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Shale gas. Qualcuno in Europa ha capito che ci stiamo perdendo la rivoluzione energetica del secolo?

dicembre 4, 2013 Redazione

Il Corriere della Sera fa il punto sull’«impatto economico impressionante» del gas di scisto, che negli Stati Uniti ha già favorito un nuovo boom industriale

Shale gas, una «rivoluzione energetica» che potrebbe essere per tutti, ma che appartiene ancora a pochi. Di certo non all’Europa. Infatti, anche se il gas naturale, o gas di scisto, che si trova intrappolato in particolari rocce argillose (gli scisti appunto) a migliaia di metri sottoterra, si trova praticamente «ovunque, dalla Cina all’Africa», perfino «in alcuni Paesi europei», fino ad ora solo gli Stati Uniti d’America sono riusciti a sfruttarne le potenzialità. «Solo gli Stati Uniti – scrive Massimo Gaggi sul Corriere della Sera – sono in grado di trarre vantaggi significativi da questa rivoluzione».

IL SUCCESSO DEL FRACKING. L’«impennata della produzione di gas e petrolio dovuta» alla tecnica del fracking, inventata da George Mitchell, grazie alla quale sono estratti gli idrocarburi imprigionati negli strati rocciosi, «è appena all’inizio» anche negli Stati Uniti, ricorda Gaggi, «ma l’impatto economico è già impressionante». «Negli ultimi otto anni – spiega la firma del Corriere – il prezzo del gas per usi industriali negli Usa è più che dimezzato, mentre in Europa è cresciuto (anche per vincoli amministrativi e politiche energetiche sbagliate) del 64 per cento».

ELETTRICITÀ E GAS COSTANO MENO. Il risultato è che oggi «in Europa il gas ha un prezzo medio che è pari a tre volte e mezzo quello Usa. Mentre in America l’energia elettrica costa la metà rispetto all’area Ue». Senza considerare che «la rivoluzione innescata da Mitchell ha già fatto crescere la produzione Usa di gas di un terzo». E pensare che, secondo Daniel Yergin, il grande storico dell’industria petrolifera mondiale, «siamo solo all’inizio. (…) Gli sviluppi saranno straordinari». Oltretutto «le preoccupazioni ambientali, in alcuni casi giustificate, vanno viste alla luce dello straordinario calo dei livelli di Co2 negli Usa degli ultimi dieci anni, dovuti anche alla sostituzione del carbone delle centrali elettriche col gas, molto meno inquinante».

L’EUROPA DOVE SI È FERMATA? «Le conseguenze economiche e sociali di tutto ciò – prosegue Gaggi – «sono enormi per gli Stati Uniti: oltre a quello diretto (…) c’è l’impatto economico indiretto del rilancio di tutte le industrie ad alto consumo di energia». Gli Usa, infatti, «stanno già registrando un nuovo boom delle industrie chimiche, siderurgiche e dei settori manifatturieri “energy intensive”, mentre l’Europa, che cerca faticosamente di uscire dalla recessione, non dispone di nulla di simile». Anzi, peggio: il Vecchio Continente «rischia di perdere molte produzioni a favore degli Usa: il gruppo Arcelor-Mittal, ad esempio, sta già trasferendo alcune sue produzioni siderurgiche dalla Ue all’Ohio».

PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI. Secondo le analisi di «Ihs Global Insight questa rivoluzione energetica e le sue conseguenze sul sistema industriale produrranno, da qui al 2020, oltre 3 milioni di nuovi posti di lavoro e un incremento del Pil americano di 468 miliardi di dollari». «Se l’Europa non reagisce – commenta il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi – perderà inesorabilmente capacità di competere». Anche l’ad di Eni Paolo Scaroni si è recentemente pronunciato sullo shale gas: «La Russia può essere il nostro Texas», ha detto.

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3 Commenti

  1. francesco taddei says:

    allora invece di far entrare la turchia, facciamo entrare la russia, con tutti i suoi difetti che ci daranno una grande sveglia. noi non abbiamo materie prime da sfruttare, però ci consoliamo con pizza e mandolino.

  2. Alessandro says:

    Questo giornale – che seguo con interesse – ridicolizza spesso le preoccupazioni degli ambientalisti, ma in questo rischia sempre di dare una lettura piuttosto parziale del fenomeno fracking. Io, che in Texas ho famiglia, conosco bene i vantaggi economici che questa tecnica sta portando, ma noto anche gli evidenti problemi che questa essa comporta.
    Le compagnie petrolifere stanno creando un monopolio nella gestione delle risorse acquifere e questo sta generando una reazione a catena molto preoccupante. Le grandi citta’ sono costrette sempre piu’ ad importare acqua da altre regioni, anche lontane, per sopperire al proprio fabbisogno, con il conseguente aumentio dei prezzi. Le piccole contee che in passato hanno monetizzato sulle proprie risorse acquifere si trovano ora in defit e, a loro volta, iniziano a usare le risorse di altre zone – per il momento – ancora ricche d’acqua. Intanto, le grandi compagnie continuano a privatizzare le risorse acquifere, sottraendole ai bisogni civili e all’agricoltura, gia’ vessata da numerosissimi altri problemi. Se a questo aggiungiamo le legittime preoccupazioni scatenate dai compenenti chimici sconosciuti – in quanto coperti da copyright – che vengono rilasciati in enormi quantita nel suolo durante il processo di estrazioni, la situazione appare molto piu’ complessa di quello che alcune letture riduttive sembrano suggerire.
    Ci sono molte pratiche virtuose negli Stati Uniti che andrebbero importate in Italia e in Europa, ma non e’ oro tutto quello che luccica. Non lasciamoci ammaliare dalle promesse di facili profitti, senza ponderare le conseguenza a lungo termine delle decisioni strategiche che suggeriamo oggi.
    Cordialmente.

  3. beppe says:

    in italia siamo fermi alle GRANDI INIZIATIVE cui aderiscono anche i comuni di centrodestra, come MI ILLUMINO DI MENO. ecco, dopo queste notizie che ci fanno capire come siamo arretrati, propongo di lanciare TI ILLUMINO E TI MENO rivolto agli estremisti dell’ecologia che ci stanno facendo arretrare all’età delle caverne.

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