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Lavoro. Prepensionare gli anziani per fare spazio ai giovani? Non serve e costa troppo. Ecco perché

novembre 29, 2013 Matteo Rigamonti

In Italia tra i giovani (15-24 anni) solo uno su tre lavora, idem tra gli anziani (55-64). Stesso schema in Danimarca e Olanda, dove però lavorano in due su tre

Emergenza lavoro, la staffetta generazionale non serve. Quella di prepensionare i “vecchi” per far largo ai più “giovani” è un’«idea sbagliata», oltre che antieconomica. Ne è convinto il senatore montiano e giuslavorista Pietro Ichino che, per dimostrarlo, chiama in causa un’evidenza empirica: mentre in Italia lavora un giovane su tre in età compresa tra i 15 e i 24 anni, proprio come lavora una persona su tre tra chi ha un’età compresa tra i 55 e i 64 anni, in Olanda e Danimarca, dove lavorano due persone più anziane ogni tre, anche due giovani su tre godono di un impiego. Così, in Gran Bretagna e Germania, dove lavora una persona su due sia nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni, sia in quella che va dai 15 ai 24.

LAVORO E FORMAZIONE. I dati appena esposti sono contenuti in una carrellata di slide (vedi immagini pubblicate di seguito) che Ichino sta utilizzando nel suo tour tra le scuole italiane per parlare ai giovani di mercato del lavoro e dell’offerta formativa e fare orientamento, presentando i contenuti del suo ultimo libro, Il lavoro spiegato ai ragazzi. E anche ad alcuni adulti. Secondo il giuslavorista, infatti, nel nostro paese gli impieghi ci sarebbero anche, ma la scuola sforna troppi pensatori e pochi lavoratori. Motivo per cui è assai importante salvaguardare, migliorare e promuovere la formazione professionale. Perché in Italia, come ha spiegato anche Dario Odifreddi a tempi.it, «da trent’anni siamo ammalati di liceo».

PREPENSIONARE NON SERVE. Il punto, spiega Ichino, è che la soluzione di prepensionare, grazie agli scivoli, persone di soli 52-57 anni, che magari hanno versato poco più di trent’anni di contributi effettivi, anche se è per il pur nobile intento di far largo ai giovani, ha l’effetto negativo di generare un costo economicamente insostenibile per la collettività. È il costo determinato dall’obbligo per lo Stato di dover poi mantenere, coerentemente con l’aspettativa di vita media che si è alzata negli ultimi anni, una schiera di pensionati per circa altri trent’anni l’uno. Non è certo come auspicabile per uno Stato, quello italiano, le cui finanze piangono e il cui ente pubblico di previdenza, l’Inps, ha appena ricevuto in dote un buco di bilancio da 9 miliardi di euro, grazie all’accorpamento dell’Inpdap, la cassa dei dipendenti statali, che notoriamente sono quelli che finora sono andati in pensione prima di tutti. Spendere troppi soldi e troppo a lungo per la previdenza, insomma, sottrae risorse preziose alla collettività che potrebbero essere, invece, più utilmente destinate ai servizi, alle infrastrutture, ai giovani, alle famiglie e alla società tutta, con beneficio maggiore per l’economia, i consumi e quindi anche la domanda di lavoro.

BARRIERE ALL’INGRESSO. Ma non è solo l’obsoleto e insostenibile modello previdenziale italiano a costituire un ostacolo all’ingresso nel mondo del lavoro per i giovani italiani. Secondo Ichino, infatti, altri importanti impedimenti sono rappresentati da: incapacità da parte dei servizi di orientamento scolastici e professionali nell’informare correttamente gli alunni sulle richieste del mercato; elevato costo per l’azienda del separarsi dai suoi dipendenti già assunti; elevato livello del cuneo fiscale e previdenziale. «Con quasi il 50 per cento di prelievo sul costo del lavoro», infatti, secondo Ichino è inevitabile che «i livelli retributivi e occupazionali siano depressi», «il lavoro nero favorito» e «gli investitori esteri scoraggiati». Come ben dimostra il seguente grafico sugli Investimenti diretti esteri (Ide) rivolti all’Italia:

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