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La ricerca sulle cellule embrionali va contro i diritti umani fondamentali

novembre 29, 2011 Benedetta Frigerio

Esiste una sentenza della Corte di Giustizia europea che vieta di brevettare l’utilizzo di embrioni a scopi di ricerca, ma c’è chi vorrebbe ribaltarla. Intervista a Andrea Santini, professore di Diritto dell’Unione Europea, che spiega quali siano i “paletti” ineludibili della sentenza

Esiste una sentenza della Corte di Giustizia europea che vieta di brevettare l’utilizzo di embrioni a scopi di ricerca. Ma tale sentenza pare non bastare. A breve dovrà essere stabilito dall’Unione Europea i criteri per l’utilizzazione di fondi per la ricerca e la Commissione Europea dovrà presentare una proposta per l’Ottavo programma quadro. Chi è favorevole alla manipolazione degli embrioni spinge affinché nella bozza sia inclusa la ricerca sulle cellule staminali «sia adulte sia embrionali». Andrea Santini, professore di Diritto dell’Unione Europea all’Università Cattolica di Milano, ci spiega perché «la sentenza della Corte di Giustizia costituisce un precedente del quale il legislatore dovrà necessariamente tener conto».

Qual è l’iter previsto per il programma quadro della Commissione?

Innanzitutto bisogna tener presente che si discute di un testo che deve essere ancora adottato dalla Commissione, la quale dovrebbe pronunciarsi a breve. Poi la proposta passerà al Consiglio e al Parlamento europeo. Perché diventi legge, però, entrambi devono approvarla e devono farlo nello stesso senso: ciascuno ha diritto di veto sull’altro. Si avvierà dunque un vero e proprio negoziato tra Consiglio e Parlamento, che naturalmente potranno modificare la proposta della Commissione.

In questo contesto istituzionale, che ruolo ha la Corte di Giustizia?
La sentenza della Corte costituisce un precedente importantissimo per il dibattito politico che si avvierà sulla proposta della Commissione. Certamente, dal punto di vista tecnico-giuridico, la Corte, nella sentenza del 18 ottobre 2011, mostra qualche cautela, affermando che il suo unico fine è quello di interpretare una direttiva contraria alla brevettabilità dell’utilizzo di embrioni a fini industriali o commerciali. Detto questo, l’interpretazione che la Corte dà di embrione è molto decisa. Si vedano i paragrafi dal 34 al 36: «Sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano (…) Deve essere riconosciuta questa qualificazione anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi. Anche se tali organismi non sono stati oggetto, in senso proprio, di una fecondazione, gli stessi, come emerge dalle osservazioni scritte e depositate dinanzi alla Corte, per effetto della tecnica utilizzata per ottenerli, sono tali da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano come l’embrione creato mediante fecondazione di un ovulo».

Non solo, la Corte stabilisce che non è possibile brevettare l’utilizzazione di embrioni anche solo a fini di ricerca scientifica.
Certamente. E quindi, al di là dei “paletti” dal punto di vista giuridico, essa si esprime con un giudizio forte. Che non può essere ignorato dalle istituzioni europee.

L’interpretazione della Corte non vincola il legislatore?
Un precedente giurisprudenziale non impedisce al legislatore di cambiare la legge. Ma solo se l’interpretazione che la Corte dà verte sul diritto derivato. In questa sentenza, però, sebbene la Corte interpreti appunto una direttiva, c’è un passaggio che mi pare molto rilevante. Al paragrafo 32 si legge: «Lo sfruttamento del materiale biologico di origine umana deve avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e, in particolare, della dignità umana». La Corte richiama così come fondamento del divieto posto dalla direttiva i diritti fondamentali dell’uomo: la sua dignità e integrità. Quindi se la sentenza vuole essere solo l’interpretazione di un atto, pone in realtà un vincolo forte al legislatore. Se una norma europea permettesse la ricerca sulle cellule embrionali non andrebbe contro una sentenza della Corte. Peggio. Andrebbe contro i diritti umani fondamentali».

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