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Il Leviatano tecno-burocratico che porta uomo e donna alla follia

febbraio 23, 2017 Caterina Giojelli

«L’impennarsi della violenza nasce dalla crisi del rapporto col primo Altro», spiega Claudio Risé, «una crisi promossa dalle istituzioni per rafforzare il peso degli Stati occidentali»

Scriveva Claudio Risé, a proposito della famosa campagna “No alla violenza sulle donne” affidata nel 2008 a Oliviero Toscani (un bambino bruno, con sopra la testa il proprio nome, Mario, impresso su una striscia nera e sotto i piedi la scritta “carnefice”, e una bimba bionda, anche lei nuda, con sopra la testa la scritta Anna e sotto i piedi la scritta “vittima”): «Carnefici i maschi e vittime le femmine: due ruoli violenti e infelici, nelle cui gabbie questi bambini vengono chiusi fin dall’infanzia. Il loro status di carnefice e di vittima è impresso nella loro appartenenza di genere. In piena “surmodernità”, siamo ripiombati nel più cupo sessismo razzista, a stigma e stereotipie di genere che avrebbero impensierito i lombrosiani più biechi. I risultati? Nuove violenze. Trasformare tratti patologici in caratteristiche di gruppo (il razzismo fa questo) non ha mai portato pace e armonia».

Antropologia, sociologia, e psicologia, del resto vanno misurando da tempo come il malessere identitario alimenti i comportamenti più nefasti e c’è da chiedersi, nell’avanzare di una nuova civiltà dove vale ogni cosa – dal ridurre l’essere umano a un “individuo neutro” privato dell’attrattiva della diversità, alla maternità surrogata come professione e confino dell’uomo a neutra controfigura materna, fino all’allarme femminicidio, neologismo spesso frainteso (e, spesso, non innocentemente come raccontato dal libro di Daniela Bandelli) che ha impresso lo status di carnefice nell’appartenenza del genere –, se tutto abbia davvero avuto inizio in un una crisi del rapporto uomo/donna iscritta nel Dna (come rispose lo stesso Toscani, «perché non è Anna a diventare carnefice? Un po’ dipende dal sangue, dal Dna, non c’è dubbio»).

È allora che la risposta di Risé arriva a mettere in discussione qualcos’altro, anzi di Altro, marginalizzato da un dibattito sempre più ideologico sull’uguaglianza e dai casellari del genere. «La base profonda dell’impennarsi dell’aggressività e violenza degli uomini verso le donne, delle donne verso gli uomini e i bambini, di tutti contro tutti che caratterizza il contemporaneo quadro occidentale, è la crisi del rapporto col primo Altro, di cui ognuno di noi ha bisogno per rapportarsi agli altri, cioè Dio», spiega lo psicanalista a tempi.it. «Una crisi promossa dalle istituzioni degli Stati occidentali dopo le rivoluzioni della fine del Settecento per rafforzare il peso dello Stato nell’organizzazione e controllo della vita delle persone, che è tuttora in atto e si è realizzata nel processo di secolarizzazione. Dagli anni Novanta in poi peraltro questo processo, di marginalizzazione di Dio nella vita individuale, è a sua volta in difficoltà, perché le persone sentono oggi un grande bisogno di ritrovare un rapporto con il mondo divino. È questa la situazione attuale, apertamente osteggiata dagli Stati, e non capìta a fondo anche a volte dalle Chiese».
L’aggressività nel rapporto tra uomo e donna nasce qui: «Non siamo animali e il nostro istinto, debole e influenzato dai continui e confusivi input del mondo “culturale”, non conosce il tranquillo e saldo istinto animale, con il suo caratteristico ordine e tranquillità (come ha descritto Fabrice Hadjadj). L’unione tra il maschio e la femmina dell’uomo è un matrimonio sacro tra due persone di sesso diverso, entrambe create a immagine di Dio, che ritrovano così la propria totalità. Se non c’è questo l’uomo, come la donna, sono inquieti e l’energia sessuale si trasforma in aggressività, perché la spinta verso l’altro non viene mai pienamente accolta, essendo in realtà di altra qualità, dotata di altri obiettivi, e bisognosa di altri contenimenti rituali, che rimandano all’ambito del sacro, oggi molto svalutato, anzi temuto».

Le best practices e tutte le costruzioni burocratico-intellettuali, tra le quali l’autonominatasi “teoria” del genere (che ha purtroppo creato difficoltà anche all’interno dei peraltro utili “gender studies”), non solo non bastano per combattere la violenza sulle donne, ma rappresentano «i più recenti tentativi di disfare le strutture antropologiche dell’umano a favore di un Leviatano tecno-burocratico nel quale donna e uomo, privati delle loro identità elementari, maschio-femmina, padre-madre, sradicati dal cuore e separati dall’anima, perdono la ragione umana, sostituita dalla follia lucida caratteristica delle forme ossessive cui si ispira la modernità occidentale. Che peraltro sta mostrando, mi pare, forti segni di insofferenza verso tutto ciò».

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