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La grazia di vivere in un container. Viaggio tra i cristiani iracheni rifugiati a Erbil

aprile 18, 2016 Rodolfo Casadei

«Dio ci vuole qui nel nostro paese. Quello che ci è accaduto ci ha fatto scoprire una fede più vera. Siamo come le olive: perché diano buon olio occorre schiacciarle»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quanti dei cristiani di Mosul e della Piana di Ninive messi in fuga dallo Stato islamico nell’estate del 2014 sono emigrati all’estero per la disperazione di non poter più recuperare le proprie case e di non poter più tornare a vivere come prima? Statistiche accurate non ne esistono, ma chi dicesse che circa un quarto dei 120 mila cristiani protagonisti di quell’esodo hanno abbandonato la terra fra il Tigri e l’Eufrate, non andrebbe lontano dalla verità.

Padre Douglas Bazi, parroco caldeo a Erbil presso la chiesa di sant’Elia, afferma che, per quanto riguarda la possibilità dell’emigrazione, i cristiani iracheni si dividono in tre categorie: «Quelli che già ci pensavano prima dell’avvento dell’Isis, quelli che non ci pensavano e hanno cominciato a pensarci dopo essere stati costretti a fuggire, quelli che vorrebbero andarsene ma non possono perché non hanno i soldi per farlo o parenti all’estero ai quali appoggiarsi». In realtà esiste anche una quarta categoria: quella di coloro che non intendono abbandonare il paese nel quale sono nati perché giudicano di avere una missione proprio lì, perché pensano che il compito che Dio ha loro affidato è quello di testimoniare Cristo come singoli e come comunità in condizioni, come quelle che in Iraq si vivono, che vanno dal difficile al proibitivo.

Talal ed Eeven, marito e moglie genitori di quattro figli, vivevano a Mosul e hanno perso tutto. Come per tanti cristiani dell’antica Ninive, la loro fuga si è svolta in due tempi: prima si sono trasferiti a Qaraqosh, dopo l’editto di al Baghdadi che imponeva di scegliere fra la conversione all’islam, la dhimmitudine o la morte, e poi da lì a Erbil quando la principale città dei siriaci in Iraq è caduta a sua volta nelle mani degli uomini del califfato. Da un anno e mezzo vivono in un prefabbricato di tre metri per cinque allo Sport Center, uno dei 57 insediamenti di sfollati cristiani dei dintorni della capitale del Kurdistan iracheno. Condividono docce e toilette con le altre 200 famiglie del campo, e la sera mandano i figli maschi a dormire in un altro container. Da Mosul un vicino musulmano li informa periodicamente per telefono della situazione: un’altra famiglia di vicini musulmani ha occupato la loro casa.

Non che prima dell’avvento dell’Isis la vita fosse idilliaca: un fratello del cognato di Talal è stato assassinato da jihadisti solo perché la sua pizzeria era frequentata dai soldati americani di stanza a Mosul, un cuginetto 17enne di Eeven è stato sequestrato a scopo di riscatto e ucciso poco tempo dopo, uno zio risulta fra i dispersi di Qaraqosh: cristiani che non hanno fatto in tempo ad abbandonare la città nell’agosto del 2014 e dei quali non si hanno più notizie da allora.

«I miei figli si erano dovuti abituare a vedere cadaveri per le vie della città», racconta Talal. «Giornalisti, poliziotti, commercianti: i terroristi uccidevano tutti quelli che loro consideravano dei traditori». Oggi Talal, che nella vita precedente era un abile artigiano decoratore di esterni, ha trovato lavoro come responsabile del magazzino di una ditta di profumeria ad Ankawa, il quartiere cristiano di Erbil, e la famiglia non dipende più totalmente dagli aiuti alimentari. Sperano di mettere da parte abbastanza denaro per trasferirsi in una vera casa in affitto in quel quartiere. Di andarsene all’estero non se ne parla proprio: «Io e mia moglie abbiamo parenti in tutto il mondo: Stati Uniti, Canada, Libano, Svezia, Germania, Francia. Ci hanno sollecitato a partire, ma noi e i nostri figli resteremo qui. Perché Dio qui ci ha chiamati e qui ci vuole».

iraq-cristiani-rifugiati-erbil-tempi-copertinaThaer e Huwaida, una coppia con tre figli ancora ragazzi, è fuggita da Qaraqosh fra gli spari e le bombe, la moglie ricorda quelle giornate con angoscia. Il marito lavorava nelle costruzioni, erano benestanti. Ora non hanno più nulla e alloggiano insieme ad altre due famiglie in un villino di quattro locali a Ozal, quartiere residenziale di Kasnazan. Sono emigrati in Libano ma poi hanno deciso di tornare qui. «Non potevamo vivere lontano dalla nostra comunità, dai fratelli nella fede che abbiamo trovato qui dopo la fuga. Quello che Daesh (la sigla araba dell’Isis, ndr) ci ha fatto è stato provvidenziale. Grazie alla nostra disgrazia abbiamo scoperto una fede più vera, una vita più autentica che nemmeno immaginavamo che potesse esistere».

Bashar Majid e Ragat, una giovane coppia di Qaraqosh, ci ha messo 13 ore a raggiungere Erbil la notte della fuga. Per tutto il tempo la figlia più piccola, un anno e mezzo, ha pianto. Una foto di quella bambina è arrivata anche sulla scrivania di papa Francesco. Anche loro non hanno nessuna intenzione di abbandonare l’Iraq. «Ho perso la mia storia, ho perso le mie radici, questa è la sofferenza più grande», commenta Majid. «Le cose materiali si possono riavere, ma la casa tua e dei tuoi avi perduta è molto più di un cumulo di mattoni», spiega. «Eppure questo esodo era necessario per noi come lo è stato quello degli ebrei nella Bibbia. I cristiani non sono fatti per stare comodi e vivere nella calma, Dio non ci ha suscitati per questo. Quando noi ce ne stiamo comodi, il mondo è in guerra. Noi siamo come le olive: perché diano buon olio occorre schiacciarle. Grazie a Dio avremo molto più di quello che abbiamo perso. Adesso abbiamo una comunità che prima non avevamo, e Dio trarrà altri frutti dal nostro sacrificio».

Le tre coppie di sfollati cristiani iracheni sopra presentate hanno una cosa in comune: appartengono a comunità del Cammino neocatecumenale sorte nei mesi successivi alle sciagure dell’estate di due anni fa. La presenza neocatecumenale in Iraq è vecchia di un quarto di secolo, ma ha conosciuto un boom nell’ultimo anno e mezzo principalmente fra gli sfollati di Mosul, Qaraqosh e Piana di Ninive. Prima di allora gli aderenti al movimento in Kurdistan e dintorni erano circa 300, ora sono più di 500. Il successo delle catechesi fra gli sfollati è tanto squillante quanto era stata modesta la crescita dei neocatecumenali nei venti e passa anni precedenti. «Siamo arrivati in Iraq nel 1990, su richiesta del patriarca caldeo Rafael Bidawid, e abbiamo iniziato le catechesi nel 1992», spiega Filippo Di Mario, il responsabile del Cammino in Iraq. «Baghdad era piena di sfollati a causa della guerra del Golfo, e il patriarca stesso si lamentava dei modi un po’ “feudali” dei parroci di quelle comunità. Le resistenze nei nostri confronti furono forti, e il Cammino trovò poco seguito. Molti di quelli che entrarono allora poi si spostarono nel nord per ragioni di sicurezza dopo la caduta di Saddam Hussein. Attorno a loro nacquero delle comunità. Sono loro che hanno portato le catechesi fra gli sfollati all’indomani dell’esodo dell’estate 2014».

Oltre trent’anni di guerre
I movimenti ecclesiali in ambito cattolico (definizione che il Cammino tende del resto a schivare, preferendo autodefinirsi come un itinerario di iniziazione e formazione cristiana) sono stati valorizzati dagli ultimi pontefici e da innumerevoli vescovi come doni dello Spirito per il rinnovamento della Chiesa, segnatamente per la scoperta o la riscoperta della fede da parte dei singoli in società secolarizzate o in contesti di religiosità formalistica. Le testimonianze dei cristiani iracheni entrati nel Cammino sono molto simili a quelle di credenti tiepidi e di non praticanti che hanno incontrato altre realtà di movimento ecclesiale e si sono coinvolti col carisma in esse espresso. Temi ricorrenti sono la freschezza e l’entusiasmo per l’incontro con Cristo, l’esperienza dell’azione dello Spirito, la scoperta di una vita comunitaria intensa e caratterizzata da un amore fraterno reale, la sorpresa per il cambiamento della propria persona come capacità affettive e come moralità, l’obbedienza vissuta come una forma di libertà e non di costrizione, la capacità di sacrificio in piena letizia. Simili sono anche gli aspetti problematici, come le tensioni con una parte dei presbiteri, le accuse di deriva settaria e criptoprotestante, le incomprensioni coi “cristiani comuni”. Soprattutto per chi nella Chiesa già svolgeva compiti di responsabilità.

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Il diacono Shwan è un uomo di fiducia di monsignor Bashar Warda, il vescovo caldeo di Erbil, e da tempo è anche un catechista del Cammino: «Qui da noi tutti si lamentano di una pratica religiosa ridotta a routine, ma quando si presenta una proposta che davvero sovverte la routine com’è il Cammino neocatecumenale, tanti cominciano ad accusarti di rompere con la tradizione. Dovrebbero invece ringraziarci, perché senza una realtà come questa tanti avrebbero lasciato le Chiese orientali storiche e sarebbero passati con le sètte protestanti!». Effettivamente alcuni aderenti del Cammino sono cristiani passati con gli evangelici, che sono entrati in Iraq dal Kurdistan al tempo della no-fly zone anti Saddam Hussein, e poi tornati nella Chiesa caldea o in quelle siriache (cattolica e ortodossa) dopo aver partecipato alle catechesi.

Altri tratti ricorrenti nelle testimonianze di iracheni che sono entrati nel Cammino sono l’abbandono di vizi come l’alcol e il gioco, o la ricomposizione di matrimoni in crisi con l’arrivo di nuovi figli. Separazioni, divorzi, alcolismo possono sembrare mali delle società secolarizzate e individualiste occidentali, ma affliggono anche una società tradizionale, comunitaria e patriarcale come quella irachena articolata nelle sue diverse componenti religiose ed etniche. Per un motivo che chi guarda dal di fuori tende a trascurare: fra il 1980 ed oggi, fra guerre esterne ed interne, occupazioni militari e terrorismo, l’Iraq non ha mai conosciuto la pace. Fra il 1980 (data di inizio della guerra con l’Iran) e il 2003 (data dell’invasione anglo-americana e della fine del regime) Saddam Hussein ha chiamato sotto le armi milioni di uomini, che hanno trascorso al fronte o nei campi di prigionia iraniani sei-sette anni della loro vita. Che hanno partecipato alla repressione contro gli sciiti e i curdi. Gente che ha visto morire al proprio fianco amici e commilitoni, che è stata testimone o partecipe di atti efferati contro i nemici interni come sciiti e curdi. L’alcolismo e le crisi matrimoniali di centinaia di migliaia di persone non più giovani hanno le loro radici in queste esperienze di vita traumatiche.

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Ma il connotato dell’identità neocatecumenale in Iraq che colpisce di più è certamente la frequenza con cui si sente affermare l’indisponibilità a emigrare, la necessità di restare per rispondere a una chiamata dall’alto. «Il 70 per cento degli aderenti alle comunità neocatecumenali che sono nate fra gli sfollati, e il 100 per cento dei loro catechisti dà la stessa risposta: resteremo in Iraq perché Dio ci ha dato un compito qui», ci dice Filippo Di Mario. Questo spiega il sostegno totale che ai neocatecumenali stanno dando vescovi e patriarchi iracheni, che molto insistono sulla necessità che i cristiani non emigrino affinché la presenza della Chiesa in Iraq non si estingua, ma poco possono fare di fronte alle ragioni stringenti di chi se ne va: in Iraq per i cristiani non c’è sicurezza, non c’è giustizia, non c’è speranza di recuperare le proprietà sottratte. Solo una novità nella vita di fede e nella relativa autocoscienza può convincere una persona a continuare a vivere in condizioni materialmente disagiate, con poche probabilità che gli sia resa giustizia e anzi esposto quotidianamente all’insicurezza insieme alla sua famiglia.

«Rimanete uniti»
È esattamente quello che sta succedendo a chi incontra il Cammino: «Mio fratello minore si è lasciato convincere dai parenti ed è partito per l’estero con tutta la famiglia», dice Fadi. «Per lui come per tanti la priorità è la sicurezza della vita. Non per me: io qui ho incontrato una nuova vita». È d’accordo anche il nunzio per l’Iraq e la Giordania, monsignor Alberto Ortega Martin, che nel corso di un incontro coi neocatecumenali iracheni ha affermato: «Se un cristiano prende coscienza che: “La mia presenza qui è un tesoro per la Chiesa e per la società”, può restare pur in mezzo alle difficili prove perché poi riceve forza e consolazione dal Signore. Da qui l’importanza della comunità. Uno non può essere cristiano da solo o fare un cammino da solo. Abbiamo bisogno della comunità non come una strategia per essere più forti, ma perché è parte della nostra identità. Non si può concepire un cristiano da solo perché è parte di un corpo che è la Chiesa, ma che si rende presente e affascinante per noi in una comunità concreta. Il nostro riferimento è la Chiesa universale, ma noi la viviamo essendo attaccati a una comunità concreta. Restate molto attaccati al Signore. E anche molto attaccati fra di voi come fratelli, per essere realmente al servizio della Chiesa e di tutta la società irachena».


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3 Commenti

  1. Davide scrive:

    Gentilissima redazione, bello l’articolo, sotto alcuni punti di vista. Ma davvero non capisco l’espressione “cristiani comuni”: i neocatecumenali che sarebbero, secondo questa affermazione? Cristiani fuori dal comune? Non vi sembra un insulto a chi nella stessa terra, fianco a fianco con gli stessi NC, vive gli stessi identici problemi, ovvero la difficoltà di vivere la fede in un clima di paura?

    • Francesco scrive:

      Che noia i soliti criticoni anti-neocatecumenali, che si attaccano alle virgole pur di lamentarsi anziché rendere gloria a Dio per quanto di buono la Chiesa – cui il Cammino Neocatecumenale appartiene – va compiendo in quelle terre devastate.

      • Davide scrive:

        Che noia le solite risposte senza senso fuori contesto degli ultras neocat.
        La domanda è semplice: che significa cristiani comuni? Invece di menare il can per l’aia col solito vittimismo e squalifica dell’interlocutore, dia una risposta seria. Altrimenti devo pensare che vi credete meglio degli altri cristiani.

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