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Lampedusa Report, l’e-book che racconta un’isola diversa

giugno 18, 2011 Emanuela Campanile

Massimiliano Menichetti, vicecaporedattore della Radio Vaticana, con Lampedusa Report racconta l’isola e gli isolani che i grandi media hanno tralasciato: «Nei miei reportage ho cercato di far vedere il volto della carità degli isolani e quello di chi lascia tutto e tutti per cercare di cambiare la propria esistenza e quella dei propri cari»

E’ splendida e intensa, ricca di baie e spiagge dai colori africani. Eppure, mai come ora, la sua bellezza è prigioniera. Prigioniera di paure, luoghi comuni e speculazioni di ogni sorta: “Lampedusa è baraonda, sbarchi e disperazione. La sua sfortuna è trovarsi proprio sulla rotta dei migranti africani per il Mediterraneo”. E allora si pensa che Lampedusa sia tutto questo. O meglio, solo questo. Si dimenticano i suoi faraglioni, la suggestiva e meravigliosa galleria della costa, le spiagge e le anse accoglienti come un abbraccio. Ma soprattutto, non si conoscono i volti dei lampedusani, la loro instancabile accoglienza fatta di generosità e preghiera e soprattutto non si conosce il loro dolore per un riconoscimento che tarda a venire. Nel momento più drammatico vissuto quest’anno dall’isola, Massimiliano Menichetti, vicecaporedattore della Radio Vaticana ha registrato quanto sfuggito (o ignorato?) dallo sguardo veloce delle telecamere, ai microfoni e alle penne di molte testate. Nasce così Lampedusa Report.

Come è nata l’idea di realizzare un instant-book?

Verso la metà di marzo sono stato inviato dalla Radio Vaticana sull’isola siciliana di Lampedusa. Prima di iniziare a scrivere per la mia testata ho incontrato e parlato con decine di tunisini e isolani.  La situazione era difficile e la guerra in Libia, come si dice in gergo, “oscurava la notizia”. All’inizio, sui giornali, Tv e Radio, filtravano prevalentemente le parole “emergenza” e “clandestino”. Nei miei reportage ho invece cercato di far vedere un altro volto, secondo me più reale anche se più difficile: quello della carità degli isolani e quello di chi lascia tutto e tutti per cercare di cambiare la propria esistenza e quella dei propri cari. La stessa sfida mi ha accompagnato al ritorno e così un libro “istantaneo”, è stato la naturale conseguenza del mio lavoro. L’esperienza sull’isola era stata troppo ricca per poter rimanere confinata in servizi ed interviste fagocitati nell’arco delle 24 ore.

Perché un e-book?
Non è escluso che diventi un testo in carta e brossura, ma internet è una finestra sul mondo stupefacente alla quale si può consegnare un pensiero, un’opera che vivrà per sempre. Se da una parte in Italia il libro digitale non è ancora molto diffuso, dall’altra ha una potenzialità di lettura senza eguali. Le informazioni viaggiano in Rete molto velocemente, ma ciò che manca è spesso l’attendibilità delle fonti. Il libro digitale, che si rintraccia attraverso qualsiasi motore di ricerca, permette velocità e immediatezza, insieme ad un lavoro attendibile e verificabile. Per fare un esempio: i link presenti in nota, nella versione cartacea sarebbero consultabili solo se trascritti su PC, nella versione e-Book, basta un “click”.

Su Lampedusa sono stati scritti fiumi di parole, commenti, analisi eppure il titolo del suo libro fa riferimento ad un aspetto (che lei definisce) sconosciuto dell’isola. C’è ancora qualcosa che non sappiamo o che non è stato detto?
Molto non è stato detto e certamente neanche il mio libro è in grado di rendere giustizia a Lampedusa ed ai volti che arrivano sull’isola. Questo perché è impossibile incasellare la ricchezza dell’animo umano. Lo sguardo di Tawfik o il sospiro di Saro. Quella terra dai colori oro e azzurro è da sempre un crocevia di popoli, parla il linguaggio della speranza, dell’accoglienza e quello del dolore e della disperazione. Con o senza emergenza Lampedusa è uno scoglio nel Mediterraneo che raccoglie e dona umanità. Questo è possibile perché gli isolani non sono meramente solidali, ma vivono la carità cristiana. L’isola è cristiana. E questo è uno di quegli aspetti spesso, se non sempre, ignorati.

Cosa le fa affermare che Lampedusa è un’isola cristiana?
Una mattina, mentre i barconi dalla Tunisia avevamo portato a 6000 il numero dei migranti su un’isola che ha poco più di 5000 abitanti, cercando don Stefano, il parroco, sono andato a Messa. La chiesa era gremita e la popolazione recitava all’unisono le Lodi. La risposta di quella gente (mentre i media parlavano di “invasione”)  non era un parlare sterile, ma era pregare. I fedeli  si stringevano al Crocefisso affinché tutti fossero protetti e aiutati, affinché non venissero meno le forze e si moltiplicasse l’accoglienza nei confronti dei bisognosi. Sull’isola era normale all’ora di pranzo vedere dei pentoloni girare per le piazze, non c’era casa che non avesse aiutato, magari anche solo dando un bicchier d’acqua a quei ragazzi. E anche oggi che gli sbarchi non fanno notizia perché non sono più numerosi o non si consumano tragedie, quelle persone sono lì a dare e pregare. La solidarietà viene dal gesto spontaneo, forse occasionale; la carità è il frutto della conformazione a Cristo, la carità è testimonianza ed è questo che ho visto sull’isola di Lampedusa.

Tutti ricordiamo però le proteste dei lampedusani come le imbarcazioni portate in mare per evitare gli attracchi
Grande era la rabbia dei lampedusani nei confronti dello Stato e dell’Europa che assistevano, senza intervenire efficacemente, al crescere dei problemi. L’isola vive soprattutto di turismo. I lampedusani vedevano sgretolarsi il proprio futuro e calpestare i diritti dei tunisini lasciati in condizioni disumane. Le loro contestazioni erano per attirare l’attenzione per far muovere le cose come dicevano. La catena con i barconi fu messa in atto di mattina, in pieno giorno vicino al porto, non di notte e a largo. Nel primo pomeriggio attraccò una carretta del mare zeppa di ragazzi tunisini. Se avessero voluto veramente bloccarli i barconi non sarebbero più passati, ma così non fu.

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