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Il No profit mette le pezze al welfare pubblico

maggio 3, 2012 Chiara Rizzo

Secondo uno studio il Terzo settore genera un volume di 67 milioni di euro l’anno, cioè il 4,3 per cento del Pil grazie al lavoro di 4 milioni di volontari. «La maggiore collaborazione tra profit e no profit è in Lombardia».

Il no profit ha un volume di 67 miliardi di euro l’anno che corrispondono al 4,3 per cento del Pil italiano: è il dato a sorpresa che emerge nel report annuale “Il valore economico del terzo settore” di Unicredit Foundation. Occupazione e risposte efficienti alle inefficienze del welfare pubblico: ecco cosa offre il terzo settore al nostro paese, malgrado gli si chieda sempre di più per la crisi, che ha portato anche alla diminuzione delle donazioni e delle erogazioni. Ma il no profit, con testardaggine, riesce persino ad andare avanti bene da solo, attraverso l’autofinanziamento. «Il no profit – spiega Maurizio Carrara, presidente di Unicredit Foundation, introducendo il rapporto – ha un ruolo di grandissima dignità e rilevanza, non è affatto un “avanzo dell’economia”, ma parte integrante semmai dell’economia del futuro». Infatti è un comparto dell’economia del nostro paese dove si prevede una crescita anche per i prossimi anni, ecco perché, secondo il rapporto, è importante che gli istituti economici finanziari prestino maggiore attenzione al settore, che come altri soffre per esempio per i ritardati pagamenti della pubblica amministrazione.

Lo studio, curato da Giuseppe Ambrosini, si basa su una ricerca campionaria con interviste a 2.100 organizzazioni no profit (su 200 mila organizzazioni complessive in Italia secondo l’Istat del 2001, mentre stime più recenti parlano addirittura di 400 mila organizzazioni). Attraverso l’incrocio dei dati, Unicredit Foundation stima che il terzo settore dia oggi lavoro a più di 650 mila persone, in aumento rispetto alle stime Istat-Cnel del 2001-2003 che parlavano di 480 mila occupati: il settore nell’ultimo decennio ha drenato  molta occupazione e, in particolare, nell’occupazione femminile (oltre il 60 per cento dei lavoratori del settore sono donne, in controtendenza con tutti gli altri settori dell’economia dove il rapporto con gli uomini è esattamente opposto).

I 4 milioni di volontari italiani sono particolarmente attivi e suppliscono gratuitamente ad ogni “mancanza” del welfare di Stato. Giorgio Fiorentini, docente all’Università Bocconi di Management e fund raising dell’impresa sociale, da tempo studia l’evoluzione di questo fenomeno economico. Così spiega: «Questa ricerca mette in luce che la maggiore collaborazione tra profit e no profit è in Lombardia (al 50,7 per cento), un dato che distanzia di molto le altre regioni. Allo stesso tempo, sempre in Lombardia, il 44 per cento delle imprese profit considerano però le no profit dei concorrenti temibili. Il fatto è che oggi ci troviamo davanti ad un sistema tripolare, profit-no profit-settore pubblico, dove le no profit stanno rivelando in alcuni casi maggiori efficienza e convenienza delle altre due concorrenti, e questo malgrado ci sia un atteggiamento del terzo settore di “continuità di filiera”, cioè di collaborazione con il privato. Un esempio concreto di questo è un’azienda come la Mellin, che si avvale proprio di una cooperativa sociale per la supervisione del merchandising dei suoi prodotti, ritenendola migliore di imprese profit. Vanno poi analizzati i rapporti con il pubblico: per il terzo settore il 75 per cento dell’attività deriva proprio dal pubblico, ma c’è un dato importante da sottolineare. L’esempio più impressionante è Milano: i volontari più maturi (al di sopra dei 54 anni) che assistono persone anziane, permettono di far risparmiare alla pubblica amministrazione 20 milioni di euro all’anno. Il terzo settore dimostra un’efficienza che lo rende insostituibile».

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