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Egitto, va in scena l’incapacità di Obama. L’analisi di Gian Micalessin

agosto 23, 2013 Benedetta Frigerio

«Sbaglia chi pensa che arriverà la democrazia. L’esercito gioca un gioco molto pericoloso».

Per Gian Micalessin, inviato di guerra ed esperto di politica internazionale, è difficile mettersi dalla parte dei Fratelli musulmani. «Ma neppure l’Esercito garantisce la stabilità in Egitto: il gioco che sta facendo è pericoloso. E poi non si può non parlare di un colpo di Stato, pensando che si potrà avviare un processo democratico». Quello che sta avvenendo – spiega a tempi.it – va guardato in «un’ottica più ampia».

Hosni Mubarak agli arresti domiciliari significa un ritorno allo status precedente alla rivolta di piazza Tahrir?
Prima della “primavera araba” l’Egitto era un paese dove c’era un dittatore, che però l’Occidente riusciva a condizionare: Hosni Mubarak non ha mai oltrepassato i limiti imposti dagli Stati Uniti. Nello stesso tempo, però, era anche un alleato dell’Arabia Saudita, che ha sempre detestato i Fratelli Musulmani. Il generale Al-Sisi invece non è mai stato legato all’Occidente. Lui è un uomo di ispirazione salafita, che ha transitato per un lungo periodo dall’Arabia Saudita, legata appunto alla dinastia saudita. Quando Mubarak fu abbandonato da Barack Obama e dall’Occidente ci fu un grosso screzio fra il presidente americano e il re saudita Abdullah, che si concluse addirittura con un malore del re poi ricoverato in ospedale. Si capisce quindi la decisione nei confronti dell’ex dittatore, che ci pare surreale: è una vera e propria vendetta dei sauditi nei confronti di un’amministrazione, quella americana, che appare completamente scriteriata e incapace di gestire la situazione. Ma questo non vuol dire che Mubarak tornerà al potere.

È un’illusione pensare che l’esercito possa aprire a un vero processo democratico come sperano alcuni?
Credo che sarà impossibile avviare la democrazia in Egitto finché esisterà un’istituzione come l’esercito, che è super partes e che controlla il 40 per cento del commercio degli aerei, dei carri armati e pure dei pannolini. L’esercito alimenta una casta di potere e una classe economica formata dai familiari dei generali. Basti pensare che la legge non prevede un controllo sui bilanci dell’esercito. Una norma confermata dallo stesso Morsi nella speranza di ottenere l’appoggio dei generali. In una situazione simile è impossibile immaginare che l’esercito voglia davvero sostenere le speranze di chi desidera elezioni libere.

C’è chi dice che quello del 3 luglio non è un colpo di Stato. I militari avrebbero solo portato a termine la volontà della maggioranza della popolazione scesa in piazza.
Sicuramente Morsi non è stato un presidente che ha seguito i dettami istituzionali. Ma come chiamare il rovesciamento di un governo? Anche se è vero che la gente era tutta in piazza, senza l’esercito non sarebbe caduto. Di più, sono i militari che hanno dato l’illusione di una rivolta in piazza Tahrir, che poi hanno schiacciato le aspirazioni dei giovani liberali, concedendo ai Fratelli Musulmani di ottenere il potere per poi scacciarli.

Dietro l’esercito oggi non ci sono più gli Stati uniti, ma solo l’Arabia Saudita. Cosa cambia dal punto di vista degli equilibri internazionali?
La dinamica che vediamo in Egitto è quella di uno scontro più ampio: fra Qatar e Fratelli Musulmani da una parte, e Arabia Saudita e fazioni salafite e wahabite dall’altra. In generale, il principale disegno dei Fratelli Musulmani è quello di assumere l’egemonia del Medio Oriente tramite il Qatar, sollevando le varie primavere arabe in Tunisia, Egitto, Libia. È il sogno di un’egemonia assecondato in parte dall’Occidente, illuso che ciò avrebbe portato a un islam democratico. Nulla di più ingenuo dato che in Qatar non si sono mai svolte elezioni libere. Ora assistiamo alla vendetta dei sauditi che vogliono la supremazia nelle zone in cui Fratelli Musulmani hanno cercato di imporre il proprio progetto politico. Quindi lo scontro è interno a tutto il Medio Oriente.

Morsi ha imposto leggi conto i diritti umani. Perché l’Occidente ha fatto finta di niente?
Per colpa della politica estera di Obama, convinto che dopo la guerra in Iraq bisognava avvicinare le masse dei popoli arabi, puntando ad ottenere il favore delle popolazioni sunnite e illudendosi di un islam democratico. Disegno fallito drammaticamente per le ragioni già spiegate. Così oggi gli Usa sono odiati da tutti: dai Fratelli Musulmani, dalle piazze, dai salafiti, dai liberali egiziani che li considerano troppo deboli e dai militari stessi.

È possibile che l’esercito riesca a fermare i Fratelli Musulmani che stanno terrorizzando la popolazione?
L’Esercito sta facendo un gioco molto pericoloso: delegittimando una forza che ha al suo interno delle milizie fa si che gli elementi più radicali della Fratellanza scivolino verso la lotta armata. Il che forse sarebbe controllabile in una situazione di normalità, ma non in una già molto deteriorata: nel Nord del Sinai sono ormai presenti più di mille jihadisti che si sono infiltrati alleandosi con le tribù beduine, facilmente arruolabili perché da sempre in antitesi al governo che le ha tagliate fuori dallo sviluppo economico turistico del Sinai. Qui, dove ci sono già stati diversi attentati con centinaia di morti, è facile che si rifugi la nuova ondata radicale e si crei un buco nero. Se la zona cadesse tutta in mano ai fondamentalisti sarebbe la morte dell’Egitto. Qui ci sono le principali risorse economiche del paese. La possibile chiusura del canale di Suez e delle stazioni turistiche del territorio, manderebbero lo Stato in bancarotta.

 

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