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Dati alla mano, la mancanza di medici che fanno aborti è una fake news

febbraio 24, 2017 Caterina Giojelli

Perché il bando della Regione Lazio per soli “non obiettori” non ha senso. Cosa dicono i numeri, la Costituzione e la legge 194. Intervista ad Assuntina Morresi (Comitato Nazionale Bioetica)

Prima di parlare a sproposito di aborto e obiezione di coscienza sappiate che tutto quello che state leggendo sui giornali riguardo al bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori all’Ospedale San Camillo nasce intorno a una fake news: «È a rischio il servizio di interruzione volontaria di gravidanza». Lo ha affermato il governatore Nicola Zingaretti in una intervista a Repubblica, spiegando che nel Lazio «gli obiettori sono il 78 per cento. In questo modo il rischio è inverso a quello segnalato da chi si oppone al bando: e cioè che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza sia nei fatti quotidianamente negato alle donne».

È vero quello che dice Zingaretti (accuse negate con forza dal presidente dell’Ordine del medici di Roma e provincia, Giuseppe Lavra, che ha chiesto al presidente di revocare l’atto “iniquo”)? «I dati della relazione al Parlamento, dati forniti direttamente dalle stesse Regioni al Ministero, raccolti struttura per struttura, e riferiti al 2014, dicono altro: in media in Italia ogni ginecologo non obiettore esegue 1,6 aborti ogni settimana. Nella Regione Lazio il carico di lavoro medio settimanale per ginecologo non obiettore, rilevato per Asl, è 3,2. Nella stessa relazione si nota che in una Asl del Lazio si raggiunge un valore molto diverso da questa media regionale: 7 aborti per ginecologo ogni settimana. Il che significa che se tutti i non obiettori effettuassero Ivg, ognuno avrebbe un carico di lavoro che non supera la mezza giornata. Difficile affermare con questi dati che in Lazio “il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è nei fatti quotidianamente negato alle donne”. I problemi, se ce ne sono, evidentemente sono altri, bisognerebbe vedere per esempio come sono distribuiti i non obiettori». Assuntina Morresi fa parte dal 2006 del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della presidenza del Consiglio dei Ministri, e invita a non dire sciocchezze sugli obiettori di coscienza: «Non è vero che sono troppi».

Repubblica scrive che «l’abuso di obiezione di coscienza sta facendo riaprire piaghe antiche»: così sostengono i ginecologi della Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) che denunciano «pochi reparti disponibili, ecco perché aumentano gli aborti clandestini».
Ovviamente non esistono numeri certi sugli aborti clandestini. Ci sono stime effettuate dall’Istituto Superiore di Sanità, basate su modelli dedicati, da cui risultano costanti da diversi anni.

Sempre la Laiga, per bocca del suo presidente Silvana Agatone, sostiene che non è vero che gli aborti sono calati perché i dati della relazione al Parlamento «registrano unicamente le interruzioni di gravidanza effettuate negli ospedali, non la “domanda” di aborti che è invece nettamente più alta». Come risponde?
Chiedo alla Laiga come si misura la domanda di aborto, se non con la richiesta di Ivg, dietro presentazione del documento che attesta lo stato di gravidanza, come previsto dalla legge. Come si misura la domanda di un qualsiasi servizio medico se non con le richieste? Ebbene, le richieste ci dicono che i tempi di attesa si stanno accorciando in Italia. Non solo: ci dicono che il 92,2 per cento degli aborti – dati 2015 – viene effettuato nella regione di residenza, e di questi l’87,9 nella provincia di residenza. Da quali indicatori dovremmo dedurre che le donne non riescono ad abortire, una volta che hanno in mano il certificato rilasciato dal medico? Se la Laiga dispone di dati diversi, li comunichi con precisione, per iscritto: spieghi in base a cosa stima che la domanda è diversa e qual è l’indicatore utilizzato.

Come possiamo pensare, chiede Agatone, «che la legge sia garantita se solo il 59,6 per cento degli ospedali hanno un reparto di Ivg e quindi un 40 non assicura il servizio»?
Così come non è possibile avere rianimazione, cardiologia o punti nascita in ogni ospedale, non è possibile avere punti aborto in ogni ospedale con reparto di ostetricia e ginecologia. A questo proposito invito la Laiga a leggere a pagina 47 della relazione al Parlamento i risultati di un paragone molto interessante tra i punti nascita e i “punti Ivg” per Regione normalizzato alle donne in età fertile: si legge che mentre gli aborti sono il 20 per cento delle nascite, i “punti Ivg” sono il 74 per cento dei punti nascita. Cioè sono quasi quattro volte tanto quello che dovrebbero essere, se si rispettassero le proporzioni fra aborti e nascite. Inoltre, andando a vedere i risultati del paragone regione per regione, tra punti nascita e punti aborto, si scopre per esempio che in Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Liguria ci sono più punti aborto che punti nascita. Ricalibrando i dati sul nazionale possiamo affermare che per ogni 5 strutture in cui si fa Ivg ce ne sono 7 in cui si partorisce. Questo è il rapporto e questi sono i numeri. In base a cosa sarebbero insufficienti?

Ma tutti i medici non obiettori sono assegnati ai servizi Ivg?
Niente affatto, leggiamo nella relazione al parlamento i numeri di medici e di Ivg: nel 1983 i ginecologi non obiettori sono 1.607, nel 2014 sono 1.408. Nel 1983 però le Ivg sono 234 mila, nel 2014 diventano 96.500: se gli aborti si sono più che dimezzati, i medici non obiettori sono diminuiti pochissimo. Di questi, l’11 per cento a livello nazionale non è assegnato ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza. Questo significa che ci sono amministrazioni che nonostante abbiano medici non obiettori a disposizione, li assegnano ad altri servizi perché evidentemente non sono necessari per le Ivg.

Il Fatto quotidiano strilla in prima pagina che «la coscienza non può ribaltare una legge». Ma l’obiezione non è un diritto garantito dalla Costituzione?
Non solo il diritto all’obiezione di coscienza è costituzionalmente fondato, il che significa che non è una gentile concessione del Parlamento, bensì è fra i princìpi fondanti della nostra Costituzione, ma la legge 194 lo disciplina esplicitamente. Nessuno sta ribaltando nulla perché i numeri dimostrano che non c’è mancanza di personale non obiettore, nemmeno disaggregando i dati per Asl. Se poi al San Camillo hanno problemi organizzativi, parliamone, e cerchiamo di capire quali sono, ma non diciamo sciocchezze sugli obiettori di coscienza: non è vero che sono troppi. Ricordiamo piuttosto che l’articolo 9 della 194 prevede esplicitamente che all’interno della Regione si possa ricorrere alla mobilità del personale, sia obiettore che non obiettore, proprio per applicare la legge.

La legge 194 si intitola “tutela sociale della maternità”: viste queste premesse, l’obiezione di coscienza di massa non dovrebbe costituire la regola e non un dato sul quale sorprendersi? Perché tutto finisce nel processo alla strega cattolica?
Riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza è un segno di civiltà di una nazione. Obiettare o non obiettare è comunque una scelta personale che attiene al foro interno della coscienza e va rispettata qualunque essa sia. In Italia in trent’anni non abbiamo mai avuto contrasti tra il diritto di obiezione di coscienza e l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei termini di legge; la percentuale dei medici obiettori è sempre stata alta (era il 59 per cento nel 1983), e non è diminuita negli anni, nonostante adesso siano medici persone che sono nate quando l’aborto era già legalizzato, e quindi per loro è un percorso già dato per acquisito: se anziché diminuire, come ci si poteva aspettare, gli obiettori sono aumentati diventando il 70 per cento dovremmo farci qualche domanda. I cattolici praticanti sono il 20 per cento della popolazione, quindi l’obiezione di coscienza non è legata solo a convincimenti religiosi, ma è proprio un convincimento personale di tanti professionisti. Perché? Dovrebbe poter fare il ginecologo solo chi è disposto a fare aborti? Per quale motivo, visto che, dal punto di vista numerico, è un’attività marginale nella professione di un ginecologo? Dobbiamo dire che fare aborti è il requisito fondamentale per un ginecologo? E questa non è discriminazione? E cosa resterebbe della deontologia e della coscienza personale? La 194 peraltro non vieta ai medici di cambiare idea, in un senso o nell’altro, durante il corso della propria vita, perché semplicemente non può farlo: questo vale per tutti e sicuramente anche per i due ginecologi del San Camillo. I Mentana che pensano (e dicono) che i ginecologi dovrebbero essere tutti disposti a fare gli aborti, altrimenti che cambino mestiere, vadano al cinema a guardarsi La battaglia di Hacksaw Ridge.

Subordinare la selezione di medici ginecologi sulla base di un requisito, quello della coscienza, trova cittadinanza legislativa? E non dà avvio a discriminazioni tanto che qualunque tribunale amministrativo potrebbe annullare il bando di concorso?
La questione da chiarire è questa: è possibile reclutare dottori non obiettori “a gettone”, cioè a tempo determinato, per questo specifico intervento. Diverse strutture già lo fanno. Ma assumere a tempo indeterminato ginecologi non obiettori significa assumere o non assumere un medico – per il quale gli aborti sono un’attività marginale – in base a un convincimento personale su una questione che attiene alla propria coscienza, ai convincimenti personali e professionali. E questo è profondamente incivile, innanzitutto e non è possibile: non è un caso che l’Ordine dei Medici di Roma si sia dichiarato contrario. Per questo rispetto all’obiezione si può sempre cambiare idea nel corso della propria vita professionale: qualunque giudice lo riconoscerebbe, non c’è bando che tenga.
Faccio un altro esempio: quando ci sono scioperi molto partecipati, ci si chiede innanzitutto il perché. Qui c’è l’evidenza di una questione squisitamente deontologica: il 70 per cento degli appartenenti a una categoria professionale si rifiuta di effettuare un intervento. Il restante 30 per cento è disponibile e riesce a coprire il servizio, in base ai numeri. Primo: se ci sono problemi di accesso è evidente che i problemi sono organizzativi, e allora parliamo di quelli. Se invece per quel restante 30 per cento anche i pochi interventi a testa sono giudicati “troppi”, allora il problema, per loro, non è il carico di lavoro, ma la gravosità di quel lavoro. Di questo dovremmo parlare. E poi, terzo, dovremmo capire perché una fetta così importante di ginecologi si rifiuta di fare Ivg. Impariamo a ragionare sui numeri e cerchiamo di porci le domande giuste.

Foto Ansa

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