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Dalma doveva andare alle Olimpiadi. Ma è donna. Ma è saudita

giugno 29, 2012 Sara Caspani

Storia di Dalma Rushdi Malhas, campionessa di equitazione, al centro di un caso politico-sportivo. L’ipocrisia del Cio e la condizione delle donne nel paese arabo

È stato accolto con cinismo piuttosto che con festeggiamenti il provvedimento che permetterebbe alle donne saudite, per la prima volta nella storia, di partecipare alle Olimpiadi di Londra 2012.
«Il regno attende una ricca partecipazione», conferma una dichiarazione del governo saudita di qualche giorno fa, peccato che la “ricca partecipazione” comprenda un’unica donna, Dalma Rushdi Malhas, campionessa di equitazione che vinse il bronzo alle Olimpiadi Giovanili nel 2010. La ragazza, appena ventenne, nata in Ohio negli Stati uniti, sarebbe stata perfettamente in grado di qualificarsi per i Giochi del mese prossimo, ma, a causa di un infortunio del cavallo, ha dovuto rinunciare all’impresa.
«È solo una manovra politica, che è stata messa in atto per evitare che l’Arabia Saudita fosse espulsa dal Comitato Olimpico Internazionale (Cio) per discriminazione di sesso», scrive Barry Petchesky nel Deadspin Sport Site, accreditando la convinzione internazionale che il capovolgimento improvviso di Riyad sia stato avviato per tenere buona il Cio, illudendo un qualche sviluppo nella questione, ma di fatto non cambiando in alcun modo la penosa condizione di abuso e oppressione delle donne saudite.

Non più tardi dell’aprile scorso, infatti, il presidente del Comitato Olimpico Nazionale d’Arabia, il principe Nawaf bin Faisal, aveva deciso di non promuovere alcuna partecipazione femminile ai Giochi Olimpici. Poi, in seguito alla minaccia di espulsione cha aveva colpito il Sud Africa nel 1964, reo di aver presentato una squadra olimpionica rigorosamente composta da atleti bianchi, anche l’Arabia si è mossa per evitare la stessa pena.
La partecipazione femminile negli sport in Arabia Saudita è sempre stata puramente teorica. Non c’è ginnastica promossa dallo stato per le ragazze nelle scuole e i pochi club sportivi presenti sul territorio sono spesso spogliati della loro licenza ad operare dalle menti conservatrici religiose che sorvegliano l’andamento sportivo nel paese. «Le donne dovrebbero stare in casa. Non c’è alcuna necessità che gareggino in attività sportive, anzi gli sforzi richiesti dallo sport provocano danni alla salute delle giovani vergini». La visione del Gran Muftì Abd al-Aziz al-Shaikh, simile a quella dei molti conservatori della società arabica, ribadisce come in un paese in cui le donne non possono guidare né tantomeno votare, anche la pratica sportiva deve occupare una posizione molto bassa nella lista delle priorità.

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