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Perché quando si parla di diritti umani sembra di stare sotto la Torre di Babele?

luglio 11, 2013 Stefano Spinelli

Cedere al “potere tecnologico” trasformando in diritto ogni nuova possibilità oppure guidare lo sviluppo secondo una fonte di giudizio volta al bene comune?

È mai possibile che – soprattutto in tema di diritti umani – non si riesca più a parlare un medesimo linguaggio?
Raccontava Jaques Maritain, partecipando alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che, in una riunione della Commissione, ci si meravigliasse del fatto che persone rappresentanti di ideologie profondamente diverse e avverse, si trovassero d’accordo su una lista di diritti comuni. Certo, il fatto di arrivare all’individuazione di una serie di diritti umani validi per tutti ha avuto quasi del miracoloso. «Basta che non ci si chieda il perché ci siamo trovati d’accordo», fu la risposta. «Col perché, comincerebbe la baruffa».

Evidentemente, quegli uomini di Stato si erano paragonati, ciascuno, con quelle evidenze ed esigenze originali dell’uomo riconosciute come tali e avvertite come imprescindibili nel fondo del loro cuore.
Oggi sembra che non sia più possibile fare altrettanto.

È legittimo chiedersi perché. Credo che il motivo stia semplicemente nel fatto che l’uomo moderno non ritiene più importante porsi in un atteggiamento di giudizio della realtà e del proprio agire. Oggi, non ci si chiede più se quello che vogliamo, che pensiamo, verso cui ci determiniamo ad agire, sia una cosa buona per l’uomo, corrispondente alle sue reali esigenze fondamentali. Oggi, l’unica cosa importante per l’uomo è legata alla sua “autodeterminazione”, che rappresenta la sua presunzione – oserei dire – di scegliere in maniera libera, senza costrizioni e incondizionata. Se io mi autodetermino in un certo modo, non importa all’ordinamento giuridico sapere se la mia scelta rispetta l’uomo per come è fatto e se rappresenta un valore per me e per gli altri, se persegue il bene dell’uomo, anche della più piccola creatura esistente. Se la volontà è libera, essa deve essere anche incondizionata e l’ordinamento giuridico non può che prenderne atto e realizzare la volontà così espressa, indipendentemente dalle conseguenze che essa determina per l’umanità.

Tutte le cosiddette nuove conquiste sociali (diritto all’aborto, diritto al matrimonio gay, diritto alla fecondazione eterologa, diritto alla scelta del proprio figlio, diritto all’eutanasia o al suicidio assistito) hanno questo aspetto in comune: si tratta del riconoscimento di nuovi diritti che si giustificano solo applicando il principio di autodeterminazione, ma negando ogni criterio di giudizio sull’agire verso cui ci si autodetermina.

«Chi vuole essere fonte della propria giustizia, la vede presto esaurirsi e scopre di non potersi neppure mantenere nella fedeltà alla legge» (Lumen Fidei)

In sostanza, c’è il tentativo di trasformare ogni desiderio individuale, ogni nuova possibilità offerta all’uomo dalla tecnica, in nuovo diritto. Si è parlato di “moltiplicazione dei diritti” e di “diritti insaziabili”. Per quanto mi riguarda, credo possa parlarsi di “babele dei diritti”.
Sembra si stia avverando quanto prefigurato nell’episodio biblico della Torre di Babele. Ciascuno parlava nella propria lingua e nessuno capiva più gli altri. La torre che doveva arrivare sino al cielo – chiaro rimando alla ribellione dell’uomo che vuole diventare come Dio, ad Adamo, che vuole mangiare la mela nel giardino dell’Eden e decidere da solo del bene e del male – non riesce più a elevarsi dal suolo e crolla sulle sue precarie ed erronee fondamenta.

Oggi abbiamo la pretesa di essere noi la misura di tutte le cose, di decidere della vita, della dignità e della morte dell’uomo senza tener conto della natura umana, senza giudicare la realtà utilizzando cuore e ragione, basandosi solo sulla volontà, sul perseguimento dei desideri e delle nuove possibilità che le scienze e le tecniche mettono a disposizione.

L’uomo è potente, può creare e manipolare se stesso, può distruggere sé e il mondo (Caritas in Veritate). Il “potere tecnologico” pone l’uomo davanti a un aut aut decisivo: cedere ad esso e trasformare in diritti le nuove possibilità, secondo le singole volontà (verità) individuali, se libere, indipendentemente dal loro contenuto; oppure guidare lo sviluppo tecnologico per il bene dell’uomo, secondo una fonte di giudizio volta al bene comune, capace cioè di proporsi agli altri come esperienza significativa, con la pretesa di servire a ciascuno.

L’autodeterminazione assoluta, assieme all’inarrestabile potere tecnologico e all’incapacità di proporre esperienze significative e valide per ciascun uomo (“relativismo”), conducono a privare l’umanità della ricerca di una “misura di giustizia” che spetti a ciascun uomo in quanto tale (come era avvenuto per l’esperienza che aveva preceduto la sottoscrizione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).

***

Su questi aspetti ci si interroga a Lugo di Romagna il 12 luglio 2013, presso il Chiostro della Banca del Monte, in via Garibaldi 11, in un evento organizzato dal Circolo Newman.
Si farà il punto della situazione sui nuovi diritti, che rappresentano però diritti capovolti) in Italia e in Europa, sia dal punto di vista dell’evoluzione della società, con l’avvocato Stefano Spinelli, autore del libro I diritti umani capovolti; sia dal punto di vista dell’attuale esperienza parlamentare, con il senatore Carlo Giovanardi, al quale verrà chiesto di illustrare quali strumenti concreti esistano, per tentare di proporre diritti corrispondenti all’uomo.
Il titolo della serata è “Sorpresi dalla vita“, perché la tutela della vita è il primo aspetto della tutela della dignità dell’uomo in tutta la sua esistenza, e lavorare per difenderla ne fa scoprire la bellezza. Sorprendentemente.

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