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Croci abbattute dall’Iraq, alla Cina, alla Francia. L’iniquità dilaga, Gesù l’aveva predetto

maggio 18, 2015 Renato Farina

Com’è dura però non far raffreddare l’amore

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Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di
Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Cose di democrazia, diritti, giudici e politici premono perché ci si scriva sopra. E lo farò, sono ligio ai doveri. Eppure mi pare tutto distrazione, intervallo per la merendina, rispetto al grande tema. Da russo anarchico e furibondo di sentimenti in questo spazio dove faccio quello che mi pare, prima di tirar su il muro del mio gulag in cui rinchiudere quattro stupide parole, in questa dittatura delle cazzate, dico l’unica cosa che preme quando esco dalle proporzioni fasulle del bene e del male di questo tempo accidioso.

La notizia permanente, la casa che brucia adesso, è la persecuzione dei cristiani, cioè la persecuzione di Cristo. Ovvero. La persecuzione di Cristo, cioè la persecuzione dei cristiani. Finché c’è persecuzione di Cristo vuol dire che è vivo adesso. Finché è ucciso, vuol dire che risorge ora. Ma intanto ricordiamolo, stringiamoci intorno al Signore che sono quei nostri fratelli. Francesco insiste ogni giorno nella denuncia. Seguiamolo.

In Cina ora hanno stabilito di estirpare le croci dai campanili e dalle cupole, come ha già fatto il Califfo a Mosul e a Raqqa. Così come in Francia, a Rennes, estirpano la statua di Giovanni Paolo II dato che è diventato santo, e potrebbe rompere l’equilibrio infame della laicità su cui si regge la République. Avrei una proposta. Mettetegli in testa un cappello d’asino, a Karol Wojtyla, incidetegli una svastica sulla fronte: in questo modo diventerebbe una statua satirica, e la satira è sacra, ma nello stesso tempo anche laica, dunque nessuno avrà nulla da dire, e potremo pur pregare sotto la statua, ovviamente specificando che è una parodia dissacrante, e ce lo lasceranno fare. O mangeranno la foglia?

La Sua carezza al persecutore
Sono arrivato alla tesi estrema, che è meglio la bestemmia della condanna all’invisibilità. E beninteso questa invisibilità non è una congiura degli atei, ma il compromesso voluto dai cristiani di etichetta, i quali espellono Cristo dagli ambiti della loro vita, per avere il permesso di coltivarne il santino innocuo a latere, come quei giudici di tribunale che non contano niente, sono a latere, non rompono.

Di certo Gesù di Nazaret non è mai stato così tanto odiato. Non la sua figura antica, quella con il dovuto maquillage piacerà sempre, ma quella di Lui che è adesso presente e insopportabilmente vivo. E cammina per strada con le facce spesso da pirla dei cristiani, che senz’altro qualche spazzolata se la meritano. Ma qualche volta Cristo è offeso e maciullato perché i volti che lo rendono presente adesso – gli occhi di un bambino davanti all’Ostia, di una madre vecchia e pietosa – sono insopportabili. Dicono quei bambini e quelle madri, e tanti come loro dappertutto sul pianeta, che l’umano è sin d’ora nella sua pienezza. Non domani, alla fine della conquista islamica o al culmine del progresso della medicina e della genetica, ma ora, nel dolore schizzato di escrementi; ma adesso, divinamente .

Accadono cose sorprendenti, anche. Ed ora alcuni dismettono la loro persecuzione, come Raúl Castro, il quale senza dichiarare il minimo pentimento per i dissidenti cristiani incarcerati e fucilati, ora, forse, siccome le parole del Papa gli aggradano, minaccia di mettersi a pregare. E sono belle notizie. Come no? Avete colto un certo sarcasmo, suppongo. Eppure sbaglio. Non sappiamo come si fa largo lo Spirito, né come e quando scatti il «Domine non sum dignus, Deo gratias». Bisogna respingere la tentazione che dinanzi alla persecuzione si debba odiare o diventare gelosi della propria fede, come se fosse più preziosa della carezza di Cristo a un persecutore che dice: però, magari.

Valgano la parole del Risorto nel Vangelo: «Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Matteo 24,12). Per favore, il dilagare dell’iniquità non ci faccia raffreddare l’amore, la gratitudine, il perdono. E i magistrati, il diritto, la giustizia, la democrazia? La prossima volta.


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