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«La mafia a Milano c’è ma due commissioni per contrastarla sono troppe»

febbraio 21, 2012 Chiara Rizzo

Intervista a Roberto Biscardini, consigliere comunale del Psi a Milano, che commenta così le due commissioni antimafia messe in campo dalla giunta Pisapia: «Una è di troppo. Il comitato di cosiddetti “esperti” che farà capo a Pisapia non so che cosa farà. Penso che sia solo un tentativo per dare lustro».

Che soffiasse un vento nuovo, lo aveva detto subito Giuliano Pisapia. Certo è che nessuno, nemmeno all’interno dell’amministrazione comunale, si aspettava di passare dalla Milano dove «la mafia in buona sostanza non c’è» (parole del prefetto Valerio Lombardi) dell’era Moratti, alla Milano che ha messo in campo ben due commissioni antimafia. Luccicante, l’etichetta del contrasto alla criminalità nella giunta Pisapia che è stata apposta infatti a ben due neonati comitati. Uno era quello che da programma il sindaco aveva promesso di mettere in campo: la Commissione consiliare (che fa capo al Consiglio comunale) attesa da 20 anni, che dovrà entrare nei quartieri per vigilare sulle infiltrazioni anche nel campo degli appalti. L’altro è il Comitato voluto, un po’ a sorpresa, dal sindaco e che dipenderà direttamente da lui, presieduto da Nando Dalla Chiesa e composto però da persone non elette al Consiglio comunale, anche se di spicco: Giuliano Turone (ex magistrato e ora docente in Cattolica), Umberto Ambrosoli (avvocato), Luca Beltrami Gadola (architetto). E così, proprio sull’antimafia fioccano le polemiche. Roberto Biscardini, consigliere comunale del Psi a Milano, sul settimanale socialista Avanti! della domenica, non a caso parla di «antimafia, un mestiere che torna di moda». A tempi.it spiega il perchè.

Biscardini, da zero a due comitati antimafia. Cosa sta succedendo a Milano?
Esiste un comitato antimafia promosso autonomamente dal sindaco e dalla giunta e formato da una serie di persone, tra cui Nando Dalla Chiesa. E poi esiste la commissione consiliare antimafia. Credo che sia un segnale di relativo strabismo: io auspico che almeno ci sia un coordinamento. Avrei preferito che ci fosse solo la commissione consiliare, perché dal mio punto di vista rappresenta l’istituzione al massimo livello, cioè il Consiglio comunale da cui è eletta e formata, e quindi rappresenta direttamente i cittadini. L’altro, un comitato d’esperti, cosiddetti “esperti” aggiungo io, risponde al sindaco: penso sia più un problema di prestigio, aver chiamato delle persone “esterne” lo vedo come il tentativo di dare lustro e di dimostrare che c’è un impegno forte. Ora bisognerà vedere nei fatti che accadrà. La commissione consiliare stabilirà un calendario di lavori: non ho capito invece cosa farà questo Comitato, che dovrebbe muoversi su logiche diverse. Magari si dovrebbe evitare che consultino le stesse persone, che raddoppino il lavoro di monitoraggio. È un lavoro serio che va fatto anche con un certo grado di riservatezza, non per scoprire le cose che si sanno già, ma per intervenire su fenomeni non ancora noti.

Dica la verità: il problema della mafia a Milano è reale o sta diventando solo una strumentalizzazione per le mode?
No, la mafia c’è e la vera battaglia la si fa nel rispetto delle regole che abbiamo. Se non sono sufficienti si modificano: questo era il principio di Leonardo Sciascia, nel famoso articolo di 20 anni fa sui professionisti dell’antimafia. E questo penso oggi anche io. Il punto è che bisogna passare dalla logica attuale dei libri sulla mafia alla lotta con le regole. Molti di quelli che oggi sono i nuovi “professionisti dell’Antimafia” infatti hanno trasformato il contrasto alla criminalità anzitutto in un’attività editoriale, per cui la lotta sembra essere diventata il prendere documenti dalle Procure e riportarli in bella forma in libri. Invece il contrasto vero, reale, va fatto attraverso le regole, anche attraverso una modifica delle regole.

E allora quali sono le vostre proposte concrete? Cosa dovrà e potrà fare a Milano la commissione consiliare?
La cosa più semplice, ad esempio, sarà la vigilanza sul mondo dell’edilizia, per trovare modalità nuove sul mondo degli appalti. Perché c’è tutta una criminalità organizzata che è favorita da norme sugli appalti, legittime, ma che lasciano troppe maglie aperte, che lasciano spazi all’intervento di imprese non regolari. A livello comunale, secondo me, può essere utile e si può fare “scuola” anche al resto del Paese. Sono anche convinto che bisogna avere forme di certificazioni efficaci: può darsi che non sia più il certificato antimafia, come hanno detto sabato scorso il ministro Paola Severino e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Magari sarebbe più utile un certificato di “congruità” tra la caratteristica dell’impresa e i lavori che si prendono in appalto. E anche in questo Milano può essere pilota. L’altro tema è quello delle transazioni finanziare: spero che il Comune si attivi sul terreno dell’evasione fiscale. E per farlo bene dovrà avere una struttura interna capace per esempio di confrontare i dati e di rapportarli ai movimenti di denaro, visto che oggi una fonte cospicua di evasione è proprio la criminalità, che per sua natura, operando in un sistema illegale, riesce anche a fare prezzi più “vantaggiosi” delle aziende pulite. Sono convinto che il Comune possa fare molte cose, ma il fatto che esistano due comitati non dev’essere d’ostacolo. Uno dei due è di troppo: almeno si coordinino.

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