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Eritrea. Storia di Ruth, «costretta a educare i miei figli al cristianesimo di nascosto»

ottobre 11, 2017 Leone Grotti

In Eritrea non esiste libertà religiosa e i cristiani non riconosciuti vivono nel terrore. Come Ruth: «La nostra vita di tutti i giorni è un incubo»

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Ruth è cristiana ma non può dirlo a nessuno. Abitando in Eritrea e non appartenendo a nessuna delle quattro religioni riconosciute dal regime africano, verrebbe subito arrestata. Suo marito, pastore di una chiesa protestante, è stato arrestato da oltre 15 anni e mai più rilasciato, e lei fatica ad educare i suoi tre figli alla fede cristiana di nascosto.

COREA DEL NORD AFRICANA. Non è un caso se l’Eritrea, retto da oltre 20 anni dal dittatore Isaias Afewerki, è definita la Corea del Nord africana. Nel paese non esiste alcuna libertà piena, né religiosa, né di culto, né di espressione o stampa. Nel 2002 il governo ha riconosciuto ufficialmente quattro confessioni religiose: ortodossi, cattolici, evangelici luterani e musulmani sunniti. I fedeli di queste religioni hanno una limitatissima libertà di culto, tutti gli altri neppure quella. Teoricamente, qualunque confessione può registrarsi per essere riconosciuta ma nei fatti le richieste vengono sempre respinte e usate per reprimere chi fa domanda. La persecuzione è tale che secondo un rapporto dell’Onu «il regime percepisce la religione come una minaccia alla sua stessa esistenza».

PREGARE DI NASCOSTO. Solo tra maggio e giugno sono stati arrestati più di 120 cristiani e Ruth, nome di fantasia utilizzato da Open Door Usa per proteggerla, cerca in ogni modo di scampare a questo destino senza però rinunciare alla sua fede. «Sono nata in una famiglia cristiana», racconta la donna sulla trentina, «ma solo nel 1994 sono entrata in una relazione personale con Cristo e ho cominciato davvero a seguirlo. A quel tempo, la chiesa in Eritrea godeva ancora di grande libertà, poi nel 2002 è cambiato tutto e abbiamo cominciato a pregare Dio in segreto». Suo marito è stato arrestato nel 2003 e «da allora la vita per noi è diventata molto difficile»: «Adesso ho sempre paura e sono preoccupata per mio marito, mi chiedo dove sia e se stia bene. Mi spezza il cuore vedere quanto manca ai miei figli, che piangono sempre chiedendomi dov’è». La difficoltà più grande per Ruth è tirare avanti senza essere scoperta: «Quando un bambino nasce in Eritrea, il documento più importante, oltre al certificato di nascita, è quello di battesimo in una delle chiese riconosciute. Chi non ce l’ha può iscrivere i figli a scuola ma non può ricevere una tessera annonaria, importantissima per ricevere cibo a prezzi calmierati e per accedere agli altri servizi pubblici. Il sistema è fatto perché chi milita in una chiesa non riconosciuta venga più facilmente scoperto».

«CANTARE I GOSPEL SOTTOVOCE». I cristiani indipendenti in Eritrea sono considerati come «agenti degli imperialisti occidentali e nemici della madrepatria». E così, continua Ruth, «subiamo una doppia repressione: siamo sotto la costante pressione del governo e della società. Non solo molte case subiscono spesso irruzioni della polizia per scoprire se qualcuno prega di nascosto ma anche la vita di ogni giorno diventa impossibile. Siamo esclusi da qualunque servizio pubblico e anche trovare lavoro è più difficile. Bisogna sempre stare attenti a quello che si dice». Inoltre, poiché nel paese «molte persone hanno cominciato a indossare braccialetti e collanine per rendere evidente la propria appartenenza religiosa, i miei figli che non portano niente vengono guardati con sospetto». Ruth insegna ai suoi bambini a casa il Vangelo e i gospel, «il problema è che sono troppo giovani per capire qual è la situazione. Vorrebbero sempre cantare a squarciagola invece che sottovoce e parlare con i loro compagni di classe di quello che io insegno loro. Un giorno, la polizia è entrata in casa nostra e loro hanno cominciato a cantare le prime parole di un anno. Sono corsa a tappargli la bocca. Ci siamo salvati ma loro non capiscono perché non possono dire niente a nessuno. Vorrei dare loro un futuro e una fede, ma cosa accadrebbe se venissi arrestata?».

MIGLIAIA DI PERSEGUITATI IN CARCERE. Ruth non è l’unica donna che vive nell’angoscia. Secondo la testimonianza a Tempi di un sacerdote che ha visitato di recente l’Eritrea, e che non può rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza, ancora oggi, nelle oltre 300 carceri, ufficiali e non, sparse per il paese languono più di 10 mila prigionieri politici e di coscienza in condizioni spaventose. I cristiani incarcerati per la loro fede sono «migliaia», il dato più credibile si aggira intorno alle tremila unità e si può essere arrestati anche solo per il possesso di una Bibbia. «La situazione è molto delicata», spiega: «I cattolici, che godono del riconoscimento statale, sono comunque confinati dentro le mura delle chiese, dove possono praticare le loro attività. Fuori non possono fare nulla. Il proselitismo è vietato e anche per stampare libri religiosi ci vuole un’autorizzazione dello Stato. A malapena c’è la Bibbia, che comunque è molto costosa e difficile da reperire».

Foto Ansa

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