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Il cupo trionfo del Sessantotto

marzo 7, 2017 Alan Patarga

Li chiamarono “baby boomer” perché erano i figli della ripresa. Sono stati gli autori della più grande dilapidazione di ricchezza degli ultimi secoli

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La storia di Kathleen Wolf è finita sul Wall Street Journal. Sessantotto anni, ex milionaria, ha deciso di trascorrere i suoi ultimi anni in uno sperduto paesino dell’Iowa – anziché nella sua California – dopo aver perso tutto con la crisi immobiliare. Comprava e vendeva case a rotta di collo, e ha continuato finché un giorno il giocattolo si è rotto e sul suo conto in banca sono rimasti 15 dollari.

La vicenda di questa sfortunata signora americana non sarà magari quella di una generazione intera, ma è senza dubbio emblematica di quella che forse è stata la più grande dilapidazione di ricchezza degli ultimi secoli. Li avevano chiamati “baby boomer” perché erano i figli del boom economico: la ripresa non era merito loro, ma dei loro padri e delle loro madri, che negli Stati Uniti e in Italia, in Francia e in Germania e in tanti altri paesi dell’Occidente libero, facevano soldi lavorando e mettendo su famiglia. Loro, i baby boomer, avevano semplicemente il merito di essere nati al momento giusto. Adesso hanno tra i 65 e i 74 anni e in America – secondo l’Employee Benefit Research Institute, un centro studi indipendente con sede a Washington – hanno accumulato debiti in media cinque volte superiori ai loro coetanei di vent’anni fa.

“Per sempre” è solo una réclame
Difficile non considerare come questi ultrasessantenni, l’anagrafe non mente, siano i ragazzi del ’68. Avevano allora, a conti fatti, tra i 16 e i 25 anni, e due possibilità: lavorare e metter su famiglia senza pensar troppo, come i loro genitori e prima ancora i genitori dei loro genitori, oppure cambiare il mondo. Hanno scelto quest’ultima strada. E hanno vinto. Il mondo è cambiato perché in meno di cinquant’anni è scomparsa, in Occidente, la borghesia. Che non è il ceto medio (che pure si sta assottigliando) o quantomeno non lo esaurisce nella medietà del 730. La borghesia è morta – e le prove per sostenerlo non mancano – nella misura in cui essa era, per dirla con Leo Longanesi, «un’etica della responsabilità, più che una condizione socio-economica». Si lavorava (tanto), si compravano casa-frigorifero-tvcolor-lavatrice firmando pile di cambiali, si mettevano al mondo bambini cui lasciare il testimone un giorno, o magari solo il posto fisso. Si guardava avanti, certo, puntando al per sempre, quindi a qualcosa oltre se stessi.

 Il ’68, come categoria dello spirito, è stato esattamente il contrario: “il corpo è mio e lo gestisco io” non è (solo) uno slogan femminista. È il manifesto di un’inversione di senso per l’uomo. La fine di ogni trascendenza, che senza scomodare il Padreterno può essere anche solo pensare al futuro come a un progetto che non si esaurisce con la propria morte. “Per sempre” è ormai solo la pubblicità di un diamante perché l’idea stessa di considerare sempiterno qualcosa nelle nostre vite appare un’assurdità. Qualche giorno fa, un sondaggio condotto da Doxa per Idealista, un portale web immobiliare, rivelava come il 66 per cento dei “millennial”, cioè i nati tra gli anni Ottanta e i Novanta, nell’ultimo anno abbia scelto di andare a vivere in affitto anziché acquistare una casa di proprietà.

La paura di scegliere male
C’entra, sicuramente, la crisi economica: l’accesso al mondo del lavoro è senza dubbio più difficile oggi di mezzo secolo fa, e gli stipendi (quando ci sono) mediamente più bassi. Ma è la stessa ricerca a chiarire come il dato, prima ancora che economico, sia antropologico. Dice lo studio che oggi «viene meno quella pressione sociale che incoraggiava a comprare casa, mettere su famiglia e lavorare tutta la vita per la stessa azienda». I nati tra il 1980 e il ’95 sono caratterizzati dalla «riluttanza del possedere»: è il trionfo della sharing economy che consente di usufruire di beni e servizi senza doverli acquistare. Un fenomeno che rende accessibili oggetti ed esperienze altrimenti destinate a un pubblico ristretto, ma anche un alibi per non sudarsele, quelle cose. È, spiega la ricerca, «il timore di fare una cattiva scelta, o di non fare la scelta migliore possibile», quella da cui non si può tornare indietro. Vale per il mutuo e vale a maggior ragione per il matrimonio.

E forse non saremo (ancora) allo “sharing love”, ma una cosa è certa: il “per sempre” è sempre più estraneo anche alle relazioni affettive. Lo dicono i dati dell’Istat sulle nozze e sui divorzi nel nostro paese: negli ultimi dieci anni i matrimoni tra italiani sono calati all’incirca del 70 per cento, nonostante una lieve ripresa nel 2015, e tra quelli celebrati è sempre maggiore l’incidenza del rito civile, dove l’opzione giuridica di una rottura del legame non trova l’ostacolo di un sacramento che parla di indissolubilità e donazione di sé “finché morte non ci separi”. Crescono a ritmo forsennato i divorzi, anche grazie all’introduzione di quello “breve”: sono stati il 57 per cento in più nel solo 2015.

Difficile dire se tutto questo sia l’eredità avvelenata di una generazione nata con la camicia e che ora si ritrova senza un’idea di mondo e senza soldi da lasciare a quelle che seguiranno. Si potrebbe dire di sì, guardando per esempio al bilancio della nostra Inps, dove i contributi dei giovani lavoratori di oggi servono a pagare le pensioni in essere, e quelle di domani chissà. Di sicuro, il fascino discreto di un mutuo a tasso fisso, di un matrimonio in chiesa o di una figlia suora (suprema bestemmia all’egoisticamente corretto) sembrano – ancor più che testimonianza di una fede nel futuro e in Qualcuno che lo guida – gesti eroici. Verrebbe da dire: da eroi borghesi.

Foto Ansa

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