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L’11 gennaio 1999 Fabrizio De Andrè suonava l’ultima canzone

gennaio 13, 2012 Paola D'Antuono

Sono passati tredici anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, ma le sue canzoni ne conservano intatta la memoria. Fatta di musica e parole, poesia e semplicità, capolavori indimenticabili e perle sconosciute ai più. Ecco perché, da quell’11 gennaio 1999, Faber ci manca sempre di più

Difficile credere che siano passati tredici anni. Ad ascoltarla oggi, la musica italiana, sembra lontana secoli la morte di Fabrizio De Andrè, quella notte dell’11 gennaio 1999. Solo pochi mesi prima Faber era in giro per l’Italia con l’Anime salve tour. La sua timidezza sul palco è sempre la stessa dei primi anni, dovuta a quel difetto fisico – un occhio leggermente socchiuso – che gli causa un imbarazzo sedabile solo con una buona bottiglia di whisky. La malattia arrivò così, come uno schiaffo in faccia dato a mano aperta. In una calda giornata d’estate il cantautore genovese iniziava il conto alla rovescia per dire addio alla sua gente, alla sua musica, alla sua chitarra, a Cristiano e Luvi e all’amata Dori Ghezzi. Il suo ultimo saluto fu definito dall’amico Paolo Villaggio «l’unico funerale che avrei mai potuto invidiare»: c’erano migliaia di persone quel giorno a Genova, attorno alla salma che oscillava lentamente tra la folla commossa.

Sono passati già tredici anni dall’ultimo album, Anime salve, scritto a quattro mani con l’amico Ivano Fossati, testamento artistico di un uomo deciso ad elogiare la condizione umana della solitudine perché, come spiegherà: «Quando si può rimanere soli con sé stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle». L’album è la tessera finale di un puzzle composto da 13 dischi, un puzzle complesso ma destinato a rimanere incompleto perché a Fabrizio De Andrè non è stato concesso il tempo di completarlo. Difficile citare alcuni capolavori senza temere di lasciarne indietro altri: Il testamento di Tito, Dolcenera, Bocca di rosa, La canzone dell’amor perduto, Don Raffaè, Il pescatore. Rimane ancora vivissima la sua memoria, alimentata dai continui omaggi di colleghi e amici, da una Fondazione che mantiene intatto il suo ricordo e le sue produzioni grazie a Dori Ghezzi, che combatte il dolore per l’assenza con un lavoro incommensurabile, dal teatro che attinge dalla sua produzione per creare affreschi di vita ispirati ai personaggi delle sue canzoni (come il recente All’ombra dell’ultimo sole, con un ottimo cast di giovani attori) e dai critici musicali, non sempre ammaliati dal lavoro di Faber ma che, per quanto si sforzino, non hanno ancora trovato il degno erede.

L’unico a cui De Andrè fu accostato è Bob Dylan, ma forse, come disse una volta l’amica Ferdanda Pivano: «Sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano». E poco importa che a taluni piaccia sottolineare quanto poche siano le canzoni di cui Faber possa vantare l’esclusiva paternità: in fondo lui amava circondarsi di artisti e collaboratori fidati per tenere fede, insieme, alla sua seducente idea di musica: «La musica non è simbolica, la musica rappresenta se stessa. E’ un fenomeno protomentale, anticipa la ragione. Evoca, ma non simbolicamente». Quanto ci manchi maestro, e quanto ancora mancherai a tutte le generazioni che verranno.

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