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Il mendicante, la sofferenza e la ricerca dell’infinito. Grande intervista a Eugenio Borgna

giugno 28, 2015 Rodolfo Casadei

«Il dolore accresce la percezione dell’insufficienza dei godimenti temporanei. Spinge a desiderare qualcosa che oltrepassi l’abituale, a cogliere fino in fondo ciò che viviamo».

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Noi non viviamo, ma speriamo di vivere, e quando le alte maree della disperazione ci lambiscono, o ci sommergono, quando la nostalgia, e ancora di più il rimpianto, ci tolgono il futuro, come salvare qualche goccia, qualche scintilla di speranza che ci consenta di vivere nonostante tutto: sia pure nell’angoscia, e nell’incertezza, nella inquietudine del cuore, e nella nostalgia di un passato che non c’è più? Come conciliare il tempo della nostalgia, e del rimpianto, ancorato al passato, con il tempo della speranza, rivolto al futuro, all’avvenire, e come sfuggire al fascino stregato del suicidio?». Un libro che pone domande del genere è, come si diceva una volta, roba da far tremare le vene ai polsi. Ma Il tempo e la vita, ultima fatica saggistica di Eugenio Borgna, è anche un meditato percorso che mostra la possibilità di una risposta luminosa. Dopo 53 anni trascorsi a farsi carico del dolore dell’anima di innumerevoli schiere di pazienti, lo psichiatra piemontese ha sviluppato una sensibilità per i significati esistenziali della sofferenza psichica che ne fa un impareggiabile interlocutore per quanti desiderano andare alle radici del disagio contemporaneo. Tutti i suoi libri sono frecce che indicano le strade per la salvezza, giammai istruzioni di pronto soccorso psicologico.

Professore, il libro mette a tema il tempo interiore, quello che non è misurato da orologi. Scrive che occorre recuperare il tempo interiore per percorrere i sentieri dell’interiorità, alla ricerca del senso della vita. Scopriremo così che solo l’infinito risponde alla nostra attesa. Stiamo male perché non facciamo questo. Da dove si comincia?
Si tratta di abituarsi a guardare a tutto ciò che ci accade cercando di coglierne gli orizzonti di senso, di trasformare ogni esperienza esteriore in un’esperienza interiore. Dobbiamo educarci a riconoscere le nostre risonanze interiori quando incontriamo gli altri, lavoriamo, sogniamo. Solo se cerchiamo sempre di cogliere negli avvenimenti esteriori l’anima, il senso, arriveremo a cogliere anche l’insoddisfazione, la relatività delle esperienze esteriori, e di contro l’importanza delle esperienze interiori, che ci avvicinano all’infinito. L’esperienza dell’infinito, in tutte le sue forme, ci avvicina a Dio.

Il libro parla molto del dolore, soprattutto quello dell’anima. Si cita Simone Weil: «Il dolore ci inchioda al tempo. Ma l’accettazione del dolore ci trasporta al termine del tempo, nell’eternità». Oggi viviamo in un’epoca che non accetta il dolore: quando non riesce a eliminarlo coi farmaci, elimina il malato suggerendogli l’eutanasia. Lei pensa che oggi sia possibile dire persuasivamente alle persone che anche una vita segnata dal dolore è degna di essere vissuta?
Sì. Le esperienze che ho fatto coi malati, e che hanno segnato la mia vita, mi hanno permesso di cogliere il dolore nelle sue radici di senso. Soprattutto le esperienze che ho potuto fare nei lunghi anni che ho vissuto in manicomio accanto alle persone più deboli e più fragili, incrinate dalla sofferenza, mi hanno dimostrato che laddove c’è un’esperienza del dolore, cresce immediatamente la percezione dell’insufficienza dei godimenti esterni, effimeri, temporanei, e cresce il desiderio di qualcosa che oltrepassi il contingente, l’abituale e ci porti verso l’infinito, alla ricerca di Dio. In quell’esperienza parole apparentemente astratte come “significato del dolore”, “accoglienza del dolore”, “conoscenza attraverso il dolore”, sono diventate realtà. Sono realtà oggi calpestate e combattute dalla società che si riconosce negli idoli della comunicazione televisiva e digitale, ma sta di fatto che la realizzazione più profonda di una vita che non sia chiusa dentro ai muri dell’egoità, per non dire dell’egoismo, si può ottenere soltanto se partiamo dalla coscienza che noi siamo anche ciò che diamo agli altri, che realizziamo fino in fondo le nostre aspirazioni solo quando siamo in relazione con gli altri. La mancanza che cogliamo in noi non può essere colmata se non in un amore che ci porti a trascendere i confini del nostro io e alla ricerca della voce di Dio, l’unica àncora possibile a cui legare la nostra vita.

Nel libro lei scrive che la malattia psichica è «un cammino di inaudita sofferenza umana» che ha bisogno di «parole e gesti che siano capaci di lenire almeno per un attimo la solitudine e la disperazione dell’anima». Quanto di quello che noi diciamo e facciamo arriva al malato psichico? C’è una regola generale che dica cosa dobbiamo evitare? E che cosa riceveremo noi, nel nostro relazionarci a questi sofferenti?
Schopenhauer ha scritto che ogni dialogo umano è sigillato dal mistero: c’è un livello di comunicazione che non è razionalmente scandagliabile, che è puramente intuitivo. Quando un malato mi si avvicina, sono còlto da insicurezza e ansia, perché non ci sono regole fisse che permettano di sapere quali sono le parole e i gesti giusti, che non gli procureranno sofferenza inutile. Il malato psichico è estremamente sensibile, coglie ogni sfumatura, ogni gesto o parola superficiali lo feriscono. L’unica regola per non compromettere tutto sin dall’inizio è quella di saper guardare dentro agli occhi e ai gesti fisici di una persona. Anche la diagnosi comincia osservando i gesti e la postura della persona. Se i nostri saranno occhi bagnati di lacrime, occhi che ci permettono di immedesimarci nella vita interiore del malato, nel suo dolore, di vedere l’anima ferita in fondo ai suoi occhi, allora riusciremo a essere di aiuto. E poi l’accoglienza, la disponibilità a mettere fra parentesi il tempo dell’orologio per dedicarci veramente al malato. Queste cose sono alla portata di chiunque abbia a che fare con persone in condizioni di disagio psichico, non solo degli psichiatri. Ho conosciuto delle infermiere così intuitive ed emotivamente mature da saper realizzare nel rapporto coi malati le parole del comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Troppo spesso la psichiatria tradizionale non tiene conto della vita intima dei pazienti, si limita ai comportamenti esteriori. Le cure farmacologiche sono indispensabili, ma sono strumenti che vanno inseriti nel contesto del rapporto personale col malato.

Lei scrive che le psicopatologie ci rivelano qualcosa di fondamentale circa la nostra umanità. Che cosa? Vorremmo anche sapere se oggi il disagio psichico e le malattie mentali sono in aumento o stazionarie.
Dobbiamo distinguere le depressioni dalle schizofrenie: queste sono le due grandi categorie cliniche. La schizofrenia ha un’incidenza dell’1 per cento in qualunque contesto socio-culturale, cioè in Europa come in Africa. Le depressioni colpiscono dal 20 al 25 per cento della popolazione. Una percentuale enorme, ma dentro alla quale le forme gravi che richiedono trattamenti farmacologici intensi sono poche; la maggior parte di esse ha bisogno più che altro di colloquio e psicoterapia. Le depressioni gravi non sono superiori al 2 per cento della popolazione, ma quelle non psicotiche, le forme di tristezza al confine fra la normalità e la sofferenza psichica, raggiungono il 20-25. Una persona su quattro nel corso della vita vive episodi depressivi, che tendono a risolversi. Quando io cado in una condizione depressiva, l’impulso a guardare dentro di me cresce vertiginosamente. Quando la tristezza scende dentro di noi, percepiamo distintamente la differenza fra le cose essenziali e quelle inessenziali, mentre la quotidianità le confonde. La depressione ci spinge a cogliere fino in fondo quello che viviamo, e allora aumenta anche la nostra capacità di conoscere gli altri. L’essere dominati dalla follia implica che da una parte cresce l’impulso a guardare dentro di noi e a prendere coscienza di ciò che siamo, dall’altra cresce la sensibilità a distinguere nelle parole che ascoltiamo e nei gesti altrui l’autenticità o la mancanza di sincerità.

Il disagio psichico ha componenti ereditarie, ma non solo. Quali sono le componenti patogene più importanti legate al contesto sociale?
Nelle forme estreme di sofferenza psichica intervengono sempre elementi biologici, psicologici e sociali. Gli elementi biologici, se sono predominanti, scatenano fenomeni psicotici fra i 14 e i 30 anni. Gli aspetti psicologici e sociali possono arginare le componenti biologiche oppure scompensarle. Contesti familiari, vita scolastica, mondo della comunicazione, creano ansia, angoscia e competizione, cioè elementi che in personalità fragili come quelle degli adolescenti hanno un’enorme importanza patogena. Se nelle famiglie si parlasse di più, se le tivù stessero spente, se la violenza non dominasse i media, avremmo meno fattori patogeni. Anche a scuola non si consacra tempo all’ascolto dell’insicurezza psicologica e della timidezza degli studenti, ci si concentra solo sui risultati; non si coglie la richiesta di aiuto che c’è dietro un cattivo rendimento scolastico. Gli insegnanti tengono conto delle componenti intellettive, ma non di quelle emozionali, che spesso sono determinanti nell’andamento scolastico di uno studente.

Lei distingue il rimpianto dalla nostalgia, e scrive che non si può vivere senza nostalgia. «Nel rimpianto si rimpiange qualcosa che non c’è più, e quello che si rimpiange si cerca disperatamente di cancellarlo dalla memoria, mentre quello di cui si ha nostalgia continua a vivere nella memoria, e a dare un senso alla vita». Ma questo trasformare il passato in un eterno presente, che è ciò che fa la nostalgia, non è fonte di una tristezza senza fine che impedisce di vivere?
Ogni esperienza emozionale complica la vita. Se io vivo senza pensare al mio passato, alle delusioni e ai fallimenti che ho avuto, vivo nel presente senza complicazioni. Ma Agostino ci dice che noi realizziamo una vita dotata di pieno senso soltanto se presente, passato e futuro sono presenti in noi. Se le cose che abbiamo vissuto nel passato e che vorremmo cancellare non rimangono invece con alcune loro tracce anche nel cuore delle esperienze che facciamo oggi, non solo tali esperienze non hanno la pienezza del tempo interiore di cui Agostino parlava, ma senza la nostalgia, cioè senza un presente animato dal passato, noi non siamo nemmeno in grado di vivere il futuro nella sua promessa di pienezza e di grazia. Tant’è vero che Gabriel Marcel ha scritto che la speranza è memoria del futuro. Nella misura in cui noi non perdiamo il significato umano e psicologico, positivo o negativo che sia, delle cose che abbiamo vissuto, noi riusciamo a proiettare nel futuro le nostre aspirazioni più profonde. Le speranze che ci si aprono davanti sono infiltrate dalle esperienze del passato che continuano a vivere in noi. Rimpianti e nostalgie sono sentieri aperti, anche se dolorosi, che rendono il presente più completo e intenso e che ci consentono di avere orizzonti di futuro più ampi e più creativi.

Il passato è affollato di rimpianti e sensi di colpa, il futuro è segnato dall’angoscia della morte, in un mondo dove la fede nell’aldilà è sempre più incerta. Come si esce da questa impasse?
Vede, speranza e angoscia hanno una cosa in comune: entrambe sono rivolte al futuro. Ma mentre la speranza ci apre i cieli della bellezza e delle grazia, l’angoscia è percezione e paura della morte che in ogni momento potrebbe colpirci. Quanta più speranza abbiamo in un infinito che trascenda la mortalità della vita, tanto meno l’ansia della morte ci accompagnerà. La società di oggi non dà importanza né alle speranze – che sono anche esperienze di sacrificio, ascolto, generosità – né al presagio della morte, cancellata dagli idoli del successo e dell’eterna giovinezza. La categoria del futuro è quella che oggi dal punto di vista esistenziale e psicologico viene più cancellata. C’è bisogno di cristiani, intesi come portatori di una forma di vita che raccoglie non solo coloro che credono in una trascendenza che oltrepassa la morte, ma anche tutti coloro che vivono l’orizzonte dei valori cristiani: credere nella speranza, nella solidarietà umana, nell’amore per il prossimo in cui si realizzano i valori che danno senso alla vita. Se nella vita abbiamo fatto l’esperienza della sofferenza, non solo cresciamo in conoscenza e maturazione psicologica, ma anche in accoglienza, in ricerca di quello che ci unisce al di là delle fedi.

Lei cita Simone Weil che dice: «Il tempo è l’attesa di Dio che mendica il nostro amore. Dio attende come un mendicante». Lei crede questo?
Sì, io credo che il destino – nel senso di scelta accompagnata dalla Grazia – che ci porta a vivere il messaggio del Vangelo nella sua intensa e stupefacente dimensione interpersonale ci mette in dialogo continuo con un Tu che è il Tu di Dio. Ci fa sentire mendicanti che attendono un gesto da parte sua, ma ci porta anche a pensare a Dio come un mendicante che attende che noi ci trasformiamo, che abbandoniamo le ancore che ci fissano alle nostro istanze individuali. Leggo molto i mistici e appena posso vado all’isola di san Giulio sul lago d’Orta, presso un monastero benedettino. Lì la mia speranza e la mia fede sono rinnovate come quelle di un mendicante che attende parole e gesti che aprano il cuore a quelle speranze che a volte si fanno deboli. Ma, come scrive san Paolo, «quando sono debole è allora che sono forte per Cristo».


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