda l’evoluzionismo verso cui bisogna porsi con sano realismo e con la preoccupazione di cercare la corrispondenza tra i dati del mondo scientifico e quelli della fede tradizionale. Sarebbe poi una cosa importante per la nuova apologetica una ripresentazione del piano di Dio per la sessualità umana. Questa è una sfida importante che Giovanni Paolo II incominciò con la cosiddetta teologia del corpo: il dato di partenza è una bellezza creata. Tale beltà può trovare delle difficoltà e delle sfide che fanno parte della nostra condizione di peccatori – pensiamo alla deformazione della dimensione sessuale nella pornografia – ma è importante che nella catechesi si faccia entrare una visione propositiva: fare emergere che il piano di Dio è bellezza, che la famiglia è bellezza.

Da tempo una certa cultura vuole estendere la possibilità di essere famiglia anche alle coppie omosessuali e in alcuni casi l’obiettivo è stato raggiunto. Si vuole indebolire la famiglia per arrecare danno al luogo primario della trasmissione della fede?
La famiglia ha un ruolo centrale nella trasmissione della fede. Io sono originario della California e fino al 2005 sono stato arcivescovo di San Francisco, patria della cultura liberal, eppure, nel referendum del 2008 dove si chiedeva ai cittadini di esprimere la loro idea sul concetto di famiglia, la maggioranza ha ritenuto che il nucleo parentale dovesse essere costituito esclusivamente da un uomo e da una donna. La famiglia è la culla del futuro dell’umanità e per la Chiesa è il luogo primario di educazione alla fede. Minare la famiglia è minacciare la trasmissione della fede. Mi spaventa che alcuni paesi europei, attraverso dei provvedimenti legislativi, abbiano definito “famiglia” le unioni fra coppie dello stesso sesso. Stiamo parlando di Stati una volta tradizionalmente cristiani come l’Olanda e il Belgio, per non parlare della Spagna, un fatto incredibile per la sua storia e tradizione. Leggo in questi fatti una prepotenza di interessi particolari in grado di esprimere pressioni grazie una certa presenza politica all’interno dei partiti; si pensa a queste cose invece di affrontare le questioni principali come quella economica, dove in alcuni casi, si registrano debiti pubblici alle stelle con forti responsabilità di un sistema politico poco funzionante.

Ha da proporre qualche consiglio ai politici e soprattutto a quelli cattolici?
Non conosco bene la situazione italiana, ma una cosa è certa, per tutte le nazioni: una sana politica deve dar luogo a una visione economica secondo la creazione di Dio. La terra ci è stata affidata e cosa ancor più importante, con la ragione e con l’ispirazione della fede bisogna muoversi per una politica che sostenga un piano economico inclusivo per tutti i livelli sociali. Non voglio fare un discorso né ecologista né socialista, ma voglio intendere che tutto il materiale presente nel magistero sociale della Chiesa emerso in questi due secoli deve essere incorporato in questa nuova evangelizzazione. Cerco di spiegarmi meglio. Nell’economia c’è sempre una responsabilità personale, ma non bisogna cadere nella tentazione individualistica dove l’altro non conta e l’azione dell’homo oeconomicus si riduce a prassi egoistica: non si può accettare che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri nell’incuranza dei doni del creato.

Eminenza, il Santo Padre scriverà l’enciclica sulla fede?
Ne abbiamo parlato insieme ultimamente perché dopo le encicliche sulla speranza e sulla carità, tra le virtù teologali manca solo la fede. Questo documento sarebbe una grande testimonianza per la Chiesa, ma non dobbiamo dimenticare gli innumerevoli interventi e atti che il Santo Padre ha realizzato sul tema della fede e di come questa si vive nella vita quotidiana.

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