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«Altro che alzare l’Iva, bisogna ridurla. Oltre 21 mila imprese chiuse dall’inizio del 2013»

giugno 25, 2013 Elisabetta Longo

Nella prima parte del 2013 sono falliti oltre 20 mila negozi. Per il vicepresidente di Confesercenti Massimo Vivoli «è giunto il momento di detassare le nuove assunzioni»

Confesercenti, nel corso dell’assemblea annuale, ha diffuso i dati relativi alle aperture e chiusure di negozi nella prima parte del 2013. In cinque mesi sono falliti oltre 14 mila punti vendita al dettaglio e oltre 6 mila legati a bar e turismo, e la prospettiva per i prossimi mesi non è confortante. Massimo Vivoli, vicepresidente di Confesercenti, spiega nei dettagli a tempi.it «un’ecatombe difficile da recuperare».

La situazione è davvero così drammatica?
L’economia italiana vive una fase di estrema recessione. Tra il 2008 e il 2013, i settori del commercio e del turismo hanno registrato un’enorme quantità di chiusure di imprese che, nonostante le nuove aperture, vedono mancare all’appello ben 224.000 titolari e collaboratori familiari. Un’ecatombe difficile da recuperare. Un dato ancora più sconfortante se si pensa che ogni giorno in Italia chiudono 5 negozi di ortofrutta, 4 macellerie, 42 negozi di abbigliamento, 43 ristoranti, 40 pubblici esercizi. Gli italiani hanno subìto un vistoso calo del loro reddito, di ben 238 miliardi, pari a 9.700 euro per ogni nucleo familiare. In questi anni di estrema difficoltà, i nostri imprenditori hanno fatto di tutto per la sopravvivenza delle loro imprese: hanno continuato ad investire, ad innovare l’offerta, a ridurre i prezzi, a rinviare i licenziamenti, ad indebitarsi. Hanno cercato di salvaguardare i livelli occupazionali, consapevoli dei drammi familiari. Ma non è bastato. Adesso è tempo di reagire.

In che modo?
Per prima cosa, è necessario rinegoziare con l’Europa, e non solo con la Germania, i vincoli che ci stanno strozzando ed impoverendo. E poi voltare pagina. Dobbiamo essere capaci di sbattere in faccia le porte alla corruzione, sprecare meno, semplificare il sistema istituzionale, garantire stabilità politica, creare opportunità di lavoro e condizioni per la tenuta delle imprese. Credo che un percorso importante sia quello di eliminare i privilegi a ogni livello. Partendo dal fatto che la caduta del reddito disponibile delle famiglie è di 4 miliardi, che si aggiungerebbero ai 94 degli anni passati. E che questo meccanismo genera un effetto “domino” sui consumi o le spese sanitarie.

Che tipo di provvedimenti dovrebbe prendere il Governo?
Un primo passo sarebbe quello di non alzare l’Iva ma di ridurla. Ci auguriamo poi che il governo Letta tenga conto della situazione di stallo che stanno vivendo le piccole e medie imprese. È il momento di lavorare insieme alle istituzioni per il benessere del nostro paese, di non aumentare la Tares, che genererebbe gravi ripercussioni. Inoltre diciamo no alle liberalizzazioni che distruggono imprese e città e ribadiamo la nostra contrarietà alle eccessive sanzioni di Equitalia a carico di chi non può pagare. Crediamo, inoltre, che sia arrivato il momento di detassazione e defiscalizzazione la nuova occupazione per 3 anni, per garantire maggiore respiro a imprese e famiglie. È fondamentale, oggi, una politica che guardi con occhio attento a welfare e consumi. Al nuovo Governo abbiamo avanzato cinque proposte particolari.

Quali?
Lo Stato deve cominciare a pagare i suoi debiti verso le imprese, ridurre le sanzioni abnormi per ritardato pagamento di tributi regolarmente dichiarati, contenere mora, interessi ed aggio relativi al debito fiscale. Poi bisogna mantenere lo stop al pignoramento della prima casa e introdurre anche l’impignorabilità dell’immobile in cui opera l’impresa. Infine, deve essere ribaltato il principio per cui prima si paga l’imposta e poi si contesta la legittimità della stessa.

Cosa succederà se il Governo non riuscirà ad applicare queste misure?
Secondo quanto rileva l’Osservatorio Confesercenti nei primi 4 mesi dell’anno ha aperto un solo negozio su tre che hanno cessato l’attività. Complessivamente, la distribuzione commerciale ha registrato la chiusura dall’inizio del 2013 di circa 21.000 imprese, per un saldo negativo di 12.750 unità. Se si dovesse continuare così, alla fine del 2013 avremmo perduto per sempre circa 43.000 negozi. E, andando avanti così, il 2023 potrebbe essere l’anno zero del commercio. Il record di “sparizioni” di attività commerciali si registra in Sicilia e a Roma. Resistono però al fenomeno della desertificazione urbana i comuni litoranei rispetto ai comuni non litoranei: si registra, per i primi, un saldo negativo di 4.318 negozi di vicinato a fronte di un record di chiusure di 8.432 per i secondi. L’impatto del turismo sui Comuni litoranei fa da traino, evidentemente, alle attività commerciali, dimezzando il trend negativo di chiusure.

Un dato rivela che lo shopping on line continua a crescere. Può aver contribuito alla crisi dei negozi “fisici”?
Sicuramente rappresenta un settore in continua crescita, ma non è certamente quello che ammazza il commercio. Diciamo che spesso ci troviamo di fronte a due tipologie di clientela. Al contrario, invece, pensiamo che questo sistema dovrebbe avere maggiore garanzia per i pagamenti e una regolamentazione più adeguata.

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7 Commenti

  1. ragnar says:

    Io proporrei uno sciopero generale delle tasse. Voglio proprio vedere come fa lo stato a mandare in galera 60 milioni di persone.

  2. Cisco says:

    In periodi di crisi c’è una più forte selezione del mercato, questo è normale.
    Ma non accampiamo scuse: solo per fare un esempio, la Svezia ha una moneta più forte dell’Euro, un’IVA al 25% e orari di apertura liberalizzati. E ha un tasso di crescita del PIL superiore al 2%.
    Rimboccatevi le maniche e ricordatevi di quando avete raddoppiato i prezzi grazie all’Euro con la complicità del governo Prodi.

  3. alterhenzo says:

    il paese è sicuro che si schianterà non ce piu dubbio, mettiamoci tutti umilmente dietro a Papa Francesco

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