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Dagli aiuti europei alle spinte catalane: le paure di Rajoy

ottobre 18, 2012 Chiara Sirianni

Oggi a Bruxelles il vertice tra capi di Stato e governi Ue: si parlerà anche di Spagna. Intervista ad Andrea Giuricin, dell’Istituto Bruno Leoni: «La richiesta di aiuti di Madrid è inevitabile. Ma Rajoy teme di perdere sovranità»

Si fa sempre più concreta la richiesta di aiuti, ancora non formalizzata da parte della Spagna ai partner europei. Oggi a Bruxelles si tiene il vertice tra i capi di Stato e i governi dell’Ue sulla crisi del debito nella zona euro, anche se i lavori veri e propri inizieranno venerdì. «La Spagna deve decidere da sola se e quanto ha bisogno di aiuti, oltre a quelli per il salvataggio delle banche» ha detto il cancelliere tedesco Angela Merkel. Nel frattempo la crisi non si arresta. Secondo l’istituto nazionale di statistica di Madrid nel corso dell’ultimo anno il saldo fra arrivi e partenze di cittadini spagnoli è stato negativo in tutte le comunità autonome del Paese. E il braccio di ferro tra il governo di Madrid e il presidente della Catalogna, Arturo Mas, che assicura di «internazionalizzare il conflitto» appellandosi ai tribunali europei per ottenere l’indipendenza, costituisce un’altra spina nel fianco per una nazione già in difficoltà. Quanto pesa la situazione iberica negli equilibri europei, a livello economico e politico? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Giuricin, fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Cosa comportebbe una richiesta formale di assistenza finanziaria alla Bce?
La paura di Rajoy è quella di perdere sovranità: se la Troika dovesse prendere il controllo dell’economia spagnola, per lui sarebbe un grave smacco. Di certo si tratta di un passaggio direi inevitabile: le casse di risparmio spagnole sono in crisi, e hanno bisogno di essere ripulite dagli attivi “tossici”. Le misure di Rajoy sono molto dure, ma ciononostante il debito statale continua a salire. E si sta avvicinando velocemente al 100%.

Quanto costerebbe all’Italia l’eventuale piano di aiuti?
Difficile dirlo finché non si conosce l’impatto preciso. Se si trattasse, come pare, di 100 miliardi di euro, all’Italia spetterebbe una quota del 15-20%. vale a dire, un punto di Pil.

A complicare le cose c’è il Caso Catalogna. ll principale motivo di scontento è il rifiuto del Governo Rajoy di concedere maggior autonomia fiscale. Chi ha ragione?
Si è raggiunto un grado di incomunicabilità molto forte. La Catalogna ha un deficit fiscale di 15 milardi di euro l’anno, il che significa che gran parte delle tasse pagate al governo centrale non rientrano sul territorio. L’obiettivo di Mas era quello di ridurre questo debito. Si è arrivati allo scontro frontale. È una mossa anche tattica: il tema indipendentista è molto sentito, e solo così può ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Nel giro di due anni, i tagli si sarebbero fatto sentire. E lui avrebbe perso consenso.

Il ministro della Giustizia, Alberto Gallardon, ha invitato a un presa di responsabilità. Un referendum secessionista non sarebbe illegale?
La Costituzione spagnola, con l’articolo 155, apre la porta alla sospensione dell’autonomia di una comunità. Non solo, se Mas dovesse effettivamente promuovere il referendum, potrebbe anche andare in carcere per tre anni. C’è un precedente importante, la Scozia: anche se la situazione è molto diversa, i catalani si chiedono perché la decisione non possa essere presa dal popolo sovrano.

Cosa rappresentano le spinte centrifughe  di Scozia, Catalogna e Fiandre per l’Ue? 
Sono spinte opposte, questo è certo. l’Ue cerca di centralizzare, di fare un fisco che sia il più unito possibile. I regionalismi, contemporaneamente, si fanno strada. Per l’Ue è una grossa sfida, ma anche un elemento di preoccupazione. In Scozia le previsioni di voto, ad oggi, sono del 25-37%. In Catalogna, invece, l’indipendentismo potrebbe davvero essere votato dalla maggioranza. E Rajoy ha paura.

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