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Corona: condannato per le foto, ma ho fatto come Saviano e l’Espresso

marzo 29, 2012 Redazione

Esclusivo. Tempi.it pubblica la dichiarazione spontanea di Fabrizio Corona in aula durante il processo che lo ha visto condannato a Milano per aver scattato delle fotografie in carcere. «Non l’ho fatto per soldi, ma perché volevo fare un’inchiesta giornalistica. Perché Saviano che va a scaricare merce di contrabbando al porto di Napoli e poi ci scrive Gomorra può farlo e io no?».

La corte d’appello di Milano ha ridotto a un anno e due mesi la condanna a Fabrizio Corona nella vicenda in cui è imputato con l’accusa di corruzione per avere scattato alcune foto in carcere, quando era detenuto, grazie a una macchina fotografica introdotta a San Vittore, corrompendo una guardia carceraria. In primo grado era stato condannato a un anno e otto mesi. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, tra il 13 aprile e il 15 giugno 2007, quando era agli arresti nell’ambito dell’inchiesta “Vallettopoli”, si fece consegnare dalla guardia carceraria Pasquale Costanzo, una macchina fotografica “usa e getta” per ritrarsi in un servizio all’interno di San Vittore (Agi).

Tempi.it pubblica la dichiarazione spontanea di Fabrizio Corona in aula.

Il sottoscritto Fabrizio Maria Corona intende rendere alcune dichiarazioni.
C’è un passaggio della sentenza in cui si afferma che avrei violato apertamente le norme penitenziarie facendone addirittura un’ulteriore occasione di guadagno.
Sono consapevole che l’immagine che si ha di me è quella di un soggetto che farebbe di tutto per denaro, eppure se c’è un’occasione in cui ho agito mosso da finalità diverse da quella di far soldi è proprio questa.

Nel periodo della custodia cautelare sentivo il bisogno di dare una ragione ad una carcerazione che avvertivo come profondamente ingiusta. Allo stesso tempo, nonostante l’impatto traumatico dato dal trovarmi improvvisamente calato in una realtà dura e difficile come quella carceraria, mi rendevo conto di essere un privilegiato rispetto ai tanti ragazzi che mi circondavano e che in quelle condizioni di degrado e sovraffollamento vivono quotidianamente senza la tutela che offre l’essere un personaggio pubblico, un personaggio famoso. 

Ecco io ho pensato che per dare un senso a quella mia terribile esperienza avrei potuto fare qualcosa per quelle persone, con cui ho stretto delle amicizie e con cui ho nel tempo mantenuto anche dei contatti, continuando, ad esempio, a scrivermi. Ed allora mi sono detto: «Fabrizio, se vuoi fare qualcosa per queste persone e anche per te stesso, potresti realizzare una sorta di inchiesta, una specie di servizio di denuncia, su cosa significa vivere ammassati in una cella, su cosa significa vedere scandito ogni momento della giornata da orari, turni, ordini e via dicendo». E tutto questo, magari, non a seguito di una condanna ma in attesa di processo (come stava accadendo a me all’epoca).

Magari vi farà sorridere, ma tenete presente che io ero in carcere con l’accusa di essere un ricattatore che nulla aveva a che fare, neppure indirettamente, con il giornalismo. A torto o a ragione quella sorta di inchiesta giornalistica mi è sembrata la risposta migliore alle accuse che mi venivano mosse. 

Certo, capisco che – agli occhi di molti – se Fabrizio Gatti dà false generalità alle forze dell’ordine per denunciare gli abusi perpetrati all’interno di un Cpt sulle pagine dell’Espresso oppure se Saviano va a scaricare merce di contrabbando al porto di Napoli e poi ci scrive Gomorra è una cosa, mentre se Corona fa vedere il degrado delle celle di San Vittore dalle pagine di Diva e Donna, facendosi fotografare in boxer è un’altra.

D’altra parte i miei canali editoriali erano quelli e Diva e Donna non è certo lo Spiegel, per cui va bene la denuncia ma le foto dovevano pur essere adatte ad una rivista di gossip. Ad ogni modo quella è stata la ragione alla base di tutto. Certo ho violato le norme di ordinamento penitenziario ma non l’ho fatto certo per soldi. Questo era quello che mi premeva soprattutto precisare. 

Riguardo alla corruzione posso solo dire che non ho mai ricevuto alcuna macchina fotografica da parte dell’agente di custodia Costanzo. Io ero già in possesso di una macchina fotografica che ero riuscito ad ottenere per altre vie. Avevo utilizzato questa macchina fotografica per scattare delle foto già nei giorni precedenti a quelle che furono poi pubblicate su Diva e Donna. Il Costanzo venne a sapere (presumo da un altro detenuto) che io ero in possesso di questa macchina e mi fece le sue richieste. Fu da me indirizzato dal mio legale dell’epoca e so che questi poi lo pagò. La scoperta della macchina da parte del Costanzo è avvenuta qualche giorno prima della sera in cui scattai le foto poi pubblicate (credo il 21), mentre il pagamento è avvenuto dopo qualche giorno dalla mia scarcerazione.
Questo è quanto ricordo.
Fabrizio Corona

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