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L’Australian way per uscire dalla crisi funziona. In Australia

giugno 19, 2012 Daniele Ciacci

Al G20 di Los Cabos, in Messico, è intervenuta il premier australiano Julia Gillard. Se l’Europa avesse più materie prime, più carbone, più petrolio, più gas naturale, più oro, più disponibilità di lavoro, ce la potrebbe anche fare (ma va?)

«Spero che la forte economia australiana costituisca un esempio per i paesi in difficoltà». Lo dichiara Julia Gillard, Primo ministro australiano, nel suo intervento al G20 di Los Cabos, in Messico. «Un misto di disciplina fiscale e forte attenzione alla creazioni di opportunità economiche: così siamo riusciti a riportare l’economia ai livelli pre-crisi del 2008 in soli due anni, avendo comunque un bilancio che andrà in surplus l’anno prossimo». Chapeu, Julia si merita un lungo applauso.

I dati, d’altronde, danno ragione alla leader laburista.. Nel primo trimestre del 2012, il Pil ha raggiunto un incremento annuo del 4,3 per cento, la disoccupazione è calata al 5 per cento – grazie alla creazione di circa 800 mila posti di lavoro – e si è arrivati a diminuire la detrazione fiscale al 31 per cento. Cifre che stupiscono, per due ragioni. Innanzitutto, la situazione economica globale non consente alle altre nazioni di sbandierare cifre in positivo come quelle che la Gillian ha sbattuto in faccia ai paciosi politici del G20. In secondo luogo, fino a pochi anni fa era impensabile che l’Australia sarebbe uscita dalla crisi con una velocità tale.

La grande isola dell’Oceania aveva vissuto momenti di recessione già agli inizi degli anni ’90. A comandare, c’erano sempre i laburisti, ma guidati dalla premiata coppia Hawke e Keating. Anche in quel momento, prima della crescita fu necessario «adottare misure di austerità, per appianare il bilancio». La voce della Gillard – che definisce l'”Australian way” per uscire dalla crisi come un mix di imposizione fiscale e disciplinate analisi di spesa per tagliare gli esuberi –  accarezza le orecchie di Angela Merkel. Ma è la prima volta che un leader australiano dà lezione di business alla “madrepatria” europea. Ed è per questo che alcuni hanno storto il naso. In Messico, e in patria, dove l’opposizione liberale di Joe Hockey ha definito “arroganti” le parole di Julia Gillard.

Ma la stessa Gillard, sul finale, glossa: «Mentre sappiamo che ogni paese fronteggia la crisi nelle sue proprie circostanze in cui essa si manifesti, noi crediamo ci siano alcune lezioni che il mondo potrebbe imparare dall’Australia» come «la decisione e la determinazione». Eppure, basta soffermarsi sulla prima frase per capire come le parole della Gillard si dimentichino di un fattore di realtà non secondario e facilmente ravvisabile. L’Europa ha una superficie di poco maggiore di quella australiana (10 milioni di chilometri quadrati contro 8 ) e circa 27  volte gli abitanti dell’isola.

Questo significa che la torta di profitto, pro capite, è maggiore per tutti. Inoltre, dai deserti australiani possono estrarsi: carbone, diamanti, oro, uranio, gas naturale, petrolio. Metà si usano in patria, un’altra metà si esportano ai vicini giapponesi a suon di moneta sonante. Un dato minimo nel mare di differenze che separa i vecchi europei dai giovani australiani. Ma nessuno può negare che l'”Australian way” funziona. In Australia.

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