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Farina: La domenica non si tocca. È un’invenzione di Dio

marzo 23, 2012 Renato Farina

Oggi non si vuole incentivare la produzione ma il consumo: negozi e servizi anche la domenica, tutto fa Pil. Sarà anche comodo, ma si perderebbe il segreto del riposo. Ecco, il giorno festivo quando uno è bambino capisce che capita, accade, è un avvenimento non controllato da noi. È un regalo divino, non l’esito delle trattative tra le parti sociali

Mi opporrò in Parlamento e dovunque mi opporrò al sequestro del giorno festivo. La prima idea che Dio ha avuto dopo aver creato l’uomo e la donna è stata di fargli un regalo: la domenica. È chiaro, non si chiamava così, allora. La Bibbia dice soltanto che Dio «il settimo giorno si riposò». Il riposo domenicale non è un diritto umano, è qualcosa di più: è di diritto divino, chi lo lesiona commette il peccato che i greci chiamavano hybris, l’empietà di ergersi sopra il destino. 

Per questo, quando negli anni Settanta, nel tempo inclemente della crisi petrolifera, industriali e governo sembravano essersi messi d’accordo sul fatto che non dovesse più esserci la domenica – il settimo giorno – per non sprecare l’energia elettrica, mi parve una rivoluzione sacrilega. Si pensò allora di far marciare le fabbriche a ciclo continuo, il riposo sarebbe stato un giorno casuale, fissato dalla direzione del personale con i sindacati. Oggi non si vuole incentivare la produzione ma il consumo: negozi e servizi anche la domenica, tutto fa Pil. Sarà anche comodo, ma si perderebbe il segreto del riposo. Quello di accadere in coincidenza con il tempo fissato prima che il tempo fosse: la domenica, questa invenzione di Dio che non è una convenzione del governo con i sindacati, l’esito di una vertenza tra parti sociali, ma qualcosa, come un fiore, che viene su alla sua stagione, e non si può mettere in freezer per estrarla quando fa comodo, mettendola nel forno a microonde. Accade, la domenica. C’è. Non la inventò il governo.

Ogni ora della domenica è così. “Essenza” è da estendersi nel suo significato di profumo. Così come si dice l’essenza dei fiori. Ciascuno di noi lo sa. Io me ne resi conto una strana mattina di settembre a Strasburgo. Accompagnavo da cronista il Papa in uno dei suoi viaggi. Era pressappoco l’alba e stavo lavorando. E camminavo in fretta tra le strade tranquille della domenica mattina. Ed ecco, vidi un bambino di 9 anni uscire dal portoncino di casa, mezzo assonnato, baciato da sua mamma. Era un chierichetto che andava alla Messa. Ma non aveva la faccia dei giorni feriali, era domenica: aveva nello sguardo il presentimento di grandi cose, come se avesse aspettato questo appuntamento con la festa per tutta la sua vita. Sarebbe andato in chiesa, poi al ritorno avrebbe trovato sua madre e suo padre, senza fretta. In realtà, vedevo in quel bambino me stesso. Senza domenica, con i suoi ricordi di cibi straordinari, e il sapere che il proprio padre non si era alzato troppo presto, ma riposava, e ti avrebbe fatto un po’ di compagnia. Ecco, la domenica quando uno è bambino capisce che capita, accade, è un avvenimento che non è controllato da noi. È come la pioggia: bagna buoni e cattivi, sta a ciascuno di saperne godere, con semplicità, senza farsi dominare dalla solita ansia feriale, di quando si corre non si sa bene dove e non si sa bene perché, ma si corre, forse per distrarsi, forse per non sentire troppo dolore. 

C’è una poesia che mi ha sempre fatto molto soffrire, quando la maestra ce la leggeva a scuola. Era Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi. Comincia così: «La donzelletta vien dalla campagna». Il senso di quei versi è che il sabato è bello, perché la vigilia ha un fremito d’attesa che riempie il cuore. Perché secondo Leopardi, l’attesa in realtà è un’illusione, non accadrà nulla la domenica: solo tristezza e noia. Invece, nella mia esperienza non è così. Perché la domenica è il giorno in cui il significato della fatica ci si rovescia addosso, come uno scroscio d’acqua profumata, come il bagno che la mamma ci faceva fare il mattino presto. Guai a chi tocca la domenica.

 

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