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La nostra società gaia e vuota e quella inappagabile sete di “Grande bellezza”

marzo 5, 2014 Marina Corradi

Marina Corradi recensisce il film di Paolo Sorrentino vincitore dell’Oscar come miglior pellicola straniera

Anticipiamo l’editoriale di Marina Corradi che apparirà nel prossimo numero del settimanale Tempi, in edicola da domani, giovedì 6 marzo.

Ne ho sentito parlare male. L’ho visto, e l’ho voluto rivedere la sera dopo. La Roma del film somiglia a quella che io, milanese, ho scoperto da bambina quando mio padre mi portò al Palatino e al Colosseo a Villa Borghese per la prima volta: un sogno, o un miracolo, l’essere rimaste in vita quelle pietre dopo millenni, e il loro starsene ancora sotto al sole, impregnate della sua luce d’oro. La Roma de La grande bellezza è quella che meraviglia un ragazzo la prima volta che la vede, e ancora più, immagino, se viene dal Nuovo Mondo: allora l’impatto deve essere travolgente, e forse anche questo spiega il successo americano del film. Certo, non è la Roma di Ignazio Marino, sull’orlo del default. È invece una metafora dell’Occidente più privilegiato e, all’apparenza, spensierato.

La storia di Sorrentino nell’opulenza di Roma naviga nel suo proprio mare. Jep Gambardella è un maturo giornalista e scrittore, mondano, sempre in giro tra party e belle donne che sfiora, sorridente e annoiato: sa tutto, ha visto tutto, niente più lo emoziona. Ed ecco Roma, d’estate, palpitante sotto ai terrazzi degli attici dove di tira l’alba ballando una musica disco che ha almeno il merito di rendere superflua ogni conversazione – giacché non si ha nulla da dire, oppure si dice per recitare. Fantastico in questo senso il dialogo fra Gambardella/Toni Servillo e una dama che declama le sue virtù di «madre, scrittrice, donna» in pura retorica radical chic-femministese; e folgorante la risposta di lui, brutale e vera.

Cosa cercano i festaioli nelle notti dell’Urbe? Ciascuno un pezzetto di una sua piccola felicità: il successo, o una particina in una pièce, o il compiacimento del narcisismo della bella signora che fotografa solo se stessa. In questa umanità gaia e vuota il giornalista incontra la bellissima soubrette interpretata dalla Ferilli – quasi un altro volto, carnale, di Roma. Lei, disfatta dalla vita, gli è grata per averla guardata come una persona; lui le manifesta amicizia e affetto. E che bella notte quella passata insieme, ridono i due fra loro, senza avere “fatto” niente.

Ma lei muore, e anche l’unico amico di Jep parte. Le feste, al protagonista non bastano più. Vorrebbe porre le sue domande a un anziano cardinale, il quale, come sente parlare di senso della vita, si sottrae, preferendo discettare di cucina – amara figura di una certa Chiesa imborghesita. Più enigmatico il personaggio della “santa”, una mistica che sembra la esasperazione di madre Teresa. Qui però Sorrentino descrive confusamente una maschera segnata da un ascetismo radicale, invece che dalla carità che era l’essenza di Teresa. (E nemmeno l’ascetismo e la povertà, privati del nesso con la misericordia, sono una risposta per gli uomini).

Tutta la bellezza dell’Urbe sembra non uguagliare, nel finale, la memoria che il giornalista ha di un primo bacio dato da adolescente a una ragazza poi perduta. È esistita, dunque, una Grande bellezza vera, che lui si è lasciato sfuggire. E allora decide di cercarla ancora, e inizia a scrivere il libro che non ha mai osato cominciare.

Sorrentino pone una domanda; Roma col suo splendore ne è lo scenario, ma non l’appagamento. Piuttosto, almeno questo ho letto io, nelle sue pietre è l’orma di una Bellezza che c’è – ed è da cercare.

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