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I giudici paghino. Per troppi anni siamo stati terrorizzati da una certa magistratura

febbraio 18, 2012 Luigi Amicone

Non c’è una sola categoria di cittadini, eccezione fatta per i magistrati, che attualmente non sia chiamata a rispondere – e a rispondere in solido – di eventuali errori e danni procurati ad altri cittadini. Perché se è il magistrato a sbagliare e a essere condannato, è lo Stato, cioè il cittadino contribuente, a pagare i risarcimenti?

Forza Lega. È proprio il caso di dirlo. E la ragione per cui ogni cittadino dovrebbe oggi congratularsi col partito di Bossi è questa: grazie a un emendamento proposto dal leghista Gianluca Pini e contro il parere del governo, la Camera dei deputati ha approvato la norma che introduce la responsabilità civile dei magistrati.
Una legge che attendevamo dal 1987. Quando un referendum proposto dai radicali sulla responsabilità civile dei magistrati venne approvato da oltre l’80 per cento degli italiani. Fu un rarissimo caso di procedura referendaria che venne completamente disattesa dal Parlamento. Fino ad oggi. Da oggi e se, come ci auguriamo, il Senato confermerà il voto della Camera, avremo finalmente una norma che garantirà l’effettiva uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. 

Prevedibile il firewall che innalzeranno i commentatori, politici e non, la cui produzione intellettuale e giornalistica si svolge a stretto “contatto” di un certo tipo di potere togato. Il primo gallo a cantare la geremiade che sentiremo nei prossimi giorni è stata Giulia Bongiorno, avvocato finiano, preoccupata che la norma produca «magistrati terrorizzati nell’interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolanti».

Strano ragionamento: non c’è una sola categoria di cittadini, eccezione fatta per i magistrati, che attualmente non sia chiamata a rispondere – e a rispondere in solido – di eventuali errori e danni procurati ad altri cittadini. Per quale misteriosa ragione il potere giudiziario dovrebbe continuare a essere esente da questa responsabilità? Non sono forse stati “terrorizzati” tanti cittadini finiti nel tritacarne giudiziario, e anni dopo, molti anni dopo, riconosciuti innocenti, salutati con risarcimenti miserabili nel mentre le loro vite erano state menomate, distrutte, spazzate via? Per quale ragione, ad esempio, un magistrato che si ritenga diffamato può oggi querelare, vincere la causa nel 99 per cento dei casi (sono i suoi colleghi a giudicare) e incassare risarcimenti (spesso cospicui e sempre esentasse), mentre se è il magistrato a sbagliare e a essere condannato, è lo Stato, cioè il cittadino contribuente, che deve pagare i risarcimenti?

Di qui in avanti, sempre augurandoci che venga approvata anche in Senato, la legge prevederà che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento» di un magistrato «in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Ma problema che si porrà al legislatore a conclusione dell’iter della norma sulla responsabilità dei magistrati è: quale corte dovrà giudicare il magistrato chiamato in causa da un cittadino?

A questo proposito potrebbe essere interessante recuperare un’intuizione del grande antifascista Piero Calamandrei. Il quale, all’indomani della nascita della Repubblica, propose di istituire un “Commissario di Giustizia” che fosse nominato dal Presidente della Repubblica e tenuto a rispondere al Parlamento sul funzionamento della magistratura e in primo luogo dei pubblici ministeri. Oggi l’idea di un Commissario unico non appare praticabile. Ma perché non riprendere quella intuizione calandola nel contesto di un tribunale di giustizia ad hoc, per i magistrati, retto da laici, eletto democraticamente dal popolo e, come immaginava Calamandrei, guidato da un “Commissario di giustizia” di nomina presidenziale?
Twitter: @LuigiAmicone

 

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