Il realismo idealista di John Herz

Di Carlo Marsonet
06 Settembre 2026
Il «dilemma della sicurezza» dello studioso tedesco-americano ha qualcosa da insegnare ai politici di oggi. Conversazione col professore Luca Gino Castellin
Esplosione atomica

John H. Herz (1908-2005) è stato uno studioso tedesco-americano di relazioni internazionali. Autore di importanti volumi come Political Realism and Political Idealism: A Study in Theories and Realities (1951) e International Politics in the Atomic Age (1959), Herz offre una prospettiva eccentrica, se non ossimorica (almeno di primo acchito) negli studi internazionalistici: egli stesso la denominò in vario modo come “realismo liberale” o “liberalismo realista”, “idealismo realista” o anche “idealismo non utopico”. Nella collana “Scienza politica e Teoria Politica”, diretta da Damiano Palano e pubblicata dall’editore Scholé, è da poco disponibile una raccolta di alcuni suoi scritti significativi pubblicati tra gli anni Quaranta e Settanta del secolo scorso: Il dilemma della sicurezza nella politica internazionale. Tradotta e curata da Luca Gino Castellin, l’opera comprende riflessioni di Herz che spaziano da riflessioni più teoriche e metodologiche circa le relazioni, a questioni concrete via via emerse nel corso del Novecento, quali la bomba atomica, il propagarsi della tecnologia e il destino dello Stato-nazione. Ne parliamo direttamente con lo storico del pensiero politico dell’Università Cattolica di Milano.

Prof. Castellin, se dovesse introdurre il pensiero di John H. Herz, quali elementi riterrebbe fondamentali per comprenderne la portata intellettuale?
Herz è prima di tutto uno studioso segnato dall’esilio. Giurista di formazione kelseniana, costretto a lasciare la Germania nazista, egli matura sulla propria pelle la disillusione verso l’idealismo giuridico e approda a un realismo che non scade mai nel cinismo. Il concetto che tiene insieme tutta la sua opera è il «dilemma della sicurezza»: vale a dire, la ricerca di sicurezza di un attore genera, senza intenzione, insicurezza negli altri, innescando una spirale di lotta e violenza. Da questa diagnosi nasce il suo tentativo più originale, il «liberalismo realista», ossia il tentativo di usare l’analisi disincantata del potere al servizio di finalità etiche liberali, evitando sia le illusioni utopiche sia il fatalismo cinico. Con l’era nucleare questa prospettiva si trasforma poi in «universalismo», proprio perché la sopravvivenza dell’umanità diventa interesse comune che precede quello nazionale. È un pensiero coerente lungo quattro decenni, sempre in equilibrio tra utopia e realtà.

Il tema chiave del suo pensiero, come emerge anche dal titolo della raccolta, è il cosiddetto «dilemma della sicurezza», a cui ha poc’anzi accennato: quali sono le sue coordinate e in cosa distinguono la prospettiva di Herz da quella di altri autori realisti come Hans J. Morgenthau e Reinhold Niebuhr?
Il dilemma della sicurezza descrive una «costellazione sociale fondamentale». Gli attori del sistema internazionale non possono conoscere con certezza le intenzioni altrui, e sono quindi spinti a prepararsi al peggio. Tuttavia, accrescere la propria sicurezza genera insicurezza negli altri, in una spirale che si autoalimenta a prescindere dalla volontà dei singoli. È qui la differenza cruciale rispetto a Morgenthau e Niebuhr. Entrambi infatti radicano la politica di potenza nella natura umana, l’uno nell’aggressività innata, l’altro nell’orgoglio e nel peccato. Herz, invece, non nega che questi fattori aggravino il conflitto, ma sposta l’analisi sul piano sociale. Anche attori pacifici, senza un’autorità comune, resterebbero comunque prigionieri di questa dinamica per la sola incertezza reciproca. È un realismo strutturale, non antropologico, che gli consente di leggere la Guerra fredda come esito di paure difensive fraintese come aggressive.

In un saggio della raccolta, L’impatto del processo scientifico e tecnologico sul sistema internazionale, Herz scrive che il pericolo principale del propagarsi della tecnologia e del progresso scientifico risiede «in un conformismo tecnologico acritico». Quali sono le preoccupazioni a cui allude? 
Herz non è ostile al progresso tecnico-scientifico, di cui riconosce i benefici concreti in termini di condizioni di vita. Il pericolo che denuncia è diverso. Ed è quello di un conformismo che insegue ogni possibilità tecnica solo perché disponibile, senza vagliarne le conseguenze sociali. C’è poi un rischio più politico. Il potere sproporzionato che la tecnologia avanzata concentra nelle mani di pochi decisori rischia di generare in loro l’illusione che ogni problema, anche politico, sia riducibile a una soluzione tecnica. Per questo Herz invoca una «disobbedienza tecnologica». Quest’ultima non costituisce un rifiuto della modernità, ma la rivendicazione che sia l’uomo, attraverso scelte di priorità fondate su bisogni e valori, a guidare la macchina, e non viceversa.

In un altro articolo, Il processo di civilizzazione e la sua inversione, Herz sembra avvicinarsi a una sensibilità piuttosto critica di alcuni processi della modernità, quali la meccanizzazione del mondo umano e la perdita di diversità e di individualità. Cosa ci può dire al riguardo? 
In questo saggio Herz descrive un vero e proprio rovesciamento del progresso. Il «processo di civilizzazione», fondato sul primato dell’approccio scientifico e sul controllo tecnico della natura, produce un’uniformità crescente che si impone ai processi sociali e culturali tradizionali. Ed egli osserva anche un triplice movimento. Innanzitutto, l’alienazione dell’uomo dal proprio ambiente naturale, sempre più sostituito da un paesaggio artificiale e industriale. In secondo luogo, la sua integrazione in organizzazioni sempre più grandi – dallo Stato alle multinazionali – che rendono gli individui intercambiabili e privano le relazioni umane di intimità. E, in terzo luogo, l’emergere di una mentalità «futuristica», ossessionata dal cambiamento fine a se stesso. Diversità, lentezza, legame con un luogo e le tradizioni cedono così il passo a un’uniformità funzionale alla macchina organizzativa, la cui complessità cresce al punto da sfuggire al controllo persino di chi la dirige.

Cosa rimane, infine, delle analisi herziane delle relazioni internazionali? Quali sono gli spunti utili che può offrire ancora oggi e non solo a chi si occupa di teoria, ma pure di politica pratica? 
Molto, e non solo per gli specialisti. Il «dilemma della sicurezza» resta la chiave più onesta per capire perché, cadute le ideologie della Guerra fredda, la competizione per la sicurezza non si sia affatto dissolta, ma si sia moltiplicata in nuove forme: dalla proliferazione nucleare, oggi evocata di nuovo con inquietante disinvoltura, alle rivalità tecnologiche. Per chi fa teoria, Herz offre un realismo che non scade nel cinismo né si consola nell’utopia. Per chi fa politica pratica, la lezione più utile riguarda forse l’etica della responsabilità. In un mondo di rischi esistenziali – nucleari, climatici, tecnologici – sia l’inazione nascosta dietro principi astratti, sia l’abuso disinvolto del potere possono rivelarsi ugualmente pericolosi. Herz non offre ricette, ma un metodo per pensare la sopravvivenza collettiva come interesse comune che deve prevalere su quello nazionale.

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