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La banca è di Roma, il Tesoro pure. E gli statalisti sono santi innocenti

giugno 16, 1999 Tempi

editoriale

Pare che carabinieri dei Ros e magistratura si siano accorti che la madre di tutte le tangenti abita nel cuore dello Stato. Si chiama affare Alta velocità (Tav), scandalo Inail, utilizzo disinvolto del sistema creditizio bancario, uso delle commissioni parlamentari per introdurre surrettiziamente nella Finanziaria capitoli di spesa a favore di una decina di palazzinari. Insomma un giro d’affari di migliaia di miliardi che, prelevati direttamente dalle tasche del contribuente, sarebbero serviti a finanziare interessi e traffici di banchieri, politici, imprenditori e tecnocrati governativi. Si capisce lo sforzo che stanno compiendo in questi giorni gli uffici stampa delle istituzioni coinvolte per ridimensionare uno scandalo che, spiega il quotidiano lottagovernativo La Repubblica, riguarderebbe solo quei tre: l’imprenditore Agostino Di Falco, il dirigente della Banca di Roma Sergio De Nocolais, l’ispettore capo del ministero del Tesoro Vincenzo Chianese. Ma è verosimile che sia una cosa normale anche alla Banca di Roma che un imprenditore possa avere sofferenze per 500 miliardi? È verosimile che l’operazione di un collegato alla finanziaria che aumenta da 270 a 650 miliardi la dotazione in capitolo di spesa all’ente statale Inail per acquistare beni immobili (quando per di più tutti i provvedimenti legislativi si muovono nella direzione di vendere i beni di proprietà dello Stato), sia semplicemente il frutto di “un artificio verbale” con cui un ispettore capo del Tesoro ha ingannato capo di gabinetto (Paolo De Joanna, attuale segretario generale della Presidenza del Consiglio) e ministro (Ciampi) che lo ha controfirmato? È verosimile che tale “artificio verbale” una volta respinto in commissione Bilancio al Senato abbia poi trovato senatori così ingenuamente convinti della sua giusta causa da riproporlo per ben due volte (come ha fatto il senatore diessino Stefano Passigli) ancora in commissione, ottenendo alla fine che il testo tornasse alla Camera e di lì nuovamente in commissione Senato, dove veniva approvato sebbene il testo fosse stato nel frattempo “depurato” da quegli emendamenti proposti dagli stessi senatori? È verosimile che Sergio De Nicolais, responsabile dell’area “Grandi Clienti” della Banca di Roma sia diventato di punto in bianco un semplice “millantatore”, come scrive La Repubblica? È verosimile che di tutto ciò siano stati protagonisti solo tre personaggi, subito ribattezzati “la banda dei malafattori”? No,non è verosimile. Prendiamo il caso dell’infortunio Inail. A Botteghe Oscure se ne sarebbero accorti sabato 5 giugno, dice il Corriere della Sera. Il che francamente sembra una pietosa bugia sia perché già nel dicembre 1998, spiega altrove lo stesso quotidiano di Via Solferino, “contravvenendo alle indicazioni del partito, quattro deputati Ds denunciavano l’uso di ben 650 miliardi per beneficiare una decina di palazzinari che potranno fare buoni affari con Enti previdenziali e Inail”, sia soprattutto perché autore dell’emendamento decisivo che rinvierà alla Camera il testo estensivo dei 650 miliardi è il senatore Ds Lorenzo Forcieri accolto dal relatore del Ppi Michele Montagnino. Perché i diessini, eccetto il senatore Antonio Pizzinato e quattro deputati dissidenti, si sono dati tanto da fare per l’Inail? Spiega il senatore Stefano Passigli al Giornale: “Ho messo la mia firma sotto quell’emendamento solo perché il sindaco di Firenze Primicerio mi ha chiesto di interessarmi per due immobili del Comune: una casa di riposo e una casa dello studente. Avevamo posto delle restrizioni rigide che sono state soppresse poi alla Camera. Qualche disonesto, evidentemente, si è infilato in questo spazio”. Il problema, fa osservare il giornalista, è che le leggi devono essere approvate con la stessa formulazione dai due rami del Parlamento e dunque in seconda lettura il senatore Passigli avrà ben visto che in quella norma non c’era più nessun vincolo. Ed ecco cosa risponde a Massimiliano Lussana il senatore Passigli: “le ripeto che questo non è il settore di cui mi occupo solitamente (epperò ha firmato ben due emendamenti al riguardo ndr.). Comunque, è vero: la legge l’abbiamo scritta anche noi. Evidentemente ci è sfuggita quella variazione”. Santa innocenza. TEMPI

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