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La camera penale di Milano in sciopero: «Molti giudici bypassano le regole del giusto processo»

luglio 18, 2014 Chiara Rizzo

Ieri astensione quasi totale dei penalisti milanesi. Il presidente Scuto: «Nel processo i testimoni vanno sentiti a dibattimento, ma c’è una diffusa tendenza da parte dei giudici a violare il diritto della difesa al contraddittorio e all’oralità»

Giovedì 17 luglio gli avvocati della Camera penale di Milano hanno deciso un’astensione a cui, secondo il loro presidente, Salvatore Scuto, «ha aderito quasi il 100 per cento degli avvocati: al centro della nostra decisione c’è una ripetuta e diffusa tendenza dei giudici a bypassare le regole del giusto processo».

Presidente, perché avete deciso l’astensione?
Premetto che la nostra protesta riguarda un fenomeno generale ed è necessariamente “spersonalizzata”. Il tema è che nel processo penale i testimoni vanno sentiti in aula. Invece c’è un fenomeno per cui, per guadagnare tempo o far prima, i giudici chiedono di acquisire i verbali. Questo naturalmente può essere fatto in alcuni casi, con l’accordo degli avvocati, ma se l’eccezione diventa la regola e per di più il presidente della corte minaccia di non concedere attenuanti per questo motivo, allora è grave. È un fenomeno che abbiamo già denunciato altre due volte in meno di un anno: a novembre 2013 con un documento firmato da tutti i distretti delle corte d’appello di Milano (oltre al capoluogo lombardo, anche Busto Arsizio, Como, Lecco, Monza, Sondrio, Varese e Voghera) trasmessa ai vari presidenti di questi tribunali. Poi dal 13 al 15 gennaio 2014 c’è stata addirittura un’astensione nazionale, dovuta allo stesso motivo. È grave  che si tenda a violare il diritto di difesa attraverso due sacrosanti principi del giusto processo, quello del contradditorio e dell’oralità. Molti giudici, per “premere” le parti ad acconsentire di acquisire i verbali delle indagini preliminari, spesso “premiano” l’imputato concendendogli le attenuanti in caso di condanna. Oppure, se i suoi difensori si sono opposti al consenso, minacciano di punirlo, come è avvenuto in particolare a Milano, nel caso del 20 giugno.

Cos’è successo in quell’occasione?
Il 20 giugno si teneva un udienza presso una sezione penale del Tribunale di Milano. In quell’occasione era stato il pubblico ministero ad insistere che venissero ascoltati in aula alcuni testimoni. Dopo che il pm ha fatto le domande e aveva ottenuto le risposte, le difese avevano rinunciato a fare il contro-esame. Il giudice aveva premuto perché al posto di sentire questi testimoni venissero acquisiti gli atti delle indagini, e in aula ha sottolineato davanti a tutti: «Secondo me, quando in un processo si insiste a sentire dei testimoni che si rivelano inutili, ovviamente si può essere assolti, ma se si è invece condannati sicuramente il Tribunale ne tiene conto, e mi dispiace che sugli imputati ricadano le scelte dei difensori». Con queste parole sono state violate l’autonoma scelta del difensore e la sua valutazione libera di svolgere o meno un contro-esame. Ma queste parole violano anche la norma che prevedono che la misura di una pena sia da ricondurre esclusivamente alla personalità dell’imputato.

Non è però che molti avvocati giochino anche a fare gli “azzeccagarbugli”, allungando i tempi del processo e ascoltando testimoni non sempre utili?
No. Ci sono casi in cui è necessario ascoltare testimoni, o approfondire l’esame degli imputati ed è assurdo che i giudici cerchino di bypassare le regole del processo. Per cui il problema degli “azzeccagarbugli” non c’è. C’è semmai un problema di regole del giusto processo. E il grado di democrazia di un paese si misura anche in base a come funziona il processo. In aula ci si va spesso perché è lo Stato, che è rappresentato dal pm, a spingere per il rinvio a giudizio. E se, come spesso accade, il pm presenta una lista di 52 persone da sentire, dopo allora non è certo un problema dell’imputato che vuole fare perdere tempo.

Quanti difensori hanno partecipato all’astensione?
Per le nostre rilevazioni, l’astensione è stata totale, fatti salvi i processi che era impossibile sospendere, nel caso per esempio di imputati in carcere o con reati in prescrizione.

Che reazioni ci sono state a palazzo di Giustizia a Milano?
Abbiamo apprezzato la presenza della presidente del Tribunale Livia Pomodoro all’assemblea che abbiamo convocato. Pomodoro ci ha mostrato attenzione verso questa problematica, che intende affrontare anche insieme agli avvocati.

Questo fenomeno è diffuso in particolare nel distretto d’appello milanese o anche altrove?
Non è un fenomeno locale, ma abbastanza diffuso a livello nazionale. Sicuramente il distretto d’appello milanese è stato colpito in modo forte da questo problema. Dopo la prima nota che avevamo inviato a novembre 2013, però, non abbiamo avuto risposte dai presidenti di tribunale. Ieri finalmente abbiamo capito che c’è la possibilità di dialogo a Milano, e abbiamo deciso come camera penale di sospendere ulteriori astensioni. Restiamo in attesa, per avanzare una proposta di risoluzione.

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